Napoli non si disarma coi decreti, ma con lo Stato
Le immagini di quanto accaduto a piazza Montesanto ci hanno lasciato tutti sotto shock. Nel cuore di Napoli una rissa tra passanti si è trasformata, nel giro di pochi istanti, in uno scenario di guerra. Davanti agli occhi di centinaia di cittadini e turisti sono spuntate pistole e perfino un Kalashnikov. Un proiettile vagante avrebbe potuto colpire chiunque. Non siamo più di fronte a episodi criminali confinati nell’ombra. È una violenza sfacciata, armata fino ai denti, che si manifesta in pieno giorno, nei luoghi della vita quotidiana. Ed è questo il dato più inquietante.
L’ennesimo episodio riapre inevitabilmente il dibattito sulla sicurezza e sul ruolo delle istituzioni. In questa battaglia non possono essere lasciati soli i Comuni e i sindaci, spesso chiamati a rispondere della paura dei cittadini senza avere gli strumenti economici, normativi e operativi per intervenire. Ognuno deve fare la propria parte, ma è dal Governo che bisogna pretendere risposte concrete. Finora la risposta si è concentrata soprattutto sull’inasprimento delle pene. Si è scelto di puntare, ad esempio, sul Decreto Caivano. Ma quando si spara per strada servono soprattutto uomini e mezzi. Servono poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti della polizia locale in numero sufficiente per presidiare stabilmente i quartieri più esposti. La repressione scritta nelle leggi, senza un rafforzamento della presenza dello Stato sul territorio, rischia di trasformarsi in propaganda.
L’episodio di piazza Montesanto ci consegna però anche un’altra priorità, immediata e non rinviabile: togliere le armi dalle strade. Disarmare Napoli. Non possiamo abituarci all’idea che in pieno centro cittadini e turisti assistano a sparatorie o vedano circolare armi da guerra. La facilità con cui oggi si reperiscono pistole, fucili d’assalto e armi clandestine sul mercato nero rappresenta una delle emergenze più gravi. Dai coltelli alle pistole modificate, fino ai Kalashnikov, esiste un circuito criminale capace di rifornire con estrema rapidità clan e gruppi di giovanissimi. Armi che vengono prestate, noleggiate, utilizzate per stese, rapine o regolamenti di conti e poi nascoste in depositi comuni controllati dalla criminalità organizzata. Se scuola, servizi sociali, associazionismo e opportunità di lavoro possono sottrarre nel tempo manodopera ai clan, il disarmo è la misura che può fermare subito l’emorragia di sangue. Un ragazzo fragile, arrabbiato o violento senza una pistola resta un giovane che lo Stato può ancora intercettare, educare e recuperare. Con una pistola in mano può diventare, nel giro di pochi secondi, un assassino o una vittima.
Per questo serve una vera offensiva contro il mercato nero delle armi. Servono investigazioni specializzate, attività di intelligence, cooperazione internazionale per interrompere i canali di approvvigionamento, controlli sulle rotte del traffico illegale e un’azione sistematica per individuare e sequestrare gli arsenali della camorra. Magistratura e forze dell’ordine svolgono ogni giorno un lavoro straordinario e meritano il massimo sostegno. Ma non possono essere lasciate sole, né costrette a operare con organici e risorse insufficienti. Occorre una mobilitazione dell’intero Stato. Rafforzare la presenza delle forze dell’ordine, sostenere i Comuni, investire nella scuola pubblica, finanziare i servizi sociali e disarmare fisicamente i quartieri non è buonismo. È la più seria e lungimirante politica per la sicurezza. La violenza non si sconfigge soltanto nelle aule dei tribunali o aumentando le pene. Si sconfigge togliendo le armi dalle mani dei ragazzi e restituendo loro la possibilità di scegliere un futuro diverso. Solo così lo Stato potrà dimostrare di essere davvero presente, spezzando il ricambio generazionale della criminalità organizzata e restituendo a Napoli la sicurezza e la libertà che merita.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)