Osteoporosi, obesità, prediabete: l’endocrinologia entra nell’era delle terapie personalizzate

01 Luglio 2026 - 17:20
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Osteoporosi, obesità, prediabete: l’endocrinologia entra nell’era delle terapie personalizzate

Torino, 1 luglio 2026 – L’endocrinologia sta cambiando passo. Non solo diagnosi più precise e terapie più efficaci, ma una nuova possibilità: intervenire in modo mirato sulla storia naturale di malattie molto diffuse, come obesità, prediabete e osteoporosi, e di patologie rare e complesse, come ipoparatiroidismo, acromegalia e malattia di Cushing.

È questo il filo conduttore del 15° Clinical Update in Endocrinologia e Metabolismo – CUEM 2026, in programma a Torino il 3 e 4 luglio 2026, presso lo Starhotels Majestic, sotto la presidenza dei professori Ezio Ghigo e Andrea Giustina. L’appuntamento riunirà esperti italiani e internazionali per fare il punto sulle innovazioni che stanno entrando nella pratica clinica: dai nuovi farmaci per l’obesità alle terapie sostitutive per l’ipoparatiroidismo, dalla vitamina D nella prevenzione metabolica alla gestione personalizzata dell’osteoporosi, fino alle patologie ipofisarie, tiroidee ed epatiche a base metabolica.

I numeri di una sfida globale

Il cambiamento riguarda patologie con un impatto sanitario enorme. Nel mondo oltre 2,5 miliardi di adulti sono in sovrappeso e 890 milioni vivono con obesità. In Italia, l’eccesso ponderale interessa oltre quattro adulti su dieci. Il diabete riguarda circa 4 milioni di persone nel nostro Paese, mentre le fratture osteoporotiche generano un impatto economico stimato in oltre 9 miliardi di euro l’anno.

Accanto a questi grandi numeri, l’endocrinologia si confronta anche con malattie rare, spesso poco conosciute ma molto rilevanti per la qualità di vita dei pazienti. È il caso dell’ipoparatiroidismo cronico, per il quale in Italia si stimano poco più di 10 mila pazienti adulti.

“Questa edizione del CUEM mostra bene la doppia anima dell’endocrinologia contemporanea: da un lato patologie molto diffuse, con un enorme impatto sociale e sanitario; dall’altro malattie rare e complesse, nelle quali l’innovazione terapeutica può cambiare in modo significativo la presa in carico del paziente – sottolinea il prof. Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, Direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e Presidente GIOSEG – Oggi l’endocrinologia non si limita più a correggere squilibri ormonali o metabolici, ma punta sempre più a modificare la storia naturale delle malattie, con strategie mirate, personalizzate e misurabili sui bisogni reali dei pazienti”.

Il ruolo dell’endocrinologo nella prevenzione degli eventi

In questo scenario, il ruolo dell’endocrinologo è essenziale anche in una prospettiva di prevenzione: una gestione adeguata e tempestiva delle patologie endocrine e metaboliche consente di ridurre il rischio di complicanze severe, incluse quelle potenzialmente mortali, come eventi cardiovascolari maggiori e fratture da fragilità. La presa in carico specialistica permette infatti di collegare diagnosi precoce, stratificazione del rischio e scelta terapeutica, trasformando il controllo della malattia in prevenzione concreta degli eventi clinici.

Obesità, la domanda che cambia la prospettiva

Uno dei temi più attuali sarà l’obesità, oggi sempre più riconosciuta come malattia cronica, sistemica e multifattoriale. L’arrivo degli agonisti recettoriali del GLP-1 e delle nuove terapie incretiniche ha cambiato il quadro: non si parla più soltanto di perdita di peso, ma di possibili benefici più ampi sul rischio metabolico, cardiovascolare ed epatico.

La domanda posta dalla lettura internazionale di apertura – “L’obesità sarà una malattia curabile?”, affidata al prof. Felipe F. Casanueva, dell’Universidade de Santiago de Compostela, figura di riferimento dell’endocrinologia europea e internazionale e Editor-in-Chief di Reviews in Endocrine and Metabolic Disorders – sintetizza bene questo cambio di paradigma. La sfida non è più solo aiutare il paziente a dimagrire. È capire se le nuove terapie possano davvero incidere sulle complicanze dell’obesità e sul suo decorso nel tempo.

I dati più recenti vanno in questa direzione. In uno studio di confronto diretto pubblicato nel 2025, condotto in adulti con obesità ma senza diabete, tirzepatide ha ottenuto una riduzione media del peso del 20,2% a 72 settimane, superiore a quella osservata con semaglutide.

