Medie imprese, stime positive per il 2026 ma l’incertezza globale frena il business
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Medie imprese, stime positive per il 2026 ma l’incertezza globale frena il business
Il XXV Rapporto Mediobanca, Tagliacarne e Unioncamere stima per il 2026 un aumento del 2,5% del fatturato e del 2,7% dell’export. Le tensioni geopolitiche e i costi delle materie prime preoccupano però il 74% delle aziende. Tra le sfide interne per il futuro del comparto emergono il ricambio della governance e la transizione al Deep-Tech.

Restano positive le attese di crescita delle medie imprese italiane, anche se l’incertezza globale frena le prospettive future di sviluppo.
Per il 2026 stimano un aumento del 2,5% del fatturato e del 2,7% delle esportazioni. Tuttavia, oltre 7 medie imprese su 10 ritengono che l’aumento dell’incertezza globale possa generare ricavi inferiori nei prossimi 12 mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità. Forti anche le difficoltà nel reperimento del personale che interessano il 90% circa delle aziende.
Sono alcuni dei dati che emergono dal XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e nel Report “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica” realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.
Il peso economico delle medie imprese italiane
Il segmento delle medie imprese si conferma una realtà produttiva dinamica e strategica per l’economia nazionale, arrivando a generare il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana.
Queste realtà rappresentano il 15% del valore aggiunto complessivo e incidono per il 13% sia sul fronte delle esportazioni sia su quello dell’occupazione.
Nell’arco dei ventinove anni presi in esame, il comparto ha registrato una crescita costante sotto ogni punto di vista, con il numero delle imprese salito da 3.377 a 3.491 unità.
Nello stesso periodo il giro d’affari complessivo è aumentato del 178,3%, le vendite oltreconfine hanno segnato un balzo del 290,7% e la forza lavoro è cresciuta del 47,2%.
All’interno del panorama toscano, circa il 9% delle medie imprese si concentra nel territorio di Siena. In quest’area le aziende di taglia intermedia riescono a sviluppare ricavi complessivi pari a 1,1 miliardi di euro, una cifra che equivale al 10% dell’intero fatturato generato dalle medie imprese della regione.
Flessibilità, qualità e brand per superare l’instabilità
Le turbolenze internazionali aumentano l’incertezza sulle attività e sulle prospettive di business per il 73,9% delle medie imprese.
Tra i fattori di rischio principali emergono la volatilità dei costi energetici e delle materie prime, indicata dal 54,5% delle aziende, e le tensioni geopolitiche globali, segnalate dal 53,8% dei rispondenti.
Per rispondere a queste sfide ambientali, il 41% delle Mid-Cap ha già pianificato investimenti in tecnologie Net-Zero nel triennio compreso tra il 2026 e il 2028.
L’attuale strategia competitiva si focalizza sulla capacità di adattamento, individuando nella flessibilità e nella personalizzazione dell’offerta la leva principale per il 65,8% del campione.
Il posizionamento sul mercato si sposta con decisione verso gli asset immateriali, guidati dalla notorietà e dalla reputazione del brand per il 53,4% delle imprese, seguite dalla qualità dei prodotti associata alla capacità di premium pricing al 46% e dalle competenze e professionalità del personale al 42,4%.
Anche l’innovazione e il know-how tecnologico coprono una quota rilevante, pari al 34,7%. Cedono invece il passo i fattori tradizionali, con il prezzo che si ferma al 21,8%, la rete distributiva al 13,2% e la sostenibilità considerata prioritaria solo dal 10,5% delle realtà intervistate.

Redditività e resilienza del modello produttivo
Le medie imprese sono riuscite a difendere la redditività e i margini nell’ultimo biennio, un risultato raggiunto dal 66,2% delle aziende.
Il consolidamento del brand ha permesso al 41,5% delle realtà di rafforzare il proprio posizionamento di mercato, mentre il 38,1% ha puntato sull’ampliamento dell’offerta commerciale.
