Quel viaggio da cui nacque “Il cielo d’Irlanda”: dietro e dentro la canzone nel libro “Il Canto dell’Anguilla” di Massimo Bubola

01 Luglio 2026 - 18:03
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Com’è che nasce una canzone? Da un lungo viaggio, da un innamoramento o da una lunga storia d’amore, da una sbornia, una serata con gli amici o una notte con degli sconosciuti, da un motivo antico che continua a suonare da qualche parte. Può essere, da tutto questo e da niente di tutto questo. Come si scrive una canzone destinata a rimanere, a farsi spazio nonostante certe sonorità, a definire un immaginario, a diventare un classico: chiedete a Chat Gpt, ne saremmo pieni se ci fosse una ricetta. Quello che racconta Il canto dell’anguilla (Neri Pozza) è un avventura, la voglia di incontrare il mondo e di farsi viaggiare, di parlare in lingue sconosciute, di farsi capire grazie all’esperanto spontaneo della musica popolare, di tutta la strada che le scarpe devono percorrere prima di arrivare a scrivere qualcosa come Il cielo d’Irlanda.

Ancora non c’era il turismo di massa quando Massimo Bubola e l’amico soprannominato John Artù si imbarcarono in Normandia, un traghetto per Rosslare, e sbarcarono in Irlanda dove presero una macchina e girarono per pub e brughiere, per case e per città. Si beve tantissimo in questo viaggio. E c’è tantissima musica, soprattutto live nei pub e in strada, musica per tutti, spontanea, tramandata come si tramanda una ricetta o un detto popolare. Il titolo di questo libricino viene da un antico sea nòs (che significa: alla vecchia maniera) in gaelico intonato a cappella da un ragazzino appartenente a una stirpe bardica di cantori. Alcuni film già richiamavano turisti nelle loro location.

L’Irlanda poi era “un posto dove si reimparano i colori daccapo”. E che ancora oggi emana un fascino tutto suo. Sarà per la storia tormentata di ribellione e indipendenza da ex colonia, sarà per una diaspora colossale: secondo una stima del governo irlandese di pochi anni fa circa 70 milioni di persone in tutto il mondo sostengono di discendere da antenati irlandesi, dagli anni ’70 Dublino ha perfino un sottosegretario della diaspora. Sicuramente lo è per il suo comparto culturale che non smette di sfornare musica apprezzata in tutto il mondo – da Fontaines D.C. a Kneecap, Cardinals e Lankum – e per il momento d’oro della letteratura irlandese che va oltre il fenomeno Sally Rooney. Non solo talento, anche strategia: gli scrittori, grazie a una legge del 1969, sono esentati dal pagamento di imposte sul reddito. E dall’agosto del 2022 il governo ha corrisposto 325 euro a settimana a duemila artisti estratti a sorte per il progetto Basic Income for the Arts (BIA), una sorta di reddito base.

Anche nel Canto dell’Anguilla compare il gaelico, che dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1921 è prima lingua ufficiale. Viene insegnato nelle scuole ed è sempre più considerato un elemento al tempo stesso identitario e cool. “E tu come ti difendi da queste tonnellate di dissimulazione che ci ammorbano la vita?”, chiede a un certo punto un viaggiatore all’altro mentre si spostano da una parte all’altra di un Paese come se stessero cercando qualcosa: forse un suono, un motivo, un ritornello. Bubola è autore di oltre venti album, ha scritto canzoni iconiche del canzoniere di Fabrizio De André tra le altre cose. Al ritorno da quel viaggio, quarant’anni fa esatti, avrebbe fondato a Verona il Celtic Pub, tra i primi pub irlandesi in Italia.

Quando è partito per l’Irlanda e perché per l’Irlanda?

Andrai in Irlanda all’inizio degli anni 80, perché era un paese che nonostante avesse subito una dura occupazione per secoli, profonde umiliazioni, emigrazioni e spoliazioni e un continuo attentato alla sua identità e alla sua lingua, ciononostante conservava una grande vitalità culturale che si esprimeva in una forte attività letteraria, musicale, teatrale e cinematografica, che aveva una qualità riconosciuta universalmente. Quello che più mi colpiva era che un paese con poco più di quattro milioni di abitanti, avesse prodotto tanti grandi artisti come Christy Moore, Bono Vox, i Chieftains, Van Morrison e Shane McGowan dei Pogues ed abbia ricevuto quattro premi Nobel per la letteratura nel solo ‘900, senza contare altri grandi come James Joyce e Oscar Wilde a cui aggiungo anche Jonathan Swift che un Nobel avrebbero meritato anche se ai tempi di Swift non c’era ancora questo tipo di riconoscimento. Fu quindi innanzitutto uno stimolo di tipo culturale e sociale a visitare un paese così martoriato da secoli di occupazione britannica e che ha avuto una forte emigrazione nell’ottocento pari quasi a un terzo della sua popolazione, questo per povertà, indigenza e per le crisi agro-alimentari. Venendo da una famiglia contadina e da un’educazione familiare e scolastica che mi ha sempre insegnato ad amare i perdenti e i più deboli, era per me molto emozionante e commovente visitare questo paese dove ho ritrovato i volti della mia infanzia, le espressioni, l’arguzia e l’umorismo. Un luogo dove la povertà era un valore, così come il rispetto per gli altri, la riconoscenza e l’orgoglio per il proprio percorso e la propria cultura. Sentivo un senso costante di risarcimento, per questo magnifico popolo martirizzato dalla storia.

