Nell’UE calano le domande d’asilo, ma sale il numero di chi aspetta una risposta

Maggio 18, 2026 - 16:20
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Bruxelles – Diminuiscono le domande d’asilo nell’Unione europea a febbraio 2026. Eppure, tra i Ventisette aumentano i casi ancora in sospeso, con persone che attendono una prima risposta. Secondo il nuovo bollettino Eurostat, pubblicato oggi (18 maggio), a febbraio 2026, il numero di persone che hanno presentato per la prima volta domanda di protezione internazionale nei Paesi dell’UE è stato di 46.420, in calo del 21 per cento rispetto allo stesso mese del 2025 (quando erano 59.080) e del 9 per cento rispetto a gennaio 2026. Accanto ai nuovi richiedenti, inoltre, si contano 9.080 persone che hanno ripresentato domanda dopo una decisione su una richiesta precedente (+12 per cento rispetto a febbraio dell’anno scorso).

Il Venezuela si conferma come il principale Paese di provenienza dei richiedenti asilo, con 6.835 prime domande presentate a febbraio. Seguono i cittadini provenienti da Afghanistan (4.325), Bangladesh (3.450) ed Egitto (1.815). L’accoglienza dei nuovi richiedenti è fortemente concentrata: Italia (10.560 domande), Spagna (10.410), Francia (7.900) e Germania (6.985) hanno ricevuto complessivamente il 77 per cento di tutte le prime istanze nell’Unione. Se si analizza il numero di richiedenti in rapporto alla popolazione residente, la pressione maggiore ricade sulla Grecia, con 34,3 richiedenti ogni 100 mila abitanti, seguita da Spagna (21,2) e Irlanda (18,4), mentre la media europea si attesta su 10,3.

Un dato particolarmente sensibile riguarda i minori non accompagnati: sono stati 1.015 a richiedere protezione per la prima volta nell’UE nel solo mese di febbraio 2026. La maggior parte di questi giovanissimi proviene da Somalia (215), Venezuela (165), Afghanistan (105), Egitto (80) e Guinea (55) e fa richiesta soprattutto in Germania (255), Spagna (190), Paesi Bassi e Francia (entrambi a 130) e Grecia (115).

Nonostante il calo delle nuove domande, il sistema d’asilo europeo appare ancora sotto pressione. Alla fine di febbraio 2026, c’erano 1,20 milioni di domande in attesa di una decisione finale. Si tratta di un lieve aumento (1 per cento) rispetto al mese precedente, sebbene il dato sia in diminuzione del 4 per cento su base annua. La Germania è il Paese con il maggior numero di pratiche in sospeso (291.245), seguita dalla Spagna (251.140) e dall’Italia, che conta 237.485 domande pendenti (dato, quest’ultimo, segnalato da Eurostat come di bassa affidabilità).

L’andamento registrato a febbraio non è un fenomeno isolato, ma si pone in continuità con quanto osservato a gennaio 2026, quando le prime domande erano state 51.160. In entrambi i mesi, la struttura dei flussi è rimasta sostanzialmente la stessa, con i medesimi Paesi d’origine (Venezuela e Afghanistan) e i soliti quattro Stati membri (Italia, Spagna, Francia e Germania) a farsi carico della stragrande maggioranza delle richieste. Più in generale, i dati confermano una graduale diminuzione delle istanze rispetto ai record toccati nel 2023, anno in cui si era verificato un picco massimo di oltre 114.805 domande nel solo mese di ottobre; da quel momento, lungo tutto il 2024 e il 2025, il numero di chi cerca protezione per la prima volta nell’UE ha mostrato una tendenza generale al ribasso.

Oltre alla flessione delle domande d’asilo, il quadro migratorio europeo è delineato da una decisa virata verso la chiusura e l’esternalizzazione delle frontiere. Secondo i dati di Frontex di maggio 2026, si registra un vero e proprio crollo degli ingressi irregolari, diminuiti del 40 per cento nel primo quadrimestre dell’anno per via di una più stretta cooperazione con i Paesi partner e a misure preventive negli Stati di partenza. Parallelamente, emerge un inasprimento dell’attività di controllo: l’Unione ha intensificato i provvedimenti restrittivi, con un aumento del 7,1 per cento dei respingimenti ai confini esterni e un balzo del 20,9 per cento dei rimpatri effettivi.

Questa linea di fermezza ha trovato una nuova recente legittimazione politica il 15 maggio, quando il Consiglio d’Europa – l’organizzazione internazionale con sede a Strasburgo che coinvolge 46 Stati membri e che non va confusa con il Consiglio dell’Unione europea – ha siglato una dichiarazione che ribadisce l’indiscutibile diritto sovrano degli Stati di decidere sull’ingresso dei cittadini stranieri e di adottare “nuovi approcci” per scoraggiare la migrazione irregolare, includendo l’uso di hub di rimpatrio in Paesi terzi. Orientamenti che riflettono quanto già approvato dall’Eurocamera lo scorso 26 marzo, con un regolamento che introduce regole più dure per i rimpatri – inclusa la possibilità di detenzione fino a 24 mesi in caso di mancata cooperazione – e l’esternalizzazione delle procedure in centri situati al di fuori dell’UE, come quello in Albania.

L’insieme di queste misure suggerisce una tattica volta a rendere l’Europa una “fortezza inaccessibile”, ignorando spesso i richiami sui diritti umani – definiti “smantellati” da alcune frange parlamentari e riconosciuti come “a rischio” dalla maggioranza dell’Eurocamera – e rinunciando persino a “utilizzare” i flussi migratori come risorsa utile a contrastare un declino demografico, oramai considerato, un problema strutturale europeo.

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