Ucraina, si dimette l’ambasciatrice Usa Julie Davis: dietro il ritiro l’ombra delle divergenze con Trump
Julie Davis, si dimette l’ambasciatrice Usa in Ucraina: è la seconda volta in un anno
Il 27 giugno Julie Davis, incaricata d’affari ambasciatrice ad interim degli Stati Uniti in Ucraina, ha concluso formalmente la sua missione diplomatica a Kiev. Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, che prima della partenza ha incontrato Davis esprimendo gratitudine per il suo contributo al partenariato strategico tra i due paesi. Le dimissioni arrivano in un frangente delicato. I colloqui di pace tra Ucraina e Russia sono in una fase di stallo e non è ancora chiaro chi succederà a Davis né quando verrà nominato un ambasciatore permanente. Un vuoto diplomatico che, secondo il Kyiv Independent, pesa in modo significativo proprio ora.
Il Financial Times ha messo in relazione la partenza di Davis con le tensioni tra la diplomazia americana e l’approccio dell’amministrazione Trump all’Ucraina, descrivendo un calo del sostegno a Kiev nella sua difesa contro l’invasione russa. Il Dipartimento di Stato ha però respinto con forza questa lettura. “È falso affermare che l’ambasciatrice Davis si dimetta per divergenze con Donald Trump”, ha dichiarato il portavoce Tommy Pigott, definendo Davis una convinta sostenitrice degli sforzi dell’amministrazione per raggiungere una pace duratura. “Si ritira dopo una brillante carriera trentennale nel servizio diplomatico”, ha aggiunto.
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Il precedente di Brink
A rendere la vicenda più opaca c’è però un precedente ingombrante. Davis subentrò ad aprile 2025 a Bridget Brink, sua predecessora, che si era dimessa dopo aver apertamente criticato l’amministrazione Trump. Brink aveva accusato Washington di fare pressioni sull’Ucraina anziché confrontarsi con il Cremlino, affermando che restare nel ruolo l’avrebbe resa complice di politiche che giudicava pericolose e immorali. Nel suo secondo mandato, Trump ha adottato una posizione a tratti conflittuale nei confronti di Kiev, riducendo significativamente il sostegno e spingendo l’Ucraina verso concessioni per una soluzione negoziata. Nelle ultime settimane ha espresso frustrazione nei confronti di Putin al G7 e avrebbe lasciato intendere, secondo quanto riferito da Axios il 27 giugno citando due funzionari del G7, di poter ritirare gli accordi sull’Alaska. Segnali contraddittori che rendono ancora più difficile leggere le reali intenzioni di Washington – e il significato di un’ambasciata che, per la seconda volta in poco più di un anno, resta senza guida.
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