“Obiettivo 10mila rimpatri nel 2026”: Piantedosi punta in alto e accelera sulle espulsioni

15 Giugno 2026 - 10:36
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“Obiettivo 10mila rimpatri nel 2026”: Piantedosi punta in alto e accelera sulle espulsioni

Piantedosi rimpatri

Il focus del governo resta sui rimpatri. Matteo Piantedosi, dal Forum in Masseria di Bruno Vespa a Manduria, mette sul tavolo un obiettivo preciso: arrivare a «10mila rimpatri nel 2026». Sarebbe una soglia mai raggiunta in Italia. «Ho dato mandato ai miei uffici, e coltivo il sogno, di giungere quest’anno, tra forzosi e volontari assistiti, al superamento della soglia simbolo», ha spiegato il ministro dell’Interno. Un traguardo che si inserisce in una traiettoria già avviata dal Viminale: 5.414 rimpatri nel 2024, 6.772 nel 2025, con una crescita annua tra il 20 e il 30 per cento. Il punto è tutto qui: non basta ridurre gli sbarchi, bisogna anche rendere eseguibili le espulsioni. È il passaggio più difficile, perché richiede identificazioni rapide, accordi con i Paesi d’origine, posti disponibili nei centri, voli, procedure solide e atti capaci di reggere al vaglio dei tribunali. È su questo terreno, che Giorgia Meloni lavora fin dall’inizio della legislatura.

Il Patto Ue e il nodo dei giudici

Nel frattempo la cornice europea è cambiata, anche per effetto della spinta italiana. Il nuovo Patto su migrazione e asilo e il regolamento sui rimpatri, entrato in vigore il 12 giugno, rafforzano l’impostazione sostenuta da Roma: procedure più rapide, maggiore cooperazione tra Stati membri, lista comune dei Paesi sicuri e apertura agli hub in Paesi terzi. Non è un dettaglio. Bruxelles ha finalmente compreso il problema.

Piantedosi, però, non vende una vittoria automatica. Al contrario, avverte che il secondo tempo si giocherà anche nelle aule di giustizia. «Sono quasi certo che ci saranno dei casi in cui, l’ho anche detto al presidente Giorgia Meloni, questi stessi regolamenti europei sui rimpatri saranno oggetto di valutazione per singoli processi», ha detto il ministro. Tradotto: il nuovo quadro Ue aiuta, ma non cancella i ricorsi. Il precedente Albania resta lì a ricordarlo.

Il Viminale sa bene che ogni procedura potrà diventare terreno di contenzioso: Paesi sicuri, tutela individuale, Carta europea dei diritti, condizioni personali del richiedente, profili di vulnerabilità. La politica può cambiare le regole; i giudici continueranno a verificarne l’applicazione caso per caso. È la distanza, spesso sottovalutata, tra annunciare una linea e farla camminare negli uffici, nelle questure e nei tribunali.

Sicurezza e numeri reali

Nel suo intervento, Piantedosi ha respinto anche la cifra dei 500mila irregolari stabilmente presenti in Italia: «Non è un numero realistico». Il titolare del dicastero ha richiamato un elemento spesso ignorato nel dibattito pubblico: una parte dei migranti attraversa il nostro Paese senza fermarsi. Dunque, misurare il fenomeno serve a governarlo, gonfiarlo serve solo a fare rumore.

La stoccata sulla remigrazione

Piantedosi liquida il tema della remigrazione con una battuta: «Non ho capito cosa vuol dire rispetto a quello che si fa». Poi aggiunge che «questa teoria della remigrazione» non è ancora «stata declinata in tutta la sua forza».

Il Viminale dunque lavora sulla concretezza: punta ai dossier, alle procedure, ai numeri. Perché sui rimpatri, più che il lessico da comizio, conta la macchina dello Stato. E l’obiettivo del governo è farla funzionare.

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