Nel 2025 le 65 banche più grandi al mondo hanno stanziato 906 miliardi di dollari in combustibili fossili: +8% rispetto al 2024

09 Giugno 2026 - 15:33
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Nel 2025 le 65 banche più grandi al mondo hanno stanziato 906 miliardi di dollari in combustibili fossili: +8% rispetto al 2024

Le 65 principali banche al mondo hanno investito ben 906 miliardi di dollari nel settore dei combustibili fossili solo nel corso del 2025, segnando un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Questo dato si inserisce in un trend decennale drammatico che, a partire dalla firma dell’Accordo di Parigi (adottato nel dicembre 2015 ma formalmente siglato da 177 paesi nell’aprile 2016), vede un flusso complessivo di finanziamenti verso petrolio, gas e carbone pari a 8,7 mila miliardi di dollari. Tutto ciò emerge dalla diciassettesima edizione del report Banking on climate chaos (Bocc) e l’aspetto più critico che viene evidenziato dai ricercatori emerge dal boom dei fondi destinati all’espansione dei combustibili fossili, cresciuti del 27% fino a raggiungere la cifra record di 508 miliardi di dollari, una traiettoria giudicata totalmente incompatibile con l’obiettivo globale di contenere il riscaldamento globale entro +1,5°C rispetto all’era preindustriale.

La concentrazione del capitale vede come protagonista assoluta la cosiddetta “Sporca Dozzina”, per riprendere il titolo di un film, ovvero il gruppo delle dodici banche che da sole gestiscono quasi il 40% del finanziamento fossile mondiale. Al vertice di questa classifica si conferma JPMorgan Chase, che nel 2025 ha stanziato 58 miliardi di dollari con un incremento del 12,6%, seguita a pari merito da Bank of America e dalla giapponese Mufg con 47 miliardi ciascuna, con quest'ultima che registra un balzo del 21% in un solo anno. Le “Dirty Dozen” — queste dodici banche largamente esposte nel settore dei combustibili fossili — forniscono ora quasi il 40% di tutti i finanziamenti bancari globali destinati ai combustibili fossili, su un totale di circa 2.000 banche in tutto il mondo.

A livello geografico gli Stati Uniti consolidano il loro primato negativo aumentando la propria quota di finanziamento globale al 32%, mentre l’Europa mostra un andamento spaccato in due: se da un lato istituti come Ubs, La Caixa e Bnp Paribas riducono i propri flussi di oltre il 25%, dall’altro colossi come Standard Chartered, Deutsche Bank e Hsbc aumentano i propri investimenti fossili. Questo incremento è favorito da un massiccio dietrofront politico e normativo: in seguito al collasso della Net-Zero Banking Alliance favorito dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, 12 delle 15 principali banche nordamericane hanno infatti cancellato i propri impegni climatici, e istituti come JPMorgan e Goldman Sachs hanno rimosso i vincoli sull'Artico e sul carbone.

Andando a leggere ancora qualche dettaglio contenuto nel report, settorialmente, il 2025 è stato segnato da un’impennata dell’84% nel comparto infrastrutturale e del trasporto del gas. Questa impennata è stata spinta dal boom del gas naturale liquefatto (Gnl), comparto in cui aziende come Venture Global hanno sfruttato le tensioni geopolitiche per ottenere profitti record, mentre sono tornati a crescere in modo drastico anche gli investimenti nelle centrali e nell'estrazione di carbone. Infine, il rapporto, curato da organizzazioni come Rainforest Action Network e Sierra Club, traccia un legame diretto tra l’instabilità energetica e la crisi globale del costo della vita, evidenziando come i conflitti geopolitici del decennio, dall’Ucraina alla guerra in Iran del 2026, abbiano generato rincari e razionamenti che gravano sulla popolazione dei paesi importatori, mentre l’84% degli extra-profitti rimane saldamente concentrato nelle mani del 10% più ricco del pianeta.

Sottolinea Jessye Waxman, consulente della campagna per la finanza sostenibile del Sierra Club e coautrice di questo report: «Le grandi banche non sono semplici osservatrici passive della crisi climatica. Stanno finanziando l’espansione dei combustibili fossili che aggrava il rischio climatico e scarica tali costi sulle famiglie, sulle comunità e sull’economia in generale. Ciò dovrebbe allarmare gli investitori istituzionali e i fondi pensione, i cui portafogli dipendono da mercati assicurativi stabili, mercati immobiliari funzionanti, infrastrutture affidabili e un’economia resiliente. Gli investitori non possono considerare le politiche climatiche delle banche come una questione secondaria: il continuo finanziamento dell’espansione dei combustibili fossili contribuisce direttamente al rischio a livello di portafoglio, e le banche dovrebbero essere ritenute responsabili dell’aggravarsi della crisi».

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