Milano Pride 2026, sempre più realtà non partecipano: perché e cosa c’entra il rainbow washing
Marciare per i diritti, sì ma a che prezzo? Negli anni sempre più realtà politiche e commerciali hanno deciso di puntare sul Pride per esprimere la propria solidarietà alla comunità Lgbtqia+ e mostrare al mondo di condividerne i valori e la lotta, arrivando anche a sponsorizzare i tradizionali cortei e partecipare con un proprio carro.
Azioni che spesso però sono solo di facciata e non rispecchiano la realtà dei fatti, con aziende e partiti che non mettono in pratica politiche concrete in favore della comunità. Questa strategia si chiama rainbow washing ed è conosciuta in diverse declinazioni come ad esempio greenwashing (se riguarda tematiche ambientali) e social washing che più in generale consiste nel presentare un comportamento etico senza che vi sia un reale impegno.
Il Tempio del Futuro Perduto non partecipa al Milano Pride 2026
Quando si parla di Pride si parla di diritti, di inclusività, di eguaglianza e in presenza di atteggiamenti controversi da parte di aziende e partiti, molte persone e realtà civili hanno deciso di abbandonare le parate che si tengono ogni anno nelle città di tutta Italia. E’ il caso del Tempio del Futuro Perduto che sabato 27 giugno non prenderà parte al Milano Pride. “E’ stata una scelta fatta per aprire un dibattito. Notiamo che c’è sempre più distanza tra l’attivismo, la comunità reale e i grandi eventi”, dice a LaPresse Tommaso Dapri, fondatore di Tempio, una delle più grandi comunità culturali indipendenti d’Europa, con oltre 100.000 persone iscritte e più di 1 milione di visitatori.
“Tutto parte da un disagio. Noi siamo sempre stati uno dei carri più seguiti, popolari del Milano Pride e negli ultimi anni ci siamo sentiti sempre più a disagio. Il fatto è che non sono solo gli sponsor a fare rainbow washing”, racconta Dapri.
“Certo sono la cosa più eclatante e anti-etica ma il problema è che c’è una parte di partiti politici, completamente istituzionali, molto lontani da comunità e movimento, tipo il Partito democratico per citarne uno, che si è appropriata sempre di più del Pride. Come facciamo quindi a partecipare a un Pride in cui c’è un partito che vota per la guerra, per il riarmo e per togliere soldi alle scuole, agli ospedali, ai centri culturali. Questo è il nostro problema principale, è l’ipocrisia che c’è alla base”, dice ancora Tommaso che poi ci parla anche delle trattative tra sponsor e Milano Pride.
Sponsor e trattative
“In passato abbiamo fatto un’obiezione: dato che si rivendica così tanto che il Pride è un evento popolare e pubblico, perché le trattative con gli sponsor non sono trasparenti? Perché nessuno sa quanto Amazon dà al Pride? Perché nessuno sa queste cose? Se si sapessero come vengono amministrati i soldi ci sarebbero meno dissidenze. Capiamo benissimo che il Pride deve sostenere costi esorbitanti ma questo non giustifica portare avanti trattative segrete con sponsor che fanno green e rainbow washing a ogni opportunità. E’ un cane che si morde la coda”, spiega il fondatore di Tempio.
Le altre realtà che rinunciano
Oltre al centro culturale meneghino anche altre organizzazioni e locali simbolo della città hanno deciso di non prendere parte al Milano Pride (per motivi differenti) come Il Borgo delle Perse e Lecco Milano. “Diverse realtà stanno rinunciando. La nostra è stata una scelta isolata ma non vuole essere una contestazione o un boicottaggio”, dice ancora Dapri.
Quanto costa partecipare al corteo
Partecipare al corteo, inoltre, significa mettere mano al portafoglio e fare un grosso investimento che, per le piccole realtà indipendenti come il Tempio, è ingente. Tra l’autorizzazione per sfilare, la realizzazione del carro, l’impianto audio, l’autista e il servizio d’ordine si spende tra i 10.000 e i 15.000 euro e “non c’è nessun tipo di rientro economico”, afferma Tommaso. “E’ quindi logico che le realtà come la nostra, senza finanziamenti pubblici, senza supporti politici, si esauriscono ed è logico che rimangono Amazon e chi ha i soldi. E’ un’operazione di egemonia culturale”.
Dapri: “Questa ipocrisia rischia di uccidere la comunità”
Ma c’è mai stato un prima e un dopo? C’è mai stato un Milano Pride privo di sponsor e affiliazioni? “Il Pride era iniziato come un movimento partecipato dalle realtà sociali milanesi mentre adesso, sempre di più, i Pride sono un corteo dell’elettorato Pd e sempre meno un momento di comunità libero e trasparente. Questo è quello che vedo progressivamente negli ultimi 10 anni. E’ cambiato tutto. L’ideologia è scomparsa e sono rimasti i brand e chi ha i soldi”, dichiara Dapri. “Questa ipocrisia potrebbe rischiare di uccidere la comunità e noi abbiamo voluto aprire il dibattito”.
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