Oltre la pena, il diritto alla salute finisce dietro le sbarre?

09 Luglio 2026 - 09:42
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Oltre la pena, il diritto alla salute finisce dietro le sbarre?

Le recenti dichiarazioni dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno hanno riportato al centro del dibattito pubblico una questione che da anni interroga giuristi, magistrati, medici e operatori del sistema penitenziario: le condizioni di vita all’interno delle carceri italiane e l’effettiva tutela di uno dei diritti fondamentali e inviolabili della persona, quello alla salute. Alemanno è tornato in libertà lo scorso giugno dopo aver trascorso circa un anno e mezzo nel carcere di Rebibbia, dove stava scontando la pena residua derivante dalla condanna definitiva per traffico di influenze illecite nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, in seguito alla revoca della misura alternativa ai servizi sociali per la violazione delle prescrizioni imposte. Durante la detenzione ha denunciato in più occasioni il cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari, le criticità della sanità carceraria e le difficili condizioni di vita dei detenuti, sostenendo che il sistema penitenziario italiano stia attraversando una crisi strutturale tale da mettere a rischio la tutela dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

Al di là delle vicende giudiziarie che lo riguardano e delle inevitabili contrapposizioni politiche, le sue parole hanno avuto il merito di riportare l’attenzione su un principio che non dovrebbe conoscere appartenenze ideologiche: nel momento in cui lo Stato priva una persona della libertà personale, assume contestualmente la responsabilità di garantirne l’incolumità fisica, la dignità e il diritto a ricevere cure adeguate e tempestive.

La testimonianza di “Mario Rossi”: sette mesi di richieste rimaste senza risposta

Tra le numerose testimonianze che continuano ad emergere vi è quella di “Mario Rossi”, nome di fantasia utilizzato per tutelarne l’identità. Una vicenda che abbiamo deciso di sottoporre all’attenzione del Dr Filippo Marra, consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica e membro della Segreteria di Stato, con cui avevamo già disquisito a riguardo, affinché ne approfondisca e divulghi tutti gli aspetti giuridici e costituzionali, poiché, se confermata nei termini raccontati attraverso una lettera arrivata in redazione, rappresenterebbe, purtroppo, uno degli esempi più drammatici delle criticità che ancora oggi caratterizzano l’intero sistema penitenziario italiano.

Secondo la testimonianza raccolta, Mario Rossi era stato condannato per reati di modesta gravità e trasferito in un istituto penitenziario del Sud Italia, già gravato da una situazione di forte sovraffollamento. Dopo alcuni mesi di detenzione avrebbe iniziato ad accusare dolori persistenti allo stomaco, una progressiva perdita di peso, inappetenza e alterazioni della funzionalità intestinale. Preoccupato per il rapido peggioramento delle proprie condizioni, avrebbe richiesto più volte una visita medica e l’esecuzione di accertamenti diagnostici. Stando al suo racconto, tuttavia, le richieste sarebbero rimaste senza seguito. L’unica terapia che gli sarebbe stata somministrata consisteva nella reiterata assunzione di un comune antipiretico, senza ulteriori approfondimenti clinici.

La diagnosi di tumore e la scarcerazione per affrontare le cure

Con il trascorrere delle settimane il quadro sarebbe progressivamente peggiorato. La perdita di peso sarebbe diventata evidente, i dolori sempre più intensi e le richieste di assistenza sempre più frequenti. Soltanto dopo circa sette mesi, confidandosi con un altro detenuto, personaggio noto al grande pubblico e ristretto nello stesso istituto da pochi mesi, la vicenda avrebbe finalmente trovato ascolto. Sarebbe stato proprio quest’ultimo a sollecitare con forza l’intervento della direzione del carcere, ottenendo il trasferimento urgente in ospedale. Gli accertamenti diagnostici avrebbero così evidenziato una neoplasia gastrica già in fase metastatica. Il giorno successivo, secondo quanto riferito, sarebbe stata disposta la scarcerazione per consentire al detenuto di intraprendere il percorso terapeutico.

