Patrimoniale: mistero di una parola che spaventa pure chi non ne avrebbe motivo
lentepubblica.it
Patrimoniale. Basta evocare questa parola per riaccendere immediatamente lo scontro tra gli schieramenti politici e il panico tra i contribuenti. Sta succedendo di nuovo. L’analisi è a cura di Fabio Ascenzi.
L’art. 53 della nostra Costituzione scandisce parole chiare: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Al di là delle opinioni di merito, incuriosisce come questo spauracchio preoccupi una moltitudine di cittadini italiani che non ne sarebbero minimamente toccati; e che anzi dovrebbero esserne i principali beneficiari.
Cos’è la cosiddetta Patrimoniale
Come dice la parola stessa, è un’imposta che viene calcolata sul patrimonio dei contribuenti, detenuto da persone fisiche e giuridiche in Italia o all’estero.
Riguarda beni mobili (conti correnti, obbligazioni e azioni) o immobili (abitazioni, studi professionali), e può essere applicata in modalità fissa (stesso importo per tutti i contribuenti) o variabile (proporzionale al patrimonio).
Può attuarsi una sola volta, in via straordinaria; oppure con scadenze periodiche fissate nel tempo.
L’imposta, pertanto, colpisce il patrimonio detenuto e non i redditi da lavoro. A differenza di una tassa, non è collegata a un servizio specifico reso dallo Stato, ponendosi l’obiettivo generale di una redistribuzione più equa della ricchezza; soprattutto nei periodi di maggiore difficoltà per le casse pubbliche.
Per i fautori, uno strumento di giustizia sociale, poiché con il sacrificio dei contribuenti più ricchi si possono mantenere politiche sociali verso le fasce meno abbienti.
Per i contrari, un’ingiustizia, perché si andrebbero a tassare le ricchezze accumulate negli anni e già assoggettate a prelievo fiscale.
All’origine furono debiti e finanziamenti di guerre
Il primo intervento di cui si ha memoria nell’Italia post-unitaria risale al 1919, quando in pieno Regno il governo Nitti dovette varare una patrimoniale per ripianare i debiti accumulati con la Prima Guerra Mondiale.
Prelievi forzosi straordinari vennero utilizzati anche durante il ventennio fascista per finanziare l’espansione coloniale in Africa Orientale, come il Regio Decreto-Legge 5 ottobre 1936, n. 1743; e ancora nel 1940, per sostenere la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, tra il 1935-1943 il regime eseguì requisizioni coatte e sistematiche di metalli non ferrosi (rame, bronzo, piombo, zinco e persino le campane delle chiese vennero fusi per la produzione di armamenti e cannoni).
E non mancarono altre forme di confische mascherate. Per finanziare la guerra in Etiopia, il 18 dicembre 1935 venne celebrata pure la Giornata della fede; ma quella è un’altra storia poiché, almeno così ci hanno raccontato, milioni di italiani si precipitarono a consegnare spontaneamente l’Oro alla Patria, dietro semplice invito del regime fascista.
Le crisi finanziarie nell’epoca repubblicana
Arrivando agli albori della Repubblica, già nel 1947 l’Assemblea costituente si trovò a votare la convalida del Decreto Legislativo n. 143 del 29 marzo 1947, concernente l’istituzione di un’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio, concepita per finanziare la ricostruzione e risanare i conti pubblici devastati dalla Seconda Guerra Mondiale. Rimase fino agli anni ‘60, quando venne sostituita dall’INVIM (tassa sull’incremento di valore degli immobili).
Ma non v’è dubbio che l’episodio più eclatante, rimasto impresso nell’immaginario collettivo del nostro Paese, è legato al 1992, quando il governo Amato – per evitare un dissesto finanziario e mantenere la lira agganciata al sistema monetario europeo – impose un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i saldi dei conti correnti bancari e postali.
Avvenne tutto all’improvviso, nella notte tra il 9 e il 10 luglio; senza annunci, senza discussioni e senza il consenso preventivo dei correntisti.
Contro quel decreto-legge n. 333 dell’11 luglio 1992 vennero sollevate numerose eccezioni di incostituzionalità, ma la Corte ne sancì la piena legittimità (sent. n. 143 del 1995).
Avvicinandosi ai giorni nostri, possono essere annoverate nella categoria delle tasse patrimoniali anche l’estensione dell’ICI e dell’IMU sulla prima casa, stabilite dal governo Monti nel 2012.
Tra quelle ancora in vigore che garantiscono maggiori introiti, vanno citate l’IMU sul possesso di immobili (escluso per le prime abitazioni non di lusso), l’imposta di successione, l’imposta di bollo sulle attività finanziarie e il bollo auto.