Il comparto esprime un’elevata capacità di creazione di valore, con una media di 7,8 mila euro generati per addetto nel decennio tra il 2015 e il 2024.
La continuità nelle performance supera i risultati degli altri segmenti dimensionali, esposti anche a episodi di distruzione di valore, e conferma la solidità di un modello produttivo meno sensibile alle oscillazioni dei cicli economici.
Le richieste del comparto tra mercati e fisco
Lo sviluppo futuro rimane condizionato dall’evoluzione dello scenario esogeno, tanto che l’81,7% delle imprese indica come priorità un miglioramento del quadro economico internazionale.
Tra le altre condizioni reputate necessarie figurano la riduzione dei costi dei fattori produttivi, auspicata dal 55,6% dei rispondenti, e l’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro, richiesto dal 40,7% del campione.
Il prelievo fiscale si conferma un elemento di svantaggio competitivo, con un tax rate medio del 26,5% che supera quello applicato alle grandi imprese, mediamente pari al 22%. In questo quadro, il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro si mantiene tra i fattori di maggiore criticità per la gestione aziendale.
Integrazione nelle catene del valore e gestione dei rischi geopolitici
L’apertura internazionale caratterizza l’85% delle medie imprese, attive sui mercati esteri sia sul fronte delle importazioni sia su quello delle esportazioni.
Un posizionamento che inserisce le aziende all’interno delle catene globali del valore, esponendole però in misura maggiore ai rischi geopolitici.
L’incertezza globale spinge infatti 6 aziende su 10 a prevedere un aumento dei costi di approvvigionamento nei prossimi sei mesi.
Per limitare l’impatto di queste dinamiche, il 18,9% delle realtà industriali ha pianificato un incremento delle scorte di magazzino, mentre il 12,6% intende avviare una riorganizzazione complessiva delle proprie filiere di fornitura.

Le strategie commerciali di fronte ai dazi statunitensi
Il mercato degli Stati Uniti rappresenta una destinazione commerciale per il 55% delle medie imprese italiane. Davanti all’ipotesi di nuove barriere tariffarie, la scelta strategica prevalente consiste nel mantenimento dei listini correnti, una linea opzionata dal 44,4% delle imprese a parità di volumi esportati e dal 30,9% anche in presenza di un calo delle vendite.
Trovano invece meno spazio le altre leve di natura commerciale, come la riduzione dei prezzi di vendita, indicata dal 14,8% del campione, o la diversificazione verso nuovi mercati geografici, che si ferma al 13,6%.
Risultano marginali anche le soluzioni di tipo strutturale, tra cui l’apertura di nuovi siti produttivi o commerciali sul suolo americano, prevista dal 4,9% delle imprese, e il ricorso a triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi, ferma al 4,3%.
L’impatto del nodo approvvigionamenti sulle produzioni
L’80% delle medie imprese acquista in modo diretto materie prime critiche per i propri processi produttivi. All’interno di questo gruppo, il 40% dichiara di aver già riscontrato problemi legati alle forniture o stima di doverli affrontare nel breve periodo.
Lo scenario si presenta complesso per i prossimi sei mesi, un arco temporale in cui il 96% delle aziende prevede ripercussioni concrete sulla gestione quotidiana a causa delle tensioni nelle catene logistiche.
Le conseguenze principali si rifletteranno sul rincaro dei listini del prodotto finito per il 67,1% dei rispondenti, sui ritardi nella consegna delle merci sul mercato per il 57,5% e sulla contrazione dei margini di profitto per il 46,6% del campione.

Dinamiche occupazionali e il nodo del reperimento del personale
L’occupazione all’interno del comparto è cresciuta del 23,7% nel periodo compreso tra il 2015 e il 2024, arrivando a superare i 523.000 addetti.
La presenza femminile si mantiene tuttavia su livelli contenuti, fermandosi al 27% della forza lavoro complessiva. Gli under 35 costituiscono il 41% delle nuove assunzioni, pur incontrando ostacoli nell’accesso a posizioni di responsabilità, mentre la quota di over 60 si attesta intorno al 10% e assumerà un ruolo chiave nella gestione del ricambio generazionale.
