Marco Fanizzi, New York vista per la prima volta
Ha trentun anni, arriva da Taranto e prima di ora non aveva mai messo piede in America. Marco Fanizzi, attore formato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, Premio Hystrio alla Vocazione e Premio Gigi Proietti come migliore interprete maschile, è a New York per girare ilNewyorkese – A New York Story, la commedia romantica scritta e diretta da Davide Ippolito, con Alice Lussiana Parente. Lo abbiamo incontrato dopo due settimane di riprese, ancora con gli occhi spalancati di chi guarda tutto per la prima volta.
Marco, cosa ti ha portato a New York?
Sono venuto qui per lavorare, incredibilmente da attore, nel nuovo film di Davide Ippolito, che si chiama ilNewyorkese. Ed è la prima volta in assoluto che vengo in America. Ho trentun anni e non ero mai stato né a New York né negli Stati Uniti. Sono a bocca aperta da due settimane.
Qual è stata la tua prima impressione della città?
Non vorrei essere banale, ma davvero le proporzioni delle cose, delle persone, degli spazi, sono fuori dal normale. Auto enormi per un solo passeggero, spazi enormi per tantissime persone, grattacieli infiniti da torcicollo, tutto incredibilmente fuori proporzione. Poi ti rendi conto che, per la quantità di gente e per il tipo di vita che c’è qui, non poteva essere altrimenti. Bisogna che ci sia tutta questa enormità. Ieri sera sono stato in cima all’Empire State Building, è una città mozzafiato. Sono col fiato mozzato da due settimane.
C’è un luogo che ti ha colpito in modo diverso dagli altri?
Forse vado controcorrente, ma a Times Square mi sono sentito veramente male. Ho avuto la sensazione di essere in un enorme supermercato e di essere uno dei prodotti in vendita. Tutto il resto di New York, invece, mi ha tolto il fiato. Non si può non essere banali parlando di New York, ma è veramente così, ti senti continuamente ribaltato e catapultato dentro un film. Starci dentro, per un attore soprattutto, è fuori dal normale, è come entrare in un varco spazio-temporale.

E le persone?
Il fatto che la gente ti guardi davvero, ti sorrida davvero, ti dia il buongiorno davvero, o semplicemente sia girata di spalle e ti guardi male. C’è una grande sincerità, e io ci vedo una grande sincerità dentro questo enorme caos.
Per questo lavoro hai incontrato soprattutto italiani. Che idea ti sei fatto della comunità?
Non mi aspettavo una rete così solida e solidale. Sono persone arrivate qui praticamente con niente, che dal nulla hanno costruito rapporti, li hanno cuciti con il posto, con la gente, con le cose. Venire qua è davvero sbarcare in un mondo nuovo. Sono persone di un’umanità incredibile. E c’è una cosa che mi ha detto uno di loro, che mi ha illuminato: quando torni in Italia ti dicono che sei fortunato se vivi in America, ma in realtà chi vive qua ha fatto delle scelte strappacuore, di taglio completo e netto del cordone ombelicale che ti tiene stretto alla tua terra. Ci vuole tanto coraggio. E i napoletani, qui, sono una comunità incredibile, mi hanno lasciato senza parole.
Un lato positivo e uno negativo di questa città?
Il lato positivo, senza retorica, è che è davvero il posto in cui possono succedere le cose più impensabili e gli incontri più impensabili. Il primo giorno che ero qui ho incontrato la pianista di Pino Daniele. Io non sapevo chi fosse, l’ho sentita suonare, mi sono avvicinato, abbiamo iniziato a parlare, e ho capito solo dopo che quella signora l’avevo ascoltata per anni senza sapere che fosse lei. Il primo giorno della mia vita a New York, incontro questa persona. Sono rimasto folgorato. Qui può succedere davvero di tutto, e sono qui solo da due settimane. La cosa negativa è proprio quella sensazione di sentirsi un prodotto in vendita. Non che qualcuno ti stia vendendo qualcosa per strada o dai cartelloni pubblicitari, ma sei tu che pensi di essere il prodotto.
Cosa diresti a un italiano che non è mai stato a New York?
Veniteci. È un grande sacrificio venire qui, non è facile, soprattutto di questi tempi, ma è qualcosa che credo cambi la visione del mondo, dei rapporti e della vita. E da italiano, soprattutto, venire qua ti fa accorgere davvero di cosa significhi essere italiano al di fuori dell’Italia.
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