Cosa dicono le proposte attuali
Ovviamente nulla di quanto raccontato può essere assimilato alle misure che si vorrebbero introdurre oggigiorno.
Per rimanere agli atti ufficiali, prendiamo ad esempio la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal comitato 1% Equo; presentata in Cassazione lo scorso 7 maggio, ha già superato le 50.000 firme richieste dall’art. 71 Cost.
Con essa si suggerisce un’imposta annuale sui grandi patrimoni superiori a 2 milioni di euro, escludendo l’abitazione principale e le imposte patrimoniali già versate.
Le aliquote sono progressive dall’1% al 3.5% e colpiscono solo la quota eccedente la soglia (1% sulla quota
patrimonio tra 2-5 milioni di euro; 1.7% tra 5-8 mln; 2.1% tra 8-20 mln; 3.5% sulla quota di patrimonio eccedente 20 mln di euro).
Una base di ricchezze abbastanza elevata, per cui sarebbero coinvolti 100–500 mila contribuenti, ossia meno dell’1% della popolazione italiana.
Il gettito che ne verrebbe, invece, sarebbe molto ingente; dalle stime effettuate, a seconda dei criteri applicati, potrebbero entrare nelle casse dello Stato dai 26 ai 65 miliardi di euro annui.
Risorse fresche, che la proposta vuole vincolate a investimenti per sanità, istruzione, politiche abitative, ambiente, sicurezza sul lavoro, disabilità, sostegno al reddito e riduzione del carico fiscale sul lavoro.
Ma a quanto ammonta la ricchezza delle famiglie italiane?
Gli ultimi dati Banca d’Italia rivelano che la ricchezza netta delle famiglie italiane (immobili più attività finanziarie) ammonta a 11.700 miliardi di euro, con un valore medio per ogni nucleo di 453 mila euro. Ma lo stesso studio certifica che il 60.6% della ricchezza netta totale è detenuto dal 10% dei nuclei più benestanti, mentre quelli meno abbienti si fermano al 7.2%.
Cifre che fanno riflettere, già sufficienti a testimoniare diseguaglianze inaccettabili; e alle quali si somma il fenomeno dell’evasione fiscale che, secondo le ultime stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), si attesta intorno ai 100 miliardi di euro l’anno (primo posto in Europa per mancato gettito).
Nel 2025 il reddito medio dei 42.8 milioni contribuenti ammonta a 24.890 euro lordi (33% ha dichiarato meno di 15 mila euro, 28% si colloca tra 15-26 mila; solo 1.8% più di 120 mila, con un reddito medio di 164 mila euro).
Lavoratori dipendenti e pensionati costituiscono circa l’85% dei redditi complessivi dichiarati.
Oltre 8.7 milioni di italiani dichiarano un’imposta netta pari a zero; ma sommando esoneri, detrazioni, tassazioni sostitutive e compensazioni si arriva a 11.3 milioni che non versano IRPEF.
Cosa pensano gli italiani della famigerata patrimoniale
Quindi, alla luce dei fatti, viene da chiedersi perché scatti questo terrore non appena aleggi qualsiasi proposta di patrimoniale. Un interrogativo che esplora meandri psicologici, prima che economico-finanziari.
Oggi sappiamo che l’1% più ricco della popolazione adulta globale (suppergiù 60 milioni di persone) detiene circa il 50% dell’intero patrimonio netto mondiale.
L’economista statunitense Richard Wolff ha affermato: «Paghiamo le tasse così che i ricchi non le debbano pagare».
Quindi, che siano d’accordo loro è normale; ma come abbiano fatto a convincere tutti gli altri rimane un vero mistero. Anche se comincia ad arrivare qualche segnale diverso.
Secondo un recentissimo sondaggio Only Numbers, il 48.1% degli italiani sarebbe favorevole all’introduzione di una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze, a condizione che riguardi il patrimonio complessivo e vada a finanziare servizi pubblici. Tanti sono ancora incerti (20.7%), mentre il 31.2% si dichiara contrario.
Su quest’ultimo dato pesa l’orientamento politico, con più sfavorevoli nel centrodestra e meno nel centrosinistra; ma soprattutto lo scetticismo del ceto medio, preoccupato dalle incertezze sui criteri di applicazione.
Un timore che alla luce delle proposte in campo sembrerebbe parecchio immotivato. Tra l’altro, a volerci credere, quanti si dichiarano ostili sostengono come alternativa un forte impegno nel recupero dell’evasione fiscale.
L’esperienza non ci offre molte speranze in tal senso; ma se così fosse, dovrebbero essere ben altre le preoccupazioni.
The post Patrimoniale: mistero di una parola che spaventa pure chi non ne avrebbe motivo appeared first on lentepubblica.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)