Orsini (Confindustria): “La guerra in Medio Oriente è una sconfitta per l’umanità”

26 Maggio 2026 - 12:18
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La guerra “è una sconfitta per l’umanità”. Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenuto durante l’Assemblea 2026 in corso a Roma. “Oltre agli orrori che sono sotto gli occhi di tutti, è la causa di profonde crisi economiche che generano nuova povertà, erodono alleanze consolidate, trasformano l’energia e le materie prime in strumenti di ricatto”, ha sottolineato. “Lo ripetiamo con forza: la guerra è un fallimento, sempre e dovunque. Con la stessa forza respingiamo le dottrine che intendono affermare la legge del più forte a discapito della diplomazia e del dialogo”, ha concluso Orsini.

“Stiamo tutti affrontando le conseguenze di quanto sta avvenendo, ma dobbiamo essere consapevoli che in questi momenti l’immobilismo ha un costo che nessuno potrà ripagare. L’Europa è sempre più necessaria – ma deve cambiare strada e marcia. L’Europa deve cambiare strada e deve cambiare passo, e tocca a noi, ai suoi cittadini, tracciare il percorso”, ha ribadito.

“Nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche. Gli Stati Uniti e la Cina le affrontano con massicci investimenti pubblici e privati, anche sul piano militare, e con politiche protezionistiche”, ha ricordato Orsini. La dimensione europea “è l’unica in grado di reggere l’urto”.

La cybersicurezza

Per il presidente di Confindustria una delle dipendenze più decisive riguarda l’Intelligenza Artificiale. “L’IA non è una tecnologia che possiamo semplicemente acquistare e integrare nei nostri sistemi, è un ecosistema che dobbiamo costruire. Chi la controlla non controllerà solo l’innovazione di domani, ma l’intera economia mondiale. Lasciare che questa dipendenza si consolidi vuol dire cedere sovranità. Corriamo lo stesso rischio anche sui nostri dati, una materia prima che dovremmo proteggere e governare, investendo su connessioni, infrastrutture digitali e cybersicurezza”, ha spiegato Orsini.
“Noi non vogliamo un’Europa ridotta solo a un mercato per altri Paesi. Noi vogliamo un’Europa che abbia al centro l’innovazione, la produzione e il lavoro, e pensiamo che si possa realizzare, lavorando su tre leve prioritarie: un vero mercato unico dell’energia; un vero mercato unico dei capitali e del risparmio; un debito comune, per finanziare una vera politica industriale Europea”, ha proseguito.
Negli ultimi 25 anni, ha detto, “la quota di Pil mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali: in cifre assolute significa che, mantenendo invariata la quota sul Pil globale, l’Europa ha perso oltre 7 mila miliardi di euro di Pil, in gran parte finiti all’industria cinese”.
La posizione della Cina
“Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema”, ha ricordato Orsini. Il debito comune “che chiediamo occorre per finanziare investimenti strategici: infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di minerali critici, scienze della vita e difesa. E solo così potremo affrontare la posizione dominante raggiunta dalla Cina”, ha aggiunto.
Per Orsini, “la Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna”.
La situazione italiana
Venendo all’Italia, ha spiegato Ordini, “noi imprenditori chiediamo a tutta la politica un grande atto di responsabilità, fatto di scelte ispirate a fiducia e coraggio. Queste scelte sono le fondamenta per tornare a una crescita del 2 per cento l’anno, crescita che noi giudichiamo non solo necessaria ma possibile”. Negli ultimi 25 anni “siamo cresciuti, in media, dello 0,4 per cento annuo, contro l’1,4 per cento del totale dell’Unione Europea, il 2,1 per cento degli Stati Uniti e l’8 per cento della Cina. Nel complesso, il Pil italiano nel 2025 è superiore di appena il 10 per cento rispetto al 2000. Nello stesso periodo il Pil europeo è aumentato del 40 per cento, quello degli Stati Uniti di quasi il 70 per cento, quello cinese del 586 per cento”.
“Per le imprese il prezzo dell’energia è ormai una vera e propria minaccia esistenziale. La responsabilità nazionale che invochiamo e proponiamo a tutte le parti politiche e sociali italiane deve muovere cinque leve per rimettere l’impresa al centro: energia; crescita dimensionale delle Pmi; contratti di sviluppo e innovazione; semplificazioni e riforma della 231; risorse adeguate agli obiettivi”, ha chiosato. “Ora è arrivato il momento di decidere, con coraggio e in modo bipartisan: dobbiamo riportare l’energia nella competenza esclusiva dello Stato”.
Bilancio tra export, investimenti e consumi
Secondo Orsini, una crescita robusta nel lungo periodo richiede un rapporto bilanciato fra export, investimenti e consumi. “L’export manifatturiero è stato il perno dell’economia italiana degli ultimi anni. È cresciuto nonostante i costi dell’energia e un contesto internazionale ostile. Ma oggi le tensioni geopolitiche sul commercio mondiale mettono ancor più sotto pressione tutte le nostre filiere. L’accesso al mercato americano è diventato più costoso e i prodotti cinesi stanno invadendo il nostro mercato a prezzi ingestibili. Dobbiamo chiederci se in questo contesto l’export da solo possa continuare a trainare la nostra economia”.

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