Più penne per tutti

14 Luglio 2026 - 10:20
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Roma. La scorsa settimana il Pen America, l’organizzazione nata per difendere la libertà di espressione, ha pubblicato un articolo che descrive l’“isolamento e l’esclusione” che gli scrittori israeliani ed ebrei, siano essi sionisti o critici di Israele, subiscono dal 7 ottobre 2023. Gli autori raccontano di essere stati inseriti in liste nere presso case editrici, boicottati da attivisti, pressati a sminuire la propria ebraicità e denunciati in cacce alle streghe online. Attirare l’attenzione su una simile repressione sembrerebbe rientrare nel mandato di questo famoso gruppo di vigilanza, il cui motto è “la libertà di scrivere”. Ma la pubblicazione dell’articolo è bastata a far dimettere in segno di protesta lo stesso presidente del Pen, il romanziere Dinaw Mengestu. Una faglia sempre più ampia divide il vecchio liberalismo classico, che considera il diritto di parola più importante di qualsiasi ideologia particolare, da una sinistra woke in ascesa e fieramente ideologica, che vede Israele e il sionismo come il nemico. Il messaggio è chiaro: certi silenzi sono sacri, certi lamenti intollerabili.

Mengestu ricopriva la carica di capo del Pen da appena sette mesi, dopo alcuni anni di turbolenze all’interno dell’organizzazione, gran parte delle quali legate a Israele e Gaza. Ha descritto l’articolo come una possibile minaccia ai diritti costituzionali di chi sostiene il boicottaggio dei prodotti israeliani (inclusa l’arte). “E’ il Primo emendamento che permette a tutti noi di partecipare ai boicottaggi, non il Pen America”, ha scritto Mengestu. Molti dirigenti all’interno dell’organizzazione, tra cui le direttrici Summer Lopez e Clarisse Rosaz Shariyf, ritenevano che pubblicare l’articolo sugli scrittori israeliani ed ebrei fosse una questione di principio. Il documento ha richiesto un anno per essere realizzato, un tempo insolitamente lungo, ha raccontato uno degli autori, in parte a causa dello scrutinio a cui un simile reportage sarebbe sicuramente stato sottoposto dai giovani membri dello staff del Pen.

Gli autori dell’articolo hanno parlato con persone come Deborah Harris, l’agente letteraria che rappresenta molti autori israeliani tra cui David Grossman. Ha descritto l’impossibilità di vendere qualsiasi opera di narrativa letteraria di questi autori sul mercato americano dopo gli attacchi del 7 ottobre. “La frase standard è: ‘Non saprei come pubblicare questo autore in questo momento’”, ha detto Harris. Israele è il colonialista immaginario su cui scaricare ogni frustrazione identitaria, mentre gli scrittori ebrei vengono ridotti a comparse scomode da cancellare con eleganza editoriale: “Non saprei come pubblicarlo in questo momento”. Una scrittrice, Meg Keene, racconta di essere stata invitata dal suo agente a eliminare tutti i riferimenti ebraici dal suo libro e a cambiare il nome di un personaggio da Yael a Sue. Non si tratta di critica legittima a un governo o a una politica: si tratta di un clima di sospetto collettivo verso l’ebraicità stessa, spinta a scusarsi, a smorzarsi, a rendersi invisibile per essere tollerata. “Pen non ipotizza che la rimozione di un romanzo di Toni Morrison possa essere una questione di gusto”, dice all’Atlantic Allison Lee, ex responsabile del Pen a Los Angeles, riferendosi ai numerosi rapporti del gruppo che hanno condannato i divieti di libri negli anni. “Sembra che solo un gruppo di scrittori debba avere il caso della propria soppressione contestualizzato rispettosamente prima che si possa riconoscere il danno subito e anche allora, solo in via provvisoria”.

Dopo il 7 ottobre, il Pen aveva cancellato il suo premio letterario dopo il boicottaggio degli scrittori. L’organizzazione degli scrittori aveva fatto sapere che dei 61 autori e traduttori nominati per il premio, 28 hanno scelto di ritirare i loro libri. Hanno criticato il Pen per una presunta “mancanza di sostegno agli scrittori palestinesi”. La cerimonia di premiazione avrebbe dovuto svolgersi nel municipio di New York, ma è stata annullata. Gli eredi della defunta autrice americana Jean Stein avevano anche chiesto al Pen di donare il premio di 75mila dollari in suo nome ai palestinesi. La decisione nel 2015 del Pen di assegnare il premio annuale alla libertà di espressione ai redattori di Charlie Hebdo spinse numerosi scrittori a ritirare la propria partecipazione come ospiti del gala annuale. A boicottare la cerimonia furono, fra gli altri, lo scrittore canadese Michael Ondaatje, l’autore del “Paziente inglese”; Peter Carey, il più celebre scrittore australiano candidato al Nobel; Teju Cole, uno degli scrittori statunitensi più trendy della sua generazione e autore di “Città aperta” (Einaudi). La scrittrice Francine Prose, ex presidente del Pen America che boicottò la cerimonia, scrisse: “Ero sconvolta quando ho sentito parlare del premio”.

Sia mai che una organizzazione nata per difendere la libertà di parola difenda la libertà di parola degli scrittori israeliani e dei vignettisti francesi. Sia mai.

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