Mondiali, era il 9 luglio 2006: vent’anni fa l’Italia saliva sul tetto del mondo. È passata una vita, e qui il calcio non è più tornato
Vent’anni fa l’Italia batteva la Francia ai rigori e diventava campione del mondo per la quarta volta. A Berlino finì una cavalcata meravigliosa cominciata nel pieno di Calciopoli. Oggi quella notte sembra l’ultimo giorno dell’Olimpo azzurro, prima che lo specchio magico si rompesse.
Dalla notte di Berlino alle tre mancate qualificazioni: cosa resta dell’ultima vera Italia, quella campione del Mondo
Come direbbe qualcuno, “ma questa notte è ancora nostra”.
Dopo vent’anni passiamo ancora i momenti di nostalgia sportiva guardando quegli highlights e ascoltando le stesse parole: “Palla tagliata, messa fuori. C’è Pirlo, Pirlo, Pirlo, ancora Pirlo, di tacco tiro. Gol.Gol.Gol. Grosso! Grosso! Gol! Gol di Grosso! Gol di Grosso! Gol di Grosso! Manca un minuto! Manca un minuto! Gol di Grosso! Gol di Grosso! Incredibile! Incredibile! Siamo sopra e manca un minuto!”. E poi ancora: “Arriva il pallone, lo mette fuori Cannavaro! Poi ancora insiste Podolski, Cannavaro! Cannavaro! Via il contropiede per Totti, dentro il pallone per Gilardino. Gilardino la può tenere anche vicino alla bandierina, cerca l’1 contro 1, Gilardino, dentro Del Piero, Del Piero, gol! Alex Del Piero! Chiudete le valigie andiamo a Berlino!”.
È il 4 luglio del 2006. Cinque giorni dopo, il 9 luglio, a Berlino, l’Italia di Marcello Lippi vince il quarto titolo mondiale. Batte la Francia ai rigori, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari. Zidane segna su rigore al 7’, Materazzi pareggia di testa al 19’, su calcio d’angolo. Poi la testata di Zidane a Materazzi, l’espulsione segnalata dal quarto uomo e la sequenza finale dal dischetto. Trezeguet sbaglia, De Rossi calcia sotto l’incrocio, Grosso segna l’ultimo rigore. L’urlo “campioni del mondo”, gridato quattro volte. L’Italia diventa campione del mondo. Campione del mondo.
Quella notte, però, non chiude soltanto una cavalcata trionfale. Chiude un’epoca. La Nazionale festeggia nel punto più alto della storia recente, mentre il calcio italiano sta già bruciando sotto i suoi piedi. Calciopoli ha travolto dirigenti, arbitri, club, federazione, giornali e tifosi. La foto con il commissario straordinario Guido Rossi accanto alla squadra e a Lippi resta una delle immagini più strane e più vere di quel Mondiale: gli azzurri con la Coppa, e il palazzo del calcio italiano già in macerie.
Il raduno a Coverciano comincia mentre le prime intercettazioni occupano le prime pagine. Il 4 maggio 2006 vengono pubblicate le telefonate relative alla stagione 2004-2005. In pochi giorni escono i nomi del direttore generale della Juventus Luciano Moggi, dell’amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo, del designatore Pierluigi Pairetto e del vicepresidente federale Innocenzo Mazzini. L’8 maggio il presidente federale Franco Carraro si dimette. L’11 maggio lascia l’intero Consiglio di amministrazione della Juventus. Il 12 maggio la procura di Napoli iscrive nel registro degli indagati 41 persone. Nell’inchiesta finiscono dirigenti di club, vertici federali, arbitri, designatori, assistenti, un giornalista e agenti della Digos di Roma. Le società coinvolte sono Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio. Le gare al centro degli accertamenti sono 20. Il 16 maggio il Coni nomina Guido Rossi commissario straordinario della Figc. Il processo sportivo porta alla retrocessione in Serie B della Juventus e alle penalizzazioni per Milan, Lazio e Fiorentina.
Lippi e Gigi Riva tengono il gruppo lontano da tutto. Non è semplice. Nello spogliatoio ci sono molti giocatori della Juventus, il club più colpito dallo scandalo. Ci sono campioni abituati a vincere in Serie A e in Europa, ma anche uomini costretti a leggere ogni giorno accuse, intercettazioni, sospetti, dimissioni. La Nazionale parte per la Germania con la testa piena e qualcosa che pulsa dentro. Tipico dell’italianità.
Il 12 giugno, ad Hannover, l’Italia supera il Ghana per 2-0 con i gol di Pirlo e Iaquinta. Il 17 giugno, a Kaiserslautern, arriva l’1-1 contro gli Stati Uniti: segna Gilardino, poi l’autorete di Zaccardo e l’espulsione di De Rossi complicano la partita. Il 22 giugno, ad Amburgo, gli azzurri battono la Repubblica Ceca 2-0 con Materazzi e Inzaghi e chiudono il girone al primo posto.
