Niente sconti a chi violenta le bambine: il caso dello stupratore bengalese grida vendetta

In questi giorni dominati dai temi di politica internazionale c’è una vicenda importante che è passata sotto traccia. Il quotidiano La Verità ha pubblicato qualche stralcio dell’ordinanza con cui il GUP del Tribunale di Brescia, qualche mese fa, ha deciso di condannare a soli cinque anni un cittadino bengalese che ha violentato una bambina di 10 anni in un centro di accoglienza provocandole una gravidanza.
Facciamo un passo indietro per inquadrare meglio i fatti. Siamo a San Colombano di Collio in provincia di Brescia. È il 2024. Nel locale centro per i richiedenti asilo un 29enne bengalese violenta per ben due volte una bambina di dieci anni, anche lei ospite del centro di accoglienza. Lo straniero viene arrestato ma davanti al Gup si difende dicendo che con la bambina, rimasta pure incinta, intrattiene una relazione finalizzata addirittura al matrimonio e che la madre di lei sarebbe stata consenziente. La piccola, per contro, ritenuta in grado di testimoniare, ha affermato non solo di aver subito violenza ma di essere stata minacciata di morte se avesse rivelato gli abusi.
Una decisione inconcepibile
Già arrivati a questo punto, qualunque persona di buonsenso si sarebbe fatta venire qualche dubbio. E invece cosa fa la giudice? Anziché dare credito a quanto affermato dalla bambina, ritiene convincente il racconto dell’uomo e sceglie di derubricare il reato a “atti sessuali con minore”, applicando inoltre tutta una serie di premialità previste dall’ordinamento. Risultato del calcolo matematico: cinque anni di carcere.
Se già vi siete indignati, aspettate di sentire le motivazioni. Innanzitutto, la giudice mette nero su bianco che “per espressa scelta del legislatore anche i minori di anni dieci possono manifestare un valido consenso agli atti sessuali”. Se si aggiunge poi che nel paese di provenienza del reo e della vittima, cito, “la precoce sessualizzazione dei minori non è un evento anomalo, ma largamente diffuso” e che “nella nazione d’origine i matrimoni con minorenni non sono affatto una rarità”, la versione dell’imputato risulterebbe “non inverosimile”.
La stranezza della decisione
E qui scatta il cortocircuito. Siccome nel Paese d’origine dell’imputato certe cose sono la normalità, allora la lente del giudizio cambia. E finisce che il “buonismo” si trasforma in attenuante. Fino a prova contraria, però, qui siamo in Italia e le leggi devono essere interpretate ed applicate sulla base dei nostri principi costituzionali e dei nostri valori fondanti. Viene da chiedersi, in proposito: il fatto che nel Paese d’origine del migrante i matrimoni precoci e la sessualizzazione dei minori “non siano una rarità” rende meno grave e doloroso il fatto che una bambina si ritrovi ad essere scippata della sua infanzia e della sua innocenza, segnata per sempre da un’esperienza che non avrebbe dovuto vivere alla sua età, abusata da un uomo di 20 anni più grande di lei, costretta a praticare un aborto terapeutico. Dov’è la difesa del supremo interesse del minore? Ci sono bimbi che vengono strappati alle famiglie per molto meno, e se c’è una bambina che afferma di essere violentata e minacciata di morte da quello che, stavolta sì fino a prova contraria, è stato il suo aguzzino, crediamo alla storia dell’unione “consenziente” finalizzata al “matrimonio” e applichiamo una condanna ridicola a cinque anni di carcere.
Questa bambina merita giustizia
Questa bimba merita giustizia per quello che ha subito: perché un rapporto sessuale con una bambina di dieci anni non può mai essere consenziente da ambo le parti. Non possiamo permetterci di avallare modelli culturali che calpestano i diritti delle donne e dei minori. A maggior ragione nella nostra nazione, che del diritto è stata la culla. Per questo, se da un lato la Procura pare essere intenzionata ad impugnare la sentenza, dall’altro noi di Fratelli d’Italia abbiamo chiesto al Ministro della giustizia, con un’interrogazione parlamentare, di attivarsi per verificare se si sia agito correttamente. Saremo sempre in prima linea per difendere i diritti delle donne e dei bambini, non solo quando si tratta di declinare le parole al femminile.
*Deputato, responsabile immigrazione FdI
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