Nasce a Ostia, muore dopo poche ore: tre medici indagati. Il dramma di una vita appena cominciata
Deceduta al Sant’Eugenio dopo il trasferimento dall’ospedale Grassi. La Procura di Roma indaga per omicidio colposo: sotto esame l’assistenza dopo il parto e i tempi dei soccorsi.
Doveva essere il primo giorno di una vita intera. È diventato l’ultimo. Una bambina nata il 18 settembre all’ospedale Grassi di Ostia è morta il giorno successivo al Sant’Eugenio di Roma, dove era stata trasferita d’urgenza per difficoltà respiratorie. Una tragedia sulla quale adesso la magistratura vuole fare piena luce.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, iscrivendo nel registro degli indagati tre medici in servizio nella struttura sanitaria del litorale. Un passaggio giudiziario necessario anche a garantire lo svolgimento degli accertamenti tecnici, che non rappresenta un’attribuzione di responsabilità.
Dal Grassi al Sant’Eugenio: quelle ore decisive
Secondo quanto ricostruito, poco dopo la nascita la piccola avrebbe manifestato problemi respiratori, inizialmente valutati come non particolarmente allarmanti. La situazione ha comunque indotto i sanitari a organizzare il trasferimento al Sant’Eugenio, ospedale attrezzato per assistere neonati con esigenze cliniche più complesse.
Il giorno seguente, però, il quadro si è concluso tragicamente. La bambina non ce l’ha fatta. Ora l’attenzione degli investigatori si concentra soprattutto su ciò che è accaduto dopo il parto: le valutazioni mediche, le cure prestate e le modalità del trasporto.
L’autopsia e le risposte ancora da trovare
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, si avvale di una consulenza collegiale affidata al medico legale Luigi Cipolloni, affiancato da specialisti in ginecologia e neonatologia. L’obiettivo è stabilire se l’assistenza sia stata tempestiva e appropriata oppure se eventuali omissioni o ritardi abbiano contribuito al decesso. Nessuna conclusione, al momento, può essere anticipata.
Resta una vicenda dolorosissima, nella quale il diritto della famiglia a conoscere la verità deve accompagnarsi alla tutela dei professionisti coinvolti. Perché un’indagine non è una sentenza. E perché, davanti a una vita durata meno di un giorno, le risposte contano molto più delle accuse.
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