Imbruttire l’Italia non è un buon programma politico
La democrazia, malgrado i suoi sempre più evidenti difetti, imbellisce. L’allarme di Alfonso Berardinelli, gloria di questo giornale, è tutt’altro che infondato. La socialità perversa perverte i cuori, fomenta i peggiori istinti, primo tra tutti la ricerca di una protezione autoritaria o di un conformismo che tutela soltanto i pregiudizi meno rispettabili. Tuttavia, considerando l’alternativa, la democrazia va celebrata per quel che è, se democrazia liberale, il famoso sistema peggiore ad eccezione di tutti gli altri.
Certo però che le elezioni politiche sono un esame di maturità difficile da superare. Mesi di campagna elettorale, con la piccola destra parolaia che insidia le possibilità di vittoria della destra di governo e la spinge sul piano inclinato della stupidità verbosa e dello sfruttamento delle paure sociali, con la piccola sinistra chiassosa e spesso violenta che induce la coalizione delle opposizioni a una rincorsa demagogica, ripetitiva, inutilmente ansiogena, possono però imbruttire parecchio il paesaggio italiano e, se è per questo, europeo. Ci si mettono anche quegli storditi globali dei Maga americani, con i loro soldi e il loro antieuropeismo, con la loro predilezione per le guerre ingiuste, come quella allo straniero, e la loro repulsione per quelle giuste, in difesa degli ebrei di Israele e degli ucraini massacrati dal gerarca Putin. Dal fare l’occhiolino al cretino Maga, all’idea ridicola di una fortezza Europa, alla caricatura valoriale di Dio Patria e Famiglia, dal fare i battistrada del putinismo italiano travestito da spirito antimilitarista, o fiancheggiare Askatasuna, o delirare nell’antisemitismo, il passo al cedimento intellettuale e morale è breve.
Di qualcosa come un antidoto ci sarebbe bisogno, a destra e a sinistra, chissà che cosa però. Uno penserebbe a un centro politicamente esperto, e anche furbo, privo di lotte personali intestine, ambizioso erede della cultura della Prima Repubblica dei partiti, ma non c’è, ci sono schegge di serietà e piccoli spazi di una riserva indiana, magari da coltivare e sostenere, però privi del retroterra di cinismo e di avventura senza il quale non si fa politica efficace. Un vero peccato, tutto questo. Dovremmo essere orgogliosi di aver dato vita a una felice conclusione istituzionale e costituzionale della democrazia repubblicana, integrando tutto l’integrabile e trovando in persone abbastanza serie, e capaci, un barlume di classe dirigente dove nessuno (o pochissimi) si aspettava di trovarlo. Passati i tempi bui del governo di contratto tra le opposte demagogie, dei porti chiusi, dei pieni poteri in costume da bagno. Un governo e una maggioranza fino a ieri inimmaginabili, l’ultimo regalo alla politica dell’impolitico e privatissimo uomo di stato il cui nome è Berlusconi, hanno fatto il loro mestiere senza manette, al contrario, senza barricate verso Bruxelles, al contrario, senza opporre la retorica della bella morte e della Decima all’antifascismo costituzionale, al contrario, senza sfasciare il bilancio pubblico e isolare l’Italia, al contrario. Non è una conquista per tutti?
Per diventare alternativa nei fatti, ovviamente con una legittimazione elettorale chiara, le opposizioni cercano una piattaforma unitaria di leadership e di programma, il che è nella logica istituzionale quale che sia alla fine la legge che regola le elezioni politiche. L’intervista di Elly Schlein a questo giornale dovrebbe essere la base di questa piattaforma, eppure le insidie della concorrenza interna e della caccia perversa al consenso purchessia sono infinite, e non soltanto a sinistra. Il risultato è che rischiamo di lasciare un’Italia normalizzata, stabile e piuttosto furba, ma assolutamente non indecente, per fare, su misura del consenso marginale, in omaggio alle più grottesche stupidità dell’estremismo, che ha sempre un relativo successo, un capolavoro: un paese più brutto, rancoroso, incivile di quello che affronta le politiche.
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