Meloni resterà ostaggio di Trump se giocherà ancora al ribasso sulla Difesa
Il prossimo importante vertice della Nato ad Ankara è destinato a far notizia in Italia per via di un inevitabile incrocio forzato che spingerà nella stessa stanza Donald Trump e Giorgia Meloni dopo la scazzottata di qualche giorno fa. Molti osservatori dedicheranno attenzione allo stato dei rapporti tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana e cercheranno di capire se l’agenda delle scintille prevarrà sulla politica della distensione. Il dato paradossale del vertice di Ankara, almeno per l’Italia, è che la capacità del nostro paese di emanciparsi con forza dal trumpismo non passa dalla demolizione dell’agenda trumpiana ma passa dalla capacità di prenderla maledettamente sul serio. L’Italia, come il resto d’Europa, considera giustamente una sciagura la possibilità che gli Stati Uniti possano indebolire l’Alleanza atlantica (cinque mesi fa, Trump ha minacciato di invadere un territorio che fa parte di un paese della Nato: la Groenlandia). E d’altro canto, considera una sciagura anche la possibilità che gli Stati Uniti spostino, nell’ambito del quadro politico e militare della Nato, il proprio ombrello lontano dall’Europa centrale, mettendo in atto la strategia del così detto “burden sharing”, ovvero più responsabilità europea nella difesa del continente. In questo senso, per emanciparsi dal trumpismo, bisognerebbe prendere maledettamente sul serio quello che è l’obiettivo suggerito da Trump alla Nato, per avere un’alleanza più forte, cosa che è tutta da dimostrare che Trump voglia davvero, e quell’obiettivo è spingere i paesi membri dell’Alleanza a spendere di più nella Difesa, avvicinandosi così al target del 5 per cento della spesa fissato per il 2035, con almeno il 3,5 per cento di spesa per la difesa militare e l’1,5 per cento per spese legate alla sicurezza.
Il paradosso della situazione dell’Italia, come forse avrete già intuito, è che uno dei paesi al momento più desiderosi di emanciparsi dal trumpismo è anche quello che sta facendo meno per rendere l’Italia più forte rispetto alle minacce trumpiane. Il 7 luglio, ad Ankara, il governo italiano squadernerà, di fronte al segretario generale della Nato, Mark Rutte, un altro nome inserito da Meloni nella lista nera del governo, dei numeri sulle spese militari che con tutto il rispetto non stanno né in cielo né in terra. Il presidente del Consiglio dirà, con molte fanfare, che l’Italia ha fatto altri passi in avanti nelle spese per la Difesa e dovrebbe annunciare che la quota di pil dedicata al settore è arrivata al 2,9 per cento, di 0,1 punti percentuali superiore rispetto a quanto annunciato a inizio giugno. Formalmente, si parla di 2,1 per cento per la Difesa e 0,8 per cento per la sicurezza. Ma si tratta in verità di un trucco contabile attraverso cui l’Italia fa entrare dentro il perimetro della Difesa delle spese per la sicurezza (Polizia, Guardia costiera, Guardia di Finanza) per mascherare i veri numeri: 1,6 per cento sulla Difesa, 1,3 per cento sulla sicurezza. Meno della Francia (2,05 per cento), infinitamente meno della Polonia (già al 4 per cento). Dietro la titubanza del governo sulle spese per la Difesa (per la prima volta dal 2021, nel 2026 non è stato rifinanziato il quindicennale Fondo investimenti Difesa) c’è un evidente cedimento demagogico alla teoria strampalata del “non possiamo spendere soldi per le armi quando il paese chiede risposte sulla salute”.
Senza sicurezza, ha ricordato l’ammiraglio Cavo Dragone su queste pagine, il welfare però diventa fragile, l’economia si ferma, i diritti si comprimono: la Difesa è semplicemente la condizione di base che permette a tutto il resto di funzionare. Ma la titubanza è preoccupante non solo perché non permette di prendere sul serio la minaccia di Trump sul disimpegno militare dal centro Europa. È preoccupante anche per un’altra ragione: perché dimostra quanto poco l’Italia sembri prendere sul serio la grande minaccia che la Russia rappresenta non solo per l’Ucraina ma per il resto d’Europa. Il 1° luglio, il ministro polacco responsabile dei servizi, Tomasz Siemoniak, ha detto a Reuters che i servizi polacchi si stanno preparando a possibili operazioni russe di sabotaggio per esasperare le tensioni fra polacchi e ucraini. Due giorni fa, come riportato ieri dal Telegraph, gli Stati Uniti hanno avvertito che la Russia sta pianificando una “provocazione” armata sul suolo polacco per mettere alla prova la risolutezza della Nato. Il 29 maggio un drone russo è entrato nello spazio aereo rumeno. A maggio il Gps dell’aereo Raf che riportava a casa il ministro John Healey dall’Estonia è stato disturbato per tre ore vicino al confine russo. E come ricordato ieri dalla nostra Micol Flammini, l’International Institute for Strategic Studies ha stilato un rapporto secondo cui la Russia è riuscita a “mappare le lacune della difesa aerea della Nato” grazie a una campagna di droni durata quasi due anni. Alternative, dunque, non ce ne sono. Non si può considerare pericolosa la minaccia di Putin senza prenderla sul serio. Non si può considerare pericolosa la minaccia di Trump senza prenderla sul serio. Non si può difendere l’Europa senza proteggersi dal disimpegno americano. Non ci si può emancipare dal trumpismo senza fare qualcosa per rendersi più autonomi dall’ombrello trumpiano. Se davvero dunque Meloni vorrà dare un segno ulteriore di autonomia da Trump, più che cercare la giusta dichiarazione a effetto dovrà trovare un modo, su questo terreno, per mettere la difesa della sicurezza su un piedistallo più alto rispetto alla difesa della demagogia.
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