Il problema principale per le aziende rimane la ricerca di figure professionali, con quasi il 90% delle imprese che segnala forti difficoltà di selezione. Il disallineamento riguarda soprattutto i profili tecnici e specialistici, indicati dal 67,2% del campione, e le figure operative, che interessano il 50,6% dei casi.
Le carenze relative alle soft skills e alle competenze manageriali si collocano a maggiore distanza, rispettivamente al 15,4% e al 13,6%.
Per rispondere a questa scarsità di candidati, il 77% delle imprese ricorre all’inserimento di lavoratori stranieri, una scelta motivata nel 69,7% dei casi dalla ridotta disponibilità della forza lavoro italiana a ricoprire mansioni considerate dequalificanti.
Nonostante queste complessità, oltre l’85% delle medie imprese esprime una valutazione positiva sulla propria capacità di attrarre i giovani sotto i 35 anni. Nel 66% delle realtà intervistate non vengono inoltre applicati limiti di età nelle procedure di selezione.
Per intercettare e trattenere le risorse più giovani, le imprese puntano su specifici strumenti aziendali: il welfare e i benefit figurano in cima alle preferenze con il 51,9%, seguiti dai percorsi di formazione al 48,1% e dagli incentivi economici al 41,6%.
Minore incidenza registrano invece l’autonomia sul piano operativo, segnalata al 30%, e le formule di lavoro flessibile al 25,6%.
Investimenti in tecnologia per spingere la produttività
Le strategie per il triennio 2026-2028 vedono il 76,3% delle medie imprese orientato a investire nell’innovazione incrementale, focalizzandosi sul miglioramento di processi, prodotti o servizi preesistenti. Un dato che conferma la persistenza di un modello di specializzazione incentrato su comparti a bassa e medio-bassa tecnologia.
Allo stesso tempo si rileva una spinta verso investimenti nei sistemi Deep-Tech, come la robotica, l’intelligenza artificiale e il cloud. La quota di Mid-Cap intenzionata a scommettere su queste tecnologie evolute salirà al 34,9% nel prossimo triennio, segnando un incremento rispetto al 28,2% che ha già completato interventi in questa direzione tra il 2023 e il 2025.
La transizione verso i sistemi avanzati garantisce un impatto significativo sull’efficienza: le proiezioni indicano che la produttività del lavoro crescerà del 6,1% nelle aziende pronte a investire nel Deep-Tech tra il 2026 e il 2029, a fronte di un più contenuto +1,6% stimato per le realtà che si limiteranno all’innovazione incrementale.
“Le medie imprese sono uno dei punti di forza del capitalismo familiare italiano: imprese solide, radicate nei territori e capaci di competere anche sui mercati internazionali” ha detto Giuseppe Molinari, Presidente del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.
“La loro competitività futura passerà però dalla capacità di coniugare la continuità del modello imprenditoriale con una trasformazione più profonda, fatta di investimenti nelle tecnologie più avanzate e nel capitale umano. Perché l’innovazione genera valore soprattutto quando le imprese riescono a integrare nuove tecnologie, competenze qualificate e formazione”, aggiunge.
Strutture di governance e gestione del ricambio generazionale
L’assetto proprietario delle medie imprese italiane si caratterizza per un’elevata concentrazione, con il 65% delle aziende riconducibile a un’unica famiglia o a un solo individuo.
Sotto il profilo della guida aziendale, il 53% delle realtà si trova oggi sotto la gestione della seconda generazione, mentre il 28% vede ancora al comando il fondatore.
Malgrado la centralità della componente familiare, il funzionamento interno sconta una carenza di formalizzazione: oltre il 40% delle imprese non adotta strumenti codificati di governance.
Tra le società che scelgono una maggiore strutturazione prevalgono i patti di famiglia, adottati dal 24,7%, e gli accordi parasociali, fermi al 16,1%. Anche i processi di successione rimangono ancorati a formule interne, opzionate da oltre l’80% del campione.
