Persone, sostenibilità e trasparenza: una nuova visione per il settore dei preziosi
Nel panorama imprenditoriale contemporaneo, ridefinire i confini di un settore antico e tradizionale come quello dei preziosi richiede una visione lungimirante basata su sostenibilità, economia circolare, trasparenza e centralità delle persone.
In questa intervista rilasciata a Forbes, viene approfondito il modello di Oro in Euro, raccontato da Alessandra Baldissera, General e HR Manager del gruppo: un’azienda attiva da venticinque anni sul territorio italiano e da quasi quindici su quello elvetico.
Attraverso un percorso pionieristico, il gruppo ha saputo trasformare un modello di business classico in un esempio virtuoso di responsabilità sociale e ambientale, dimostrando come i fatti misurabili e l’ascolto delle persone possano diventare veri e propri asset organizzativi.
L’intervista completa:
Qual è stata la visione iniziale che ha guidato tutta la crescita di Oro in Euro?
Siamo partiti dalla profonda consapevolezza di lavorare in un settore in cui, già nel lontano 2001, la compravendita di preziosi veniva percepita dal pubblico come poco trasparente. Parlo al plurale perché la nostra realtà è nata grazie al fondatore Laurenza Nicola, che oggi ricopre il ruolo di CEO del gruppo, mentre io, in qualità di General Manager, sono entrata in azienda subito dopo, nel 2002, crescendovi insieme e abbracciando interamente la sua visione. Il nostro primo e fondamentale punto di partenza è stato quello di operare con assoluta professionalità e trasparenza, con l’obiettivo primario di costruire una solida relazione di fiducia con i nostri clienti. Con il passare del tempo, questo valore cardine della fiducia si è progressivamente allargato fino ad abbracciare tutti gli stakeholder che ruotano attorno alla nostra organizzazione, inclusi i nostri dipendenti e i fornitori. Per noi la fiducia si esprime concretamente mettendo al centro le persone, siano esse i clienti finali o i membri del nostro stesso team di lavoro. Proprio questo forte focus umano ci ha permesso non solo di consolidare la nostra cultura aziendale, ma anche di espandere notevolmente il nostro raggio di business.
Quali sono state le tappe fondamentali dell’evoluzione da semplice Compro Oro a gruppo articolato?
Nel corso della nostra storia abbiamo vissuto numerose tappe evolutive, ma ci sono due date fondamentali che hanno segnato la nostra crescita e ci hanno permesso di conquistare nuove fette di mercato. Siamo nati nel 2001 come una semplice realtà di comproro, specializzandoci inizialmente nell’acquisto di metalli preziosi. Nel 2003, tuttavia, questa attività iniziava ad andarci un po’ stretta, spingendoci a inserire il servizio di rivendita di preziosi usati. Ricordo in modo particolare il 2003 perché si tratta di un periodo molto lontano nel tempo, un’epoca in cui di sostenibilità ambientale e di concetti green non si parlava affatto. Per questo motivo mi definisco pioneristica per quei tempi; basti pensare che i nostri competitor ci davano letteralmente dei matti. All’epoca il settore dei preziosi, essendo fortemente legato alla tradizione e alla storia, era estremamente restio all’idea che qualcuno potesse indossare un oggetto prezioso appartenuto a uno sconosciuto. Nonostante lo scetticismo generale, abbiamo tenuto in considerazione questo aspetto e abbiamo puntato con convinzione sul second hand, poiché esprimeva concretamente la nostra visione di voler ridurre l’impatto ambientale in un settore tradizionalmente molto impattante. L’attenzione all’ambiente è da sempre un valore personale del nostro fondatore Nicola Laurenza, che è cresciuto insieme a noi in azienda. Questa scelta lungimirante ci ha permesso di inserire un servizio che oggi consideriamo un asset strutturale del nostro sistema organizzativo, anticipando un trend che poi negli anni successivi tutti gli altri hanno seguito. La seconda data cruciale è stata il 2008, un anno in cui abbiamo iniziato a interrogarci profondamente su cosa significasse essere realmente trasparenti. Nonostante ne parlassimo molto nella nostra comunicazione e fossimo orientati a informare il cliente, ci siamo resi conto