Perché la condanna di 8 mesi a Del Mastro è stata confermata in appello: la rivelazione di segreto nel caso Cospito

Maggio 21, 2026 - 11:51
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Confermata la condanna a 8 mesi nei confronti dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso di Alfredo Cospito. Lo ha deciso ieri pomeriggio, dopo due ore di Camera di Consiglio, la terza sezione della Corte d’appello di Roma. I giudici hanno inoltre disposto l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di un anno. L’imputato era presente in aula a piazzale Clodio e subito dopo la lettura del dispositivo ha lasciato velocemente il palazzo giudiziario. Le uniche parole pronunciate: “Sicuramente andremo in Cassazione, dimostrerò la mia correttezza”. Ha confermato il suo legale, Andrea Milani: “È un caso per cui sono disposto ad andare fi no in fondo. Attendiamo le motivazioni della sentenza. Andremo sicuramente in Cassazione. Siamo delusi e stupiti della sentenza di oggi pomeriggio. Alla luce delle parole della procura generale e della ricostruzione non c’era alcun dubbio. Le presunte notizie rivelate non erano segrete”.

Al centro del procedimento ci sono alcune dichiarazioni fatte in Parlamento dal vicepresidente del Copasir e deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, a gennaio 2023. Il collega di partito di Delmastro lesse nell’Aula della Camera il contenuto di conversazioni avvenute nell’ora d’aria nel carcere di Sassari il 12 gennaio 2023 tra Cospito — poi protagonista di un lungo sciopero della fame per protestare contro il regime del carcere duro — e detenuti di camorra e ‘ndrangheta, anche loro al 41 bis, che discutevano appunto di come porre fi ne a quel tipo di carcerazione. Sempre durante quell’intervento a Montecitorio Donzelli accusò alcuni esponenti del Partito democratico — Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando — di connivenze sia con gli anarchici sia con la criminalità organizzata per aver a suo dire “incoraggiato nella battaglia” quei sepolti vivi, incontrati quello stesso 12 gennaio. Una feroce polemica scoppiò immediatamente. Il Pd contestò a Donzelli la violazione del segreto d’ufficio e chiese chiarimenti sulla provenienza delle informazioni. Il giorno dopo, Donzelli ammise di averle ricevute dal sottosegretario Delmastro, suo collega di partito, con cui condivideva l’appartamento a Roma e che aveva la delega al Dap. A metà febbraio durante un question time alla Camera il ministro Nordio blindò Delmastro rispetto alle richieste di dimissioni arrivate dal M5S. Ad innescare il procedimento era stato il deputato di Avs Angelo Bonelli. Donzelli, dopo aver letto in Aula quei passaggi, aveva risposto alle critiche sostenendo che quelle carte le potesse richiedere qualsiasi parlamentare. Così Bonelli le chiese al ministero della Giustizia e la risposta fu che quei documenti erano coperti da segreto. Ecco perché si rivolse alla Procura.

L’ex sottosegretario fu rinviato a giudizio dal Gup di Roma a novembre 2023, nonostante il pm avesse chiesto il non luogo a procedere. Nel luglio precedente, la Gip aveva disposto l’imputazione coatta, nonostante la procura di Roma avesse chiesto l’archiviazione ritenendo l’esistenza oggettiva della violazione, ma senza le prove dell’esistenza dell’elemento soggettivo. In primo grado, il 20 febbraio 2025, era arrivata una condanna a otto mesi, con pena sospesa e non menzione nel casellario, nonostante anche quella volta il pm Paolo Ielo avesse chiesto l’assoluzione per difetto dell’elemento soggettivo. I giudici avevano riconosciuto tuttavia a Delmastro le attenuanti generiche e avevano applicato l’interdizione di un anno dai pubblici uffici, respingendo le richieste di risarcimento avanzato dalle parti civili, quattro parlamentari del Pd. Il processo d’appello è iniziato il 22 aprile di quest’anno. Anche questa volta la procura generale nell’ultima udienza aveva chiesto per Delmastro l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”. Durante la requisitoria il sostituto pg aveva affermato che “non vi era certezza sulla segretezza” degli atti diffusi su cui “c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalato la riservatezza”. Questa vicenda giudiziaria ha la particolarità che per ben quattro volte l’accusa ha chiesto l’archiviazione o assoluzione e altrettante volte i giudici hanno rinviato a giudizio e condannato.

Intanto l’ex sottosegretario alla Giustizia, in quota Fratelli d’Italia, si era dimesso il 24 marzo scorso, per aver aperto una società con la figlia di un prestanome dei Senese. Durante il dibattito di ieri in Aula così ha commentato Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd: “noi siamo garantisti, ancora non c’è un giudicato definitivo. Ma c’è un giudizio politico molto chiaro che la sentenza di oggi (ieri, ndr) consolida. E dimostra ancora una volta l’approssimazione, la spregiudicatezza, la inadeguatezza con cui il sottosegretario ha operato utilizzando il proprio ruolo”

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