Chi era all’epoca Massimo Bubola: cosa faceva, a che punto era nella sua carriera musicale?

Nel 1983 avevo pubblicato due album a mio nome uno prodotto da Roberto Dané e uno da Antonello Venditti con cui andai in tour e avevo scritto con e per Fabrizio De André, le musiche e i testi di due album quali Rimini nel 1978 e nel 1981 l’album Fabrizio De André rinominato poi L’Indiano per via della copertina che raffigurava un guerriero Cheyenne a cavallo. Infine avevo scritto e cantato sempre con Fabrizio una canzone sulla morte di Pierpaolo Pasolini dal titolo Una storia sbagliata.

Nella vita: si fanno succedere le cose per poterne scrivere o si scrive perché succedono delle cose?

Nella vita scrivi le cose che vivi e quelle che vorresti aver vissuto. Le cose che sogni e quelle che sognano gli altri. Quelle che elabori dalla lettura di libri e dalla visione di film che avresti voluto scrivere. Ci sono molte fonti di ispirazione, quindi credo che far accadere le cose sia un modo macchinoso per scrivere, come truccare le carte durante una partita. Ci sono stati scrittori legati ad un solo luogo come Emily Dickinson, Marcel Proust, Franz Kafka, Ferdinando Pessoa che hanno descritto un mondo immenso muovendosi poco e scrittori mobili come Erodoto, Wolfgang Goethe, Alexandre Dumas, Herman Melville, Ernest Hemingway e Bruce Chatwin che hanno avuto la necessità di viaggiare molto per scrivere e descrivere, attraverso una grande visione, facendo emergere la propria interiorità.

Il racconto appare come una cronaca in diretta: conservava appunti, un diario di viaggio? Ha fatto ricorso anche all’invenzione letteraria?

No, non presi appunti, perché non sono partito con l’intento di scrivere un libro. Credo invece che la memoria faccia un suo lavoro autonomo di elaborazione costante dei ricordi. Credo sia una sorta di laboratorio continuo e soprattutto inconscio che lavora per far decantare immagini e parole che poi rifioriscono. É come accettare una sorta di legge naturale e biologica in cui i semi che sono caduti nella tua anima portati dal vento improvvisamente fioriscono quando si creano determinate condizioni interiori di luce, nostalgia e umidità.

Nel libro compare tantissima musica, soprattutto live o da strada, molti strumenti tradizionali: qual è il filo rosso che lega il folk tra le diverse latitudini del pianeta?

La musica folk ha sempre qualcosa di epico, che in greco significa racconto collettivo. È una letteratura ed una poetica popolare che in molti paesi d’Europa e d’America, è studiata e insegnata nelle Università già da qualche secolo. Molte canzoni irlandesi di cui parlo nel libro, hanno più di 100 anni, ma sono di profonda attualità, perché trattano tematiche che sono ancora ben presenti nel nostro vivere. C’è l’emigrato che viene dileggiato e umiliato nella città straniera, dove si reca per lavoro. Le grandi risse con finali rocamboleschi. I viaggi folli e surreali dei marinai su navi con alberi e vele senza fine. Le veglie funebri dove tutti si ubriacano, dove avviene la resurrezione del defunto abbeverato da un bicchiere di whiskey. Il ragazzo imprigionato innocentemente, perché sedotto da una bella ladra. Tante di queste sono diventate letteratura come la ballata Finnegan’s Wake del 1850 che fu ripresa poi da James Joyce per l’ultimo suo romanzo nel 1939. La musica Folk in Italia è tuttora molto fraintesa, perché viene scambiata per una sorta di folclore kitsch. Qualche anno fa ho riveduto e riarrangiato in maniera meno enfatica molte canzoni della Grande Guerra che sono quasi tutte di origini popolare e che derivano da canzoni di lavoro preesistenti come i canti delle mondine o dei minatori, di braccianti in viaggio sulle tradotte ferroviarie. Sono rivisitazioni doverose e che andrebbero tenute vive nella memoria collettiva, ma questo non avviene e noi perdiamo identità e prospettiva storica e antropologica.

Attraversare certi luoghi così legati a un immaginario potrebbe far scivolare nel cliché: come si fa a non cadere dentro allo stereotipo?

La gran parte degli irlandesi quarantatré anni fa, non sapevano nemmeno cosa fossero gli italiani, infatti ci associavano nel loro immaginario ai francesi, perché la maggior parte del turismo in Irlanda allora era composto da americani di ritorno, da inglesi che avevano una residenza in Irlanda o andavano a pescare salmoni sui fiumi e francesi che dalle coste della Normandia e della Bretagna erano abbastanza vicini per raggiungerla. Quando scrissi la canzone Il cielo d’Irlanda, che poi Fiorella Mannoia cantò e rese popolare, l’Irlanda era pochissimo visitata e dagli italiani. La canzone, a detta di molti, ha creato una forte curiosità di visitare quel paese. Questo dimostrò, anche che una canzone folk può arrivare alle vette della classifica di ascolto e di vendita anche nel nostro paese, nonostante molti dj delle nostre radio fossero all’inizio molto refrattari nel trasmetterla per radio per via dei suoni troppo acustici e veri, come chitarre, violini, cornamuse e mandolini… Nel frattempo, poi negli anni l’Irlanda è diventata una delle mete preferite dal nostro turismo e forse le canzoni in questo caso fanno discreti miracoli e non solo quelle di guerra.

 Ci è mai tornato in Irlanda successivamente, dopo l’esplosione del turismo di massa?

No, non sono più tornato, perché si vive anche di bei ricordi.

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