Milan, Gimenez: “Un sogno essere qui, tifo questa squadra da sempre. Ho fede che tutto andrà bene”
Intervista all'attaccante messicano dei rossoneri.
Santiago Gimenez, attaccante del Milan impegnato ai Mondiali con il Messico, ha parlato a Cronache di Spogliatoio. Queste le sue parole tra l’avventura con la sua nazionale e il deludente anno trascorso con i rossoneri.
“I miei genitori vivevano in Argentina e sono nato in Argentina. Quando avevo due anni mi sono trasferito in Messico. I miei familiari stretti vivono in Messico mentre i miei nonni, i miei zii, i cugini sono tutti argentini. Se c'è una sfida Messico-Argentina? Non so i miei nonni cosa tiferebbero. Il Messico è un Paese meraviglioso e con una cultura unica, ha tanta storia”.
"Credo che l'Italia sia molto simile al Messico. Italia, Messico e Argentina hanno tanti punti in comune. Io ho anche il passaporto italiano: penso che il vostro sia un Paese con buon cibo, belle spiagge, ottimo clima, la gente è incredibile. Sono molto felice: mi hanno accolto in maniera fantastica. Mio papà ha radici italiane e i miei nonni paterni anche. Da parte di mia mamma ho radici ucraine: sono un mix di tutto”.
"Mia moglie l'ho conosciuta giocando a un videogioco: quando abbiamo cominciato a parlarci abbiamo scoperto che vivevamo a poche case di distanza. Quindi ci siamo detti che saremmo dovuti uscire per vederci. Siamo stati molto fortunati. Quindi siamo usciti, ci siamo visti e siamo andati a pattinare perché ci piace molto, abbiamo parlato della vita e così ci siamo conosciuti. Molto romantico. Ora non gioco molto ai videogiochi ma quando era il periodo del Covid giocavo quasi tutti i giorni..."
"Sono grato alla gente e al club, mi hanno fatto realizzare un sogno. Fin da piccolo ero tifoso del Milan perché ho potuto vedere un'epoca dorata del Milan, cercavo di vedere più partite possibile. E ora che sono qui per me si è compiuto un sogno. Ma anche la città mi ha sorpreso e mi piace. Ci piace molto vivere qui. Mi ricordo che quando c'era il Derby Milan-Inter ci organizzavamo, perché dovevamo vederlo. Le due squadre avevano calciatori incredibili. Era come Barcelona-Real Madrid di oggi. Avevo una maglietta di Kakà quando ero piccolo e anche una di Ronaldinho".
"A 17 anni mi hanno diagnosticato una trombosi: i dottori mi hanno detto che la mia carriera era a rischio. È lì che mi sono avvicinato molto a Dio, ho trovato le mie risposte in Dio e ho riposto la mia speranza in Lui. Alla fine è successo il miracolo e oggi sento che sono nato di nuovo, sono diventato una nuova persona da quel momento: un'esperienza che mi ha reso più forte.
"Nella vita hai momenti buoni e momenti negativi. Ma credo che da quando ho incontrato Dio, ho trovato una stabilità emotiva: nei momenti brutti ho fede che tutto andrà bene e che mi sto preparando, che la battaglia sarà corta e non durerà per sempre. Ma anche al contrario, quando sono in un buon momento, sento che Dio mi mantiene umile, tranquillo. Ci sono alti e bassi. Ho un aneddoto: una volta al Feyenoord ho litigato con un compagno, cose che capitano e il giorno dopo abbiamo fatto la pace. Ma un sacco di messicani mi hanno scritto su Instagram per difendermi. Ho trenta milioni di messicani alle mie spalle che mi appoggiano".
"Sin da quando ero piccolo, in famiglia, mi chiamavano Bebote. Un grande amico di mio papà, Tito Villa, commentatore per una televisione messicana, quando ho iniziato a giocare in prima divisione, dal momento che era molto vicino alla mia famiglia e sapeva che mi chiamavano così, dopo che feci un goal urlò 'Gooool del Bebote!'. La gente da quel momento ha iniziato a chiamarmi così. Il cerotto sul naso è nato con un preparatore a Rotterdam. Facevamo lavoro di respirazione e quando me l'ha messa sulla prima volta è stato incredibile: ho iniziato a correre con questo cerotto e mi sentivo benissimo".
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