Non ci si poteva augurare di meglio dal Premio Strega

09 Luglio 2026 - 19:56
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“Troncare, sopire”. Ieri, alla serata di chiusura del Premio Strega, la consegna del silenzio è stata da tutti rispettata. Senza bisogno di citare Alessandro Manzoni, né le parole rivolte dal conte zio al nipote Attilio che diceva una buona parola per fra Cristoforo, inguaiato nel tormentato fidanzamento di Renzo e Lucia. La cerimonia è filata via liscia, anche un pochino più spedita del solito. Con le intervistine ai finalisti in trasferta, nel tour che li ha portati in tutta Italia, e in Messico. Disperato tentativo di rianimare la classica intervista allo scrittore con scaffali, tavolinetto e paralume.

Ha vinto Michele Mari, se poco poco vi piacciono i libri già lo sapete, magari avete assistito alla diretta tv sulla prima rete Rai. Per allontanare il pubblico che legge, è più che sufficiente l’orario delle 11 di sera. Resta il rito del gessetto e i voti scritti sulla lavagna, gli ultimi scrutinati in diretta. Finale più che tranquillo, considerate le premesse: Matteo Nucci ne ha approfittato per deplorare “il genocidio dei palestinesi” – uno scrittore dovrebbe essere più preciso con le parole, ma conta il pensiero.

Nessuno ha fatto accenno all’incidente del mini-van – vabbé, il veicolo che ha portato gli scrittori nei vari incontri con il lettori: siamo tecnologici e informatici, non abbastanza per evitare la cerimonia delle firme. Ci sono poi gli scrittori che oltre al nome del generoso lettore vogliono aggiungere qualche parola di circostanza: in questo caso allungano le file – se ci sono, beninteso – e rallentano il flusso. Ma torniamo all’incidente, sicuramente sfuggito di mano a chi lo ha scatenato.

Trascurando la permalosità degli scrittori, molto superiore alla normale permalosità umana (che pure è notevole). Oppure contando proprio su tale permalosità, e sul fatto che orecchiare è irresistibile quando si presenta l’occasione – per inciso, è anche uno strumento del mestiere, per i romanzieri che non scrivono solo di sé. Magari c’è stata una punta di malizia, da parte di chi ha fatto arrivare la frase a un giornalista in cerca di ghiottonerie. O magari vendicando qualche vecchia ruggine, con la genialità del Perozzi in “Amici miei”: “fantasia, intuizione, velocità di esecuzione”.

Ha vinto, per una volta, il migliore. Distaccato più o meno di 40 voti dal secondo classificato Matteo Nucci, che ha sottoposto ai giurati un tomo intitolato “Platone”. Sottotitolo: “una storia d’amore” – siamo filosofi, ma il lettore non va spaventato, bisogna suggerirgli almeno un ricordo scolastico. Il migliore: appunto Michele Mari con “I convitati di pietra”. Una classe di liceo si dà appuntamento ogni anno, per versare una quota: che andrà al vincitore. Per forza di cose, l’ultimo rimasto in vita. Un romanzo magnifico, perfido e sincero, maligno e amoroso (amori veri e finti, a volte sono soltanto alleanze, ma almeno uno dei due neanche lo sospetta). Meravigliosamente scritto e appassionante. Che altro volete? La sdraio e il rumore del mare?

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