Agli ottavi, il 26 giugno, l’Australia porta l’Italia fino al 95’. Il celebre rigore di Totti, con una nazione intera che teme il cucchiaio, dà agli azzurri l’1-0 e il pass per i quarti. Il 30 giugno, contro l’Ucraina, arriva il 3-0 con il gol di Zambrotta e la doppietta di Toni. Poi Dortmund. Poi la Germania. Poi il pezzo di memoria che ancora oggi rimbalza da una generazione all’altra. La semifinale del 4 luglio 2006 è il capolavoro tecnico e mentale di quella squadra. La Germania gioca in casa, spinta da uno stadio pieno e da un Paese che si sta riscoprendo leggero dopo anni di complessi. L’Italia resiste, soffre, costruisce, prende pali, aspetta. Al 119’, da un calcio d’angolo, Pirlo riceve al limite dell’area, non tira, aspetta il varco e serve Grosso. Il sinistro finisce sul palo lontano. Al 121’, Cannavaro respinge due volte, Totti avvia il contropiede, Gilardino attira la difesa e Del Piero chiude la partita all’incrocio. Germania-Italia 0-2. L’Italia va a Berlino.
La finale contro la Francia ha anche il sapore di una rivincita. Sei anni prima, a Euro 2000, i Bleus avevano battuto gli azzurri con il Golden Gol di Trezeguet. A Berlino, Zidane porta avanti la Francia con un rigore calciato sotto la traversa. Materazzi pareggia di testa. Gli stessi due protagonisti finiscono poi al centro dell’episodio più famoso della finale: la testata di Zidane, sfuggita all’arbitro Elizondo e segnalata dal quarto uomo. La Francia perde il suo campione prima dei rigori. L’Italia non sbaglia dal dischetto. Per la Francia, sbaglia proprio, ironia della sorte David Trezeguet. Grosso calcia l’ultimo pallone della notte e di quel Mondiale. È gol. Campioni del mondo.
Quella Nazionale era ricca di nomi che oggi sembrano appartenere a un altro mondo, a un’altra industria, a un’altra idea di calcio. Buffon e Peruzzi tra i portieri. Cannavaro, Pallone d’Oro 2006, Nesta, Zambrotta, Materazzi e Grosso dietro. Pirlo, Gattuso, De Rossi, Perrotta e Camoranesi in mezzo. Totti, Del Piero, Toni, Inzaghi, Gilardino e Iaquinta davanti. Era una squadra piena di uomini formati da club forti, campionati duri, partite europee vere e spogliatoi importanti.
Dopo Berlino, il calcio italiano non è più tornato. Nel 2010 e nel 2014 l’Italia esce dal Mondiale nella fase a gironi. Nel 2018, nel 2022 e nel 2026 non si qualifica. Dal rigore di Grosso in poi, la Nazionale non ha più giocato una partita a eliminazione diretta in un Mondiale. L’Europeo vinto nel 2021, dopo il rinvio del 2020 per il Covid, ha dato al Paese un’altra notte di festa. Non ha cancellato il vuoto intorno. Il mondo è cambiato. Il calcio è diventato più veloce, più fisico, più ricco, più globalizzato. Le nazionali migliori producono esterni, centrocampisti tecnici, difensori che impostano, attaccanti che attaccano lo spazio e partecipano al gioco. L’Italia ha continuato troppo a lungo a cercare salvezza nella propria mitologia. Il catenaccio ha fatto la storia quando era cultura, intelligenza, crudeltà agonistica e capacità di leggere le partite. Quando diventa rifugio, non cura più. Difende il risultato, non costruisce un futuro.
La Serie A degli anni Ottanta, Novanta e Duemila attirava i migliori calciatori del mondo. Gli stadi erano pieni, i club italiani arrivavano in fondo alle coppe europee, i campioni stranieri crescevano guardando i talenti italiani. Poi sono arrivate le occasioni mancate: gli stadi del Mondiale 1990 invecchiati male, le riforme rimandate, i vivai impoveriti, le proprietà in difficoltà, i club costretti a vendere, il minutaggio dei giovani italiani ridotto. Calciopoli non ha creato da sola il declino, ma lo ha mostrato senza più trucco.
Vent’anni dopo, il problema ha un nome semplice: talento. L’Italia produce meno fuoriclasse, meno leader tecnici, meno giocatori capaci di incidere. Nel 2006 Lippi poteva scegliere tra Totti e Del Piero, Toni e Inzaghi, Pirlo e De Rossi, Nesta e Materazzi. Oggi ogni convocazione diventa una caccia al ruolo scoperto, al centravanti che manca, al regista che non nasce, all’esterno che non strappa.
La Coppa del 2006 resta meravigliosa anche per questo. Brilla come un ultimo lampo prima del lungo buio. Grosso che corre dopo il gol alla Germania, Cannavaro che alza il trofeo nella sua centesima presenza in Nazionale, Lippi che fuma il sigaro, Gattuso che urla, Pirlo che sembra non sudare mai, Buffon che para tutto, Materazzi che segna in finale. Sono immagini di un Paese che in quel mese seppe vincere mentre tutto il resto cadeva.
Il 9 luglio 2006 l’Italia sale sull’Olimpo del calcio per la quarta volta. Da allora non ha più trovato la strada per tornarci. E vent’anni dopo Berlino, l’urlo di Grosso fa ancora venire i brividi anche perché arriva da un mondo che non esiste più.
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