I consigli di amministrazione mantengono una struttura snella, con una media di 3,6 membri, e registrano la presenza di un amministratore unico nel 17,5% dei casi.
L’età media all’interno dei board è di 60 anni, con i ruoli apicali saldamente in mano alle fasce anagrafiche comprese tra i 64 e i 68 anni, evidenziando uno spazio ridotto per i profili più giovani. Riguardo ai livelli di istruzione ed esperienza, il 46% degli amministratori possiede un titolo di laurea e circa il 25% ha svolto attività in contesti internazionali.
I dati evidenziano inoltre una bassa diversificazione di genere, con gli uomini che detengono il 79% delle cariche totali e le donne che si fermano al 21%, concentrate prevalentemente in ruoli privi di deleghe operative.
Le amministratrici mostrano un profilo anagrafico leggermente più giovane rispetto ai colleghi (58 anni contro 61), ma risultano meno rappresentate nelle posizioni di vertice.
L’apertura internazionale dei board appare molto limitata, data la quota minima del 3,3% di consiglieri stranieri. Al contrario, si conferma radicato il legame con le comunità locali: il 65% degli amministratori italiani lavora all’interno della stessa provincia in cui è nato.
La gestione del capitale tra aperture e controllo
L’approccio verso l’ingresso di capitali terzi rimane improntato alla prudenza. Il 45% delle medie imprese dichiara di non valutare questa opzione nell’immediato, pur non escludendola per il futuro, mentre il 38% la rifiuta esplicitamente come possibile leva di sviluppo.
Soltanto il 17% esprime un orientamento favorevole nel breve termine. Nelle situazioni in cui l’apertura viene presa in esame, i motivi principali riguardano il finanziamento di operazioni di acquisizione per il 56,7%, la realizzazione di nuovi investimenti per il 41,4%, l’inserimento di competenze manageriali esterne per il 36,4% e il rafforzamento della struttura finanziaria per il 30,3%.

Gli operatori industriali si posizionano in cima alle preferenze delle aziende, raccogliendo il 68,6% dei consensi in quanto ritenuti più vicini e allineati alla visione imprenditoriale originaria.
L’identikit dell’investitore ideale corrisponde a un partner stabile e di lungo periodo per il 65% dei rispondenti, in grado di trasferire competenze di natura strategica.
La tutela dell’indipendenza e del controllo familiare resta però la preoccupazione centrale, associata al timore di perdere l’autonomia nelle decisioni aziendali per il 58,9% degli intervistati e al rischio di un disallineamento di vedute con i nuovi azionisti per il 55,6%.
Dal rapporto emerge quindi che le medie imprese industriali dimostrano una solida capacità di tenuta, riuscendo a sostenere lo sviluppo occupazionale e la competitività complessiva del sistema economico italiano.
Il consolidamento e la capacità di generare valore nel lungo termine dipenderanno in modo stringente dalla risoluzione dei nodi strutturali legati alla governance, al reperimento di competenze specialistiche e all’evoluzione delle fonti di finanziamento.
“L’aumento dell’incertezza internazionale e la volatilità dei costi energetici e delle materie prime non vanno sottovalutati: possono ridurre il potenziale di crescita di queste imprese. Occorre accompagnare questi campioni del made in Italy con politiche industriali, strumenti finanziari e servizi territoriali capaci di rafforzarne resilienza e investimenti”, commenta Andrea Prete, Presidente di Unioncamere.
“Nell’indagine di quest’anno emerge un dato significativo: solo 2 imprese su 10 ritengono di avere strumenti adeguati per affrontare l’incertezza. È un tema centrale per l’imprenditore, perché la capacità di creare profitto nasce proprio dal saper prendere decisioni in contesti incerti. In questa prospettiva, il modello anglosassone propone l’istituzione di un Future Readiness Committee, pensato per supportare il top management nell’analisi degli scenari più complessi e nella definizione delle iniziative necessarie”, aggiunge Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Area Studi Mediobanca.
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