Nella Casa di The Human Safety Net, un luogo dove la città entra, si ferma e incontra l’arte di Marinella Senatore

17 Luglio 2026 - 16:15
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Poche piazze al mondo sono state guardate quanto Piazza San Marco, ma il paradosso è che proprio l'eccesso di sguardi rischia di renderla invisibile. Si arriva lì e si già cosa rappresenta: Venezia, la bellezza, la storia e la (solita) cartolina. Eppure, dietro la sua superficie monumentale, continua a produrre significati e a reinventare il rapporto tra spazio pubblico, cultura e vita civile. Le Procuratie Vecchie, sul lato nord della piazza, appartengono a questa tradizione, perché per secoli sono state una presenza discreta e insieme centrale, una quinta architettonica familiare a chiunque abbia posato lo sguardo su San Marco, ma oggi, dopo il lungo restauro firmato da David Chipperfield e l'apertura al pubblico nel 2022, "hanno assunto la funzione di custodire una memoria, ma soprattutto di generare occasioni di incontro e riflessione", spiega al Foglio Alexia Boro, Head of Home della Fondazione Generali The Human Safety Net. Siamo alla Festa dell'Innovazione del Foglio 2026, ospitata proprio nei grandi e luminosi spazi della Casa di The Human Safety Net che occupa alcuni piani dell'edificio e che "nasce dall'intuizione di riportare la dimensione umana al centro del discorso pubblico", aggiunge la direttrice. "In una città spesso ridotta a fondale, creare un luogo in cui le persone possano sostare, confrontarsi, ascoltare e ascoltarsi rappresenta quasi un gesto controcorrente". "Le Procuratie", continua Boro, "non si limitano ad accogliere attività culturali, ma diventano un organismo aperto e permeabile, capace di dialogare con ciò che accade all'esterno per restituirlo sotto forma di esperienza condivisa".

Dalle finestre tonde delle Procuratie la piazza cambia ritmo e diventa un organismo che continua a muoversi anche quando lo si osserva dall'alto. I flussi sotto i portici si alternano senza soluzione e proprio questa continuità restituisce l'idea di uno spazio che non si lascia mai fissare del tutto. "È uno spazio aperto a tutti e la formula non suona come una dichiarazione di principio, ma come una scelta culturale precisa. L'innovazione sociale deve trovare forme accessibili, capaci di coinvolgere direttamente le persone". Per questo il nostro percorso comincia con A World of Potential, un'installazione permanente che invita i visitatori a confrontarsi con la creatività, la curiosità, la perseveranza la gratitudine e la speranza, delle risorse concrete che ciascuno possiede e che possono essere coltivate.

"Ci ricordiamo troppo poco del potenziale che abbiamo", osserva Boro. "Eppure è qualcosa che può essere allenato". La filosofia della Fondazione prende forma da questa convinzione. "Intervenire all'inizio di una storia significa ampliare le possibilità di modificarne l'esito. Vale per le famiglie vulnerabili con bambini piccoli, per i rifugiati che cercano nuove opportunità professionali e, in fondo, anche per chi arriva alle Procuratie senza aspettative particolari e scopre prospettive inattese". In questo contesto il rapporto con l'arte appare quasi inevitabile. "L'arte possiede la capacità di dare volto e voce a questioni che spesso restano intrappolate nell'astrazione dei numeri". Da qui nasce la collaborazione con Marinella Senatore e la sua mostra che si aggiunge ai tanti appuntamenti previsti quest'anno, da L'Aquila, Capitale della Cultura 2026, a Roma, in Puglia (alla Masseria Torre Maizza) e all'estero. "Cercavamo un'artista che avesse voglia di fare un viaggio con noi, un percorso condiviso con le comunità coinvolte dalla Fondazione dove la pratica artistica diventa occasione di partecipazione e di crescita collettiva".

Senatore ha lavorato tra Varsavia, Palermo, Mestre e Mumbai e il risultato è un progetto corale costruito attraverso laboratori, incontri, ricami e racconti dove l'opera coincide spesso con il processo che l'ha generata. La mostra occupa gli spazi delle Procuratie con naturalezza tra frasi luminose, grandi arazzi tessili e installazioni che trasformano il visitatore da osservatore a presenza attiva, pronto a prendere parte a una narrazione comune. Anche il foyer assume una funzione diversa, perché non è più soltanto uno spazio introduttivo, ma una scena viva dove gli arazzi dialogano con il pubblico e ne accolgono la presenza registrandone il movimento.

Uno dei temi che attraversa il progetto è la cura, intesa come esercizio quotidiano di attenzione verso gli altri. "Tutto si ripara", dice Boro, e in questa frase si concentra il nucleo della visione della Fondazione "che consiste nel riconoscere la fragilità come condizione condivisa". Non è un caso che alcuni arazzi siano stati realizzati a Mumbai (negli atelier della Chanakya School of Craft), coinvolgendo le donne in una tradizione artigianale storicamente maschile, né sorprende che molte opere nascano dall'incontro con persone che hanno attraversato esclusione o cambiamenti radicali. In quegli spazi, dunque, l'arte torna così a svolgere una funzione antica che consiste nel creare relazioni e nel rendere visibile ciò che resta ai margini, trasformando esperienze individuali in patrimonio comune. È forse questa la lezione più veneziana di tutte, come ci ricorda Boro prima di salutarci, e cioè che "la civiltà non nasce dall'isolamento, ma dal riconoscersi parte di una stessa storia".

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