Una volta tornato in libertà, Mario si sarebbe trovato ad affrontare una seconda, durissima prova. Durante la detenzione aveva perso il lavoro, ogni stabilità economica e gran parte dei propri riferimenti personali. Privo di un sostegno familiare e assistito esclusivamente da un difensore d’ufficio, avrebbe dovuto affrontare contemporaneamente la malattia e una profonda condizione di isolamento sociale.

È proprio alla luce di questa testimonianza che abbiamo chiesto al dottor Filippo Marra di offrire una lettura tecnico-giuridica della vicenda.

L’analisi del dottor Filippo Marra sulle responsabilità dello Stato e sui principi costituzionali

Oltre la pena, il diritto alla salute finisce dietro le sbarre?
Dr Filippo Marra, consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica e membro della Segreteria di Stato

«La vicenda descritta impone una riflessione che va ben oltre il singolo caso. Quando una persona entra in un istituto penitenziario perde la libertà personale, ma non perde la propria dignità né i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce a ogni individuo. Tra questi, il diritto alla salute occupa una posizione centrale e non può subire limitazioni che non siano strettamente connesse allo stato di detenzione. Il detenuto, a differenza del cittadino libero, non può decidere autonomamente di rivolgersi a uno specialista, scegliere una struttura privata o richiedere ulteriori accertamenti. È completamente affidato all’organizzazione sanitaria dell’istituto e alle decisioni dell’amministrazione penitenziaria. Questa condizione di assoluta dipendenza impone allo Stato un livello di responsabilità ancora più elevato.

Quando una persona viene privata della libertà personale, è lo Stato ad assumere integralmente il dovere di garantirne la tutela sanitaria. La nostra Costituzione non sospende il diritto alla salute con l’ingresso in carcere. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, mentre l’articolo 27 stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Sono principi che non ammettono eccezioni. Se un detenuto manifesta sintomi importanti e l’accesso agli esami diagnostici subisce ritardi incompatibili con la gravità del quadro clinico, la questione non è soltanto sanitaria: diventa giuridica, costituzionale e, in determinate circostanze, anche oggetto di eventuali accertamenti di responsabilità.

Carcere e dignità della persona: cosa dice la Costituzione

Nel caso descritto, soltanto l’intervento di un altro detenuto pare abbia determinato il trasferimento urgente in ospedale, dove poi è stata diagnosticata una neoplasia gastrica già in fase metastatica. Naturalmente nessuno può affermare con certezza che una diagnosi anticipata avrebbe modificato l’evoluzione della malattia. Sarebbe scientificamente scorretto sostenerlo senza un rigoroso accertamento medico-legale. Esiste però una domanda che ogni sistema sanitario dovrebbe porsi: il percorso assistenziale è stato realmente adeguato ai sintomi manifestati? È proprio su questo terreno che si misura l’efficienza di uno Stato di diritto. Il sovraffollamento carcerario, la cronica carenza di personale sanitario, le difficoltà organizzative e i ritardi nell’accesso agli esami specialistici sono criticità denunciate da anni da magistrati di sorveglianza, garanti dei detenuti, associazioni e operatori del settore. Queste problematiche possono spiegare un disservizio, ma non possono mai giustificare la compressione di un diritto fondamentale. La pena consiste nella limitazione della libertà personale, non nella perdita del diritto alle cure.

Ogni detenuto continua a essere una persona titolare di diritti inviolabili. Garantire un’assistenza sanitaria tempestiva non significa attenuare la sanzione penale; significa semplicemente rispettare la Costituzione e quei principi fondamentali che distinguono uno Stato democratico da qualsiasi altra forma di esercizio del potere. Per questo vicende come quella descritta, ove trovassero pieno riscontro nei fatti, dovrebbero rappresentare non soltanto motivo di indignazione, ma soprattutto un’occasione per interrogarsi sulla capacità del nostro sistema penitenziario di coniugare sicurezza, legalità e tutela della persona. Perché una società civile si misura anche dal modo in cui esercita il proprio potere nei confronti di chi ha già perso la libertà.»

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