In un grande studio cardiovascolare, condotto in persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare, ma senza diabete, semaglutide 2,4 mg ha ridotto del 20% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori. Sono risultati che spiegano perché l’obesità sia sempre più discussa non solo come fattore di rischio, ma come malattia cronica da trattare con obiettivi clinici misurabili.

Prediabete e vitamina D: prevenzione sì, ma mirata

Il congresso affronterà anche il tema del prediabete e della prevenzione metabolica. In questo contesto, la vitamina D rappresenta un esempio di come la ricerca stia spostando l’attenzione verso un uso più selettivo e appropriato degli interventi preventivi. Nei soggetti con prediabete, una metanalisi su dati individuali ha indicato una riduzione relativa del 15% del rischio di progressione a diabete tipo 2, con una riduzione assoluta del rischio a tre anni del 3,3%. Il messaggio, però, è di appropriatezza. Non una vitamina “per tutti”, né una promessa generica di prevenzione, ma un possibile strumento da valutare in gruppi specifici, all’interno di strategie cliniche fondate su rischio individuale, stile di vita e controllo metabolico.

Malattie rare, dall’approccio compensativo alla terapia sostitutiva

Tra le malattie endocrine rare, un focus sarà dedicato all’ipoparatiroidismo. Per anni la gestione si è basata soprattutto sulla supplementazione con calcio e vitamina D. Oggi, invece, la disponibilità di terapie sostitutive con ormone paratiroideo consente di ragionare in modo più fisiologico sul trattamento, soprattutto nei pazienti più complessi o non adeguatamente controllati. Anche in questo ambito i dati recenti sono significativi.

Nello studio PaTHway a 52 settimane, l’81% dei pazienti trattati con terapia sostitutiva con PTH ha raggiunto l’endpoint composito di efficacia e il 95% ha ottenuto l’indipendenza dalla terapia convenzionale. È un passaggio rilevante perché mostra come l’innovazione terapeutica non riguardi solo le grandi patologie metaboliche, ma anche condizioni rare, spesso gravate da un impatto significativo sulla qualità di vita, sulla gestione quotidiana e sul rischio di complicanze a lungo termine.

Ipofisi, Cushing e acromegalia: diagnosi precoce e terapie personalizzate

Ampio spazio sarà dedicato anche alle patologie ipofisarie, in particolare malattia di Cushing, acromegalia e prolattinomi. Sono condizioni rare, ma clinicamente complesse, nelle quali diagnosi tempestiva, scelta terapeutica appropriata e follow-up specialistico sono determinanti. Il programma affronterà le opzioni oggi disponibili, il ruolo degli analoghi della somatostatina, degli antagonisti del GH e delle nuove strategie terapeutiche, con attenzione alla necessità di percorsi di cura integrati e personalizzati.

Osteoporosi, non una terapia uguale per tutti

Un altro asse centrale sarà quello del metabolismo osseo, della vitamina D e dell’osteoporosi. Anche in questo ambito la gestione clinica si sta muovendo verso modelli sempre più personalizzati. Non una terapia uguale per tutti, ma strategie costruite sul profilo di rischio del paziente, sulla presenza di fratture pregresse, sulla risposta ai trattamenti e sulla possibilità di utilizzare sequenze terapeutiche diverse nei pazienti più fragili o complessi. Il tema è rilevante anche per il suo impatto di salute pubblica: in Italia il costo diretto delle fratture osteoporotiche è stato stimato in 9,45 miliardi di euro, pari a circa il 6% della spesa sanitaria.

Fegato e metabolismo, una nuova area di frontiera

Il congresso guarderà infine all’intersezione tra endocrinologia, metabolismo e fegato. Le malattie epatiche a base metabolica sono sempre più considerate parte di un quadro sistemico che comprende obesità, diabete, sindrome metabolica e alterazioni endocrine. Anche qui le evidenze più recenti stanno aprendo nuove prospettive.

In uno studio di fase 3 sulla steatoepatite associata a disfunzione metabolica, semaglutide 2,4 mg ha mostrato una risoluzione della steatoepatite senza peggioramento della fibrosi nel 62,9% dei pazienti trattati rispetto al 34,3% del placebo; la riduzione della fibrosi senza peggioramento della steatoepatite è stata osservata nel 36,8% dei pazienti trattati rispetto al 22,4% del gruppo placebo.

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