«Nella cultura deve tornare il confronto. Non tutta la sinistra lo rifiuta: dialogare è possibile». Parla Cannella

Il titolo del suo ultimo libro ha tutto il sapore della provocazione: La cultura di destra non esiste (Serradifalco Editore). Attenzione, però, la barratura del “non” con un tratto rosso non è un errore di stampa: dietro c’è una scelta ben precisa e che assume un peso specifico significativo perché l’autore è Giampiero Cannella, sottosegretario al Ministero della Cultura. Lo abbiamo intercettato al festival “Passaggi” di Fano, dove ha presentato il libro – che ha la prefazione del ministro Alessandro Giuli – con il direttore del Secolo d’Italia, Antonio Rapisarda, e gli abbiamo chiesto chiarimenti.
Sottosegretario Cannella, partiamo dal libro: come nasce questo progetto, quale obiettivo c’è dietro?
«Piccola premessa: questo libro-intervista è stato ultimato a dicembre del 2025, quando ero assessore e vicesindaco a Palermo. Nasce da un’idea di Danilo Maniscalco che, dopo aver ascoltato un mio intervento sulla cultura di destra e sul modo in cui chi si riconosce in quella tradizione dovrebbe affrontare le sfide contemporanee, mi ha proposto di sviluppare quelle riflessioni in un libro. Da lì è emersa una domanda interessante: un uomo di destra si sente ancora oggi considerato un “figlio di un dio minore” nel panorama culturale italiano?»
E lei si sente figlio di un dio minore?
«Personalmente non mi sono mai sentito tale, perché ho piena consapevolezza della tradizione culturale alla quale appartengo. Tuttavia, mi sono spesso imbattuto in persone che, credendo di farmi un complimento, mi dicevano: “Sei di destra, ma sei una persona colta”, oppure “Sei di destra, ma sei intelligente”…»
“Sei di destra, ma sei una persona perbene…”
[sorride] «Esattamente. Come se l’essere di destra fosse incompatibile con la cultura, con l’intelligenza o con altre qualità umane. È proprio questo pregiudizio che mi ha spinto a scrivere il libro».
Nel volume lei sostiene che quella definita comunemente come “cultura di destra” non sia altro che la cultura nazionale. In che senso?
«Esiste una vastissima tradizione culturale che viene etichettata come “di destra”, ma che in realtà appartiene all’intero bagaglio della Nazione. Nel dopoguerra questa tradizione è stata progressivamente marginalizzata da un’industria culturale che si è fatta sistema e ha occupato gran parte dei luoghi di produzione e diffusione delle idee: il cinema, l’editoria, la televisione, il giornalismo. Personaggi come Guareschi, Longanesi, Maccari, trattati con sufficienza se non discriminati da un certo intellettualismo di sinistra, tanto per fare qualche esempio».
Si è trattato di esclusione?
«Sicuramente sì. Il mio intento, comunque, non è rivendicare una cultura alternativa, ma ricordare che la cultura italiana è molto più ampia e complessa di quanto una certa narrazione abbia lasciato intendere per lungo tempo».
Dal libro emerge anche l’idea di una cultura di destra geneticamente plurale e insofferente alle etichette.
«Assolutamente. A differenza di quanto spesso accade nella tradizione della sinistra, gli intellettuali “di destra” non sono intellettuali “della destra”, organici a qualcosa o a qualcuno, ma intellettuali che, pur condividendo alcuni riferimenti culturali, hanno sempre mantenuto una forte autonomia di pensiero, spesso al limite dell’impoliticità».
A chi si riferisce?
«Se osserviamo figure come D’Annunzio e Marinetti, la pittura futurista di Balla e quella metafisica di De Chirico, il pensiero di Gentile e quello di Prezzolini o Del Noce, troviamo sensibilità molto diverse, talvolta persino contrapposte. La ricchezza di questa tradizione risiede proprio nella sua pluralità. Nel libro definisco molti di questi autori come corrispondenti al prototipo dell’”anarca jüngeriano”: intellettuali che combattono le proprie battaglie come lupi solitari, senza aderire a schemi rigidi».
Lei affronta anche il tema del rapporto tra cultura e fascismo. Con quale approccio?
«Con un approccio storico. Ho ricordato chi furono gli intellettuali del periodo fascista senza alcuna nostalgia o volontà celebrativa. È semplicemente un dato della storia italiana. La cultura nazionale non è mai stata sterile in nessuna fase della nostra storia; è sempre stata viva, fertile e produttiva, anche nei momenti più controversi».
Esiste oggi una classe dirigente culturale riconducibile all’area conservatrice pronta ad assumere responsabilità nei musei, nelle case editrici, nei giornali e nelle istituzioni culturali?
«Esiste, ma è in gran parte inespressa. Tuttavia, vorrei chiarire un punto…».
Prego.
«Il mio non è e non vuole essere un libro contro qualcuno. Al contrario, auspico l’apertura e il confronto».