che dovevamo cambiare radicalmente immagine. Nel 2008 i comproro tradizionali si presentavano con vetrine sature di vetrofanie che impedivano del tutto di vedere cosa accadesse all’interno. Abbiamo quindi compiuto una vera rivoluzione decidendo di rimuovere quelle vetrofanie, pur mantenendo tutti i nostri simboli aziendali, per rendere le vetrine luminose e permettere ai passanti di osservare le nostre collezioni, dato che nel frattempo eravamo diventati anche produttori. Abbiamo iniziato ad affittare negozi sempre più ampi per garantire un’area clienti accogliente, concepita come se l’ospite entrasse a casa nostra, inserendo anche uno spazio riservato per gestire l’attesa nel massimo rispetto della privacy. Questo cambiamento d’immagine radicale, che inizialmente sembrava completamente fuori da ogni contesto settoriale, si è rivelato un’idea vincente. Ci ha consentito di intercettare una fetta di quel mercato composta da persone che desideravano quel tipo di servizio ma non avrebbero mai messo piede in un negozio tradizionale. Da quel momento abbiamo introdotto ulteriori servizi, come l’oro da investimento, ottenendo l’iscrizione a Bankital come operatori professionali in oro, dando il via a un crescendo che ha trasformato e ampliato definitivamente il nostro business. Se oggi questa direzione può apparire scontata o persino banale, all’epoca richiedeva la capacità di essere pionieristici, vedendo opportunità laddove gli altri non riuscivano a guardare.
Perché avete scelto di passare da un racconto valoriale a un sistema di certificazioni e verifiche corrette?
Il passaggio dal racconto dei nostri valori a un sistema di certificazioni ufficiali è nato principalmente da una mia precisa volontà, legata alla necessità di dimostrare fatti misurabili dietro alle semplici parole. Quando nel 2003 abbiamo lanciato il second hand, il nostro obiettivo era fare molta formazione e informazione affinché il cliente potesse compiere una scelta d’acquisto consapevole. Negli anni successivi, l’eco-sostenibilità è diventata un tema di dominio pubblico, facilitando in parte il nostro compito poiché i clienti entravano nei nostri negozi già informati e consapevoli. Tuttavia, questo cambiamento ha generato un nuovo problema: il consumatore moderno, pur essendo consapevole, è diventato profondamente scettico a causa del fenomeno del greenwashing, temendo che dietro la parola sostenibilità non vi fossero attività concrete. Per garantire la massima serietà e dare un peso reale alle nostre affermazioni, ho voluto intraprendere un percorso per certificare il nostro claim di uso sostenibile. Grazie a questo iter, un ente certificatore terzo ha verificato ufficialmente che i nostri processi di rigenerazione dei gioielli sono realmente meno impattanti dal punto di vista ambientale rispetto alla produzione ex-novo del gioiello. Si tratta di un modo trasparente per dire al cliente, in linea con il nostro concetto di fiducia, che non offriamo parole vane ma fatti concreti e misurabili.
Quanto conta oggi l’economia circolare nel vostro modello e nel comparto orafo?
Oggi l’economia circolare rappresenta una parte assolutamente centrale e strutturale del nostro modello di business e, più in generale, dovrebbe esserlo per l’intero comparto orafo. Il motivo è estremamente semplice e risiede nella natura stessa dell’oro, un metallo prezioso che si presta perfettamente alla rigenerazione. Di conseguenza, reputo che considerare l’economia circolare come un concetto lontano dalla nostra realtà settoriale sia del tutto anacronistico. Il nostro modello integra armoniosamente entrambe le anime: da un lato siamo produttori e possediamo le nostre nuove linee di gioielleria, dall’altro gestiamo accuratamente tutti i processi rigenerativi. Trovo assurdo pensare che un gioiello nuovo, per il solo fatto di non venire più indossato da qualcuno, debba necessariamente finire in fusione. Ogni gioiello merita una seconda chance, anche perché ritengo fondamentale che le aziende odierne si assumano una precisa responsabilità non solo ambientale, ma anche sociale. Questo è il principio cardine che portiamo avanti con determinazione nel nostro lavoro quotidiano.