Confronto tra chi?
«Cito nel volume il rapporto ideale tra Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini e il loro incontro a Venezia nel 1967, per sostenere che bisogna tornare a confrontarsi. Che bisogna parlarsi. Non considero tutta la sinistra pregiudizialmente attestata su posizioni inconciliabili con il confronto. Contesto piuttosto l’esistenza di un sistema culturale egemonizzato da frange radicali impegnate a negare il diritto di cittadinanza alle idee non conformi a canoni prestabiliti».
Si riferisce alle recenti polemiche sul “patentino antifascista” per partecipare a “Più libri più liberi”?
«Certamente, è un aspetto. Ma non solo. Penso ai linciaggi culturali subiti negli anni da Giuliano Ferrara, Oriana Fallaci, Susanna Tamaro e perfino Giorgio Bocca. Non stiamo parlando di esponenti della destra politica, ma di personalità che, nel momento in cui si sono allontanate da una certa ortodossia culturale, sono state emarginate. Questo dimostra che la questione non riguarda la cosiddetta cultura di destra, bensì l’esistenza di meccanismi di esclusione che tendono a marginalizzare le voci dissenzienti».
Come si tutela il pluralismo culturale dal rischio di una politicizzazione di segno opposto?
«Lo si tutela con una cultura aperta, favorendo la circolazione delle idee e moltiplicando le occasioni di confronto. Le istituzioni culturali hanno una loro autonomia e nessuno intende metterla in discussione. Il compito della politica è dimostrare che esiste una pluralità di sensibilità, tradizioni, visioni del mondo e linguaggi che vanno compresi, riconosciuti e in molti casi valorizzati, non censurati da pochi autoproclamati custodi del politicamente corretto».
Da sottosegretario, come intende garantire tale molteplicità?
«A differenza di una parte consistente dell’intellettualismo di sinistra che agisce arrogandosi la funzione paternalistica di giudicare e valutare quali siano i messaggi culturali ostensibili al pubblico e ritiene di svolgere una funzione pedagogica nella società, io sostengo che occorra avere grande fiducia nei lettori e negli spettatori, in una nazione libera e pluralista non abbiamo bisogno di un “Ministero della Verità” di orwelliana memoria. Credo che gli italiani siano perfettamente in grado di valutare autonomamente le idee che vengono proposte».
Mi sembra di capire che la pensa come Francesco De Gregori?
«Se si riferisce alle recenti polemiche, al di là del merito della vicenda sì, la penso come lui. E le dico pure che il dibattito sulle parole di Erri De Luca mi ha amareggiato parecchio».
La voglio provocare. Perché un uomo con il suo percorso politico è stato chiamato ai vertici del Ministero della Cultura? Per costruire una nuova egemonia culturale?
«No, direi proprio di no. Anzi, è esattamente il contrario. Non sono chiamato a costruire alcuna egemonia, ma a contribuire alla liberalizzazione delle idee nel sistema culturale italiano».
In che modo?
«Qui non si tratta di sostituire un’egemonia culturale con un’altra uguale e contraria. L’obiettivo è rendere il sistema più libero, più aperto e più accessibile. Per troppo tempo alcuni ambienti hanno governato non soltanto la diffusione dei messaggi e delle idee, ma anche l’accesso e le carriere nel mondo della cultura secondo criteri ideologici. Oggi vogliamo garantire una reale pluralità».
Lei fu tra i primi, già negli anni Novanta, a definire i contenuti culturali del conservatorismo in Italia, andando controcorrente anche nella sua stessa area politica. Come vede oggi l’evoluzione della destra?
«Pubblicai Rivoluzione blu nel 1999, in un periodo in cui il conservatorismo non godeva di particolare popolarità, soprattutto negli ambienti giovanili della destra. Oggi la situazione è profondamente cambiata. La scelta di Giorgia Meloni di collocare Fratelli d’Italia all’interno della grande famiglia del conservatorismo europeo è chiara e irreversibile. Vedo un partito pienamente coerente con questa impostazione».
Nel libro compare la fotografia di un giovane Cannella accanto a Margaret Thatcher. Perché ha scelto di inserirla?
«Era il 2000. Partecipavo a Londra alla convention dei giovani conservatori europei come presidente di Azione universitaria. Avevo appena pubblicato Rivoluzione blu e l’incontro con Margaret Thatcher fu per me l’incontro con un autentico mito politico».
Per lei era un mito politico, per altri del suo partito no…
«Guardi, durante il suo intervento raccontò come lei, Ronald Reagan e Giovanni Paolo II avessero contribuito alla sconfitta del comunismo. Per me fu un momento di grande emozione e, soprattutto, uno spartiacque nella mia crescita culturale. Molte idee che fino a quel momento avevo maturato in modo intuitivo trovarono una forma più compiuta all’interno del pensiero conservatore. Per questo considero quella fotografia un’immagine simbolica della mia storia personale e politica».
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