Cosa significa per voi la “vocazione femminile” e come si manifesta in azienda?
Il comparto orafo è storicamente e tendenzialmente caratterizzato da una forte connotazione maschile. Nonostante ciò, la nostra azienda si distingue per una presenza femminile straordinariamente elevata, tanto che quasi il 90% del nostro organico è composto da donne. Tuttavia, per me il concetto di vocazione femminile va ben oltre le semplici percentuali numeriche. Lo intendo in un senso molto più ampio e profondo, che si traduce in una spiccata attitudine alla cura, in una maggiore attenzione verso l’individuo e nell’ascolto attivo dei bisogni della persona. Negli ultimi anni, Oro in Euro ha posto un accento specifico sulla centralità dei dipendenti in tutti i progetti che li coinvolgono, ed è proprio in questo approccio che si manifesta pienamente la nostra vocazione. Ci impegniamo quotidianamente nel prenderci cura delle nostre persone, ascoltando attivamente le loro richieste e necessità.
In che modo avete portato vicinanza alle vostre persone sui temi della genitorialità e della conciliazione vita-lavoro?
La nostra vicinanza si è concretizzata semplicemente mettendoci in una posizione di ascolto empatico. Abbiamo compreso che in ogni azienda si muovono persone reali con bisogni specifici, i quali non dipendono dal genere maschile o femminile, bensì dal particolare momento della vita che stanno attraversando. Ci sono collaboratori che richiedono una maggiore flessibilità tra vita privata e lavoro, altri che hanno la necessità di assistere un parente malato, e altri ancora che sono più focalizzati su ambiti legati alla salute o alla formazione. Solo l’ascolto attento di tutte queste diverse esigenze consente all’azienda di sviluppare progetti coerenti ed efficaci, che si rivelano poi essere anche i più performanti. Negli ultimi due anni ci siamo concentrati intensamente sul tema della genitorialità e sul bisogno essenziale di conciliare i tempi di vita e di lavoro, avviando un importante percorso di investimento. Operando nel settore del retail, con negozi fisici aperti al pubblico, non possiamo inserire facilmente strumenti come lo smart working, di cui oggi si parla tanto per garantire flessibilità. Questo ostacolo, tuttavia, non ci ha frenati: ci siamo mossi strutturando un piano di assunzioni mirato che permette, a chi ne ha la necessità, di optare per una formula part-time, individuando così una quadra e un perfetto equilibrio aziendale. Sappiamo che l’Italia è ancora un po’ indietro rispetto ad altri Paesi europei, dove si sperimentano la settimana corta, lo smart working o modelli avanzati di genitorialità assistita soprattutto nel Nord Europa. Noi ci stiamo mettendo la testa e, sebbene sia un percorso non semplice, siamo orgogliosi di averlo iniziato, superando la logica che guarda solo ai numeri e ricordando che la produttività stessa deriva dalla tutela e dal supporto fornito alle persone.
Ci vuole raccontare il percorso legato alla certificazione PDR 125 e come ha reso più consapevole l’azienda?
Ho seguito personalmente questo percorso in azienda e devo ammettere che mi ha profondamente stupito. Inizialmente abbiamo abbracciato questo iter per ragionare in modo strutturato sui temi di genere e sulle relative conseguenze. Tuttavia, nel momento in cui abbiamo affrontato il percorso, è emerso molto altro, spingendoci a fermarci e ad andare oltre la pura tematica di genere per comprendere a fondo ciò che stava venendo alla luce. Essendo un’azienda a forte trazione femminile e storicamente orientata all’ambito donna, la differenza di genere era un tema già parzialmente recepito dall’organizzazione. Quando ho domandato direttamente ai miei ragazzi cosa avrebbero desiderato che l’azienda facesse per loro, dall’ascolto di queste esigenze sono nati progetti trasversali di grande interesse, come le Tavole Rotonde Oro in Euro. Si della si tratta di momenti di incontro interni a cui io stessa partecipo attivamente per ascoltare i collaboratori. Attualmente abbiamo due tavole tematiche attive: una dedicata alle nuove collezioni e ai nostri nuovi prodotti, e un’altra focalizzata sui temi HR e welfare. È straordinario vedere come le persone portino a questi tavoli non solo l’evidenziazione di problemi, ma anche proposte di possibili soluzioni. La critica non è mai distruttiva bensì costruttiva: si analizza un processo e si suggerisce un’alternativa. Questo mi ha permesso di toccare con mano come le idee nascano spontaneamente quando le persone si trovano in un ambiente privo di giudizio, dove si sentono libere di esprimersi a prescindere dal ruolo gerarchico. Da questa esperienza sono scaturiti ulteriori progetti in fase di lancio, un risultato collaterale del percorso PDR 325 di cui vado personalmente fiera e che ha avuto il grande merito di sensibilizzare profondamente la governance aziendale.
In cosa consiste il progetto Newborn e come supporta le mamme e i papà?
Il programma Newborn è uno dei frutti scaturiti direttamente da questi percorsi di ascolto e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è un progetto molto attento alla parte maschile, essendo prevalentemente rivolto ai padri. Ragionando sulla maternità nel contesto di genere, ci siamo resi conto che la nascita di un figlio non riguarda solo la donna, ma che si diventa genitori in due, papà e mamme. Abbiamo quindi deciso di informare capillarmente anche i papà riguardo ai loro diritti, poiché spesso le donne sono molto informate mentre gli uomini ignorano quali siano le tutele a loro dedicate. Newborn garantisce un percorso completo che accompagna il nuovo genitore, sia esso madre o padre, verso il momento successivo all’arrivo del bambino. Lo considero un vero e proprio regalo aziendale volto a donare consapevolezza in una fase così cruciale della vita. Oltre alla fase iniziale, Newborn affronta anche il delicato momento del rientro al lavoro. Molto spesso, una donna che si assenta per la maternità per diversi mesi sperimenta una sensazione di estraneità al suo rientro, percependo l’azienda come corsa in avanti e sentendosi rimasta indietro. Per superare questo disagio, non ci limitiamo ad aggiornare la dipendente sulle novità operative, ma offriamo corsi specifici volti a renderla consapevole delle nuove competenze, o skill, che la maternità stessa le ha donato. Vogliamo rassicurarla sul fatto che la formazione tecnica si recupera facilmente e che il suo valore professionale non si è affatto smarrito in quei mesi di assenza, ma anzi è aumentato proprio grazie all’esperienza genitoriale. Questo progetto è nato due anni fa e, lungi dall’essere statico, continua a evolversi e a integrarsi costantemente nel tempo.
Quanto conta per voi l’inserimento nell’elenco delle imprese responsabili del Dipartimento per le Pari Opportunità?
Vedere che il proprio operato porta a frutti concreti è indubbiamente una grande soddisfazione, e l’inserimento in questo prestigioso elenco ministeriale ci fa immenso piacere. Tuttavia, non considero assolutamente questo riconoscimento come un punto di arrivo, poiché non ho intrapreso il cammino delle certificazioni con il mero scopo di ottenere un premio. Per me rappresenta piuttosto una conferma esterna, come se qualcuno ci avesse detto che siamo sulla buona strada e che dobbiamo continuare così. Le certificazioni e i riconoscimenti ufficiali sono preziosi strumenti di confronto che permettono all’azienda di verificare se sta mantenendo la giusta traiettoria. Il nostro lavoro in questo ambito non si ferma: continuiamo a evolverci, a imparare e a crescere giorno dopo giorno. Questo riconoscimento ci conforta nella convinzione di aver intrapreso la via corretta e ci fornisce ulteriore energia per proseguire nel nostro viaggio, che unisce indissolubilmente i numeri aziendali alle persone, alla sostenibilità e all’economia circolare.
L’articolo Persone, sostenibilità e trasparenza: una nuova visione per il settore dei preziosi è tratto da Forbes Italia.
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