Presentata la riforma dell’Ets, più tempo e risorse all’industria ma aiuti legati a investimenti in Europa
La Commissione europea prova a riscrivere il compromesso tra decarbonizzazione e competitività industriale. La revisione del sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), presentata oggi a Bruxelles insieme al Piano d’azione per l’elettrificazione, rallenta la riduzione delle quote di CO2 disponibili sul mercato, prolunga fino al 2038 le assegnazioni gratuite per alcuni dei settori più esposti alla concorrenza internazionale e mette sul tavolo decine di miliardi di euro per sostenere gli investimenti industriali. Ma Bruxelles non rinuncia al principio di fondo: il carbonio deve continuare ad avere un prezzo e le nuove flessibilità saranno subordinate, in larga parte, alla decarbonizzazione degli impianti in Europa. È una risposta alle pressioni cresciute negli ultimi mesi da parte dell’industria e di diversi governi, Italia e Polonia in prima fila, ma non accoglie tutte le richieste avanzate da Roma.
Il punto di partenza resta il funzionamento dell’Ets, il principale strumento europeo di politica climatica, che copre circa il 40 per cento delle emissioni dell’Unione e obbliga centrali elettriche, grandi industrie, compagnie aeree e operatori marittimi a disporre di una quota per ogni tonnellata di CO2 emessa. Il numero complessivo delle quote diminuisce ogni anno, creando un tetto progressivamente più basso alle emissioni. Dal 2005, secondo i dati richiamati dalla Commissione, le emissioni dei settori interessati si sono dimezzate, mentre dal 2013 il sistema ha generato circa 260 miliardi di euro di entrate. La prima modifica sostanziale riguarda proprio la velocità con cui questo tetto si restringerà dopo il 2030. La Commissione propone di portare il cosiddetto “fattore lineare di riduzione” al 3,7 per cento dal 2031 e all’1,7 per cento dal 2036, contro un ritmo superiore al 4 per cento previsto dal quadro attuale. In termini concreti, sul mercato resteranno disponibili più quote e le imprese avranno più tempo per abbattere le proprie emissioni. Verrà inoltre ridotto dal 24 al 12 per cento il tasso di intervento della Market Stability Reserve, il meccanismo che assorbe o rilascia quote quando si determinano forti squilibri tra domanda e offerta. Dal 2036, inoltre, crediti internazionali contribuiranno a coprire il 2 per cento delle riduzioni richieste ai settori Ets. Bruxelles sostiene che, nonostante queste flessibilità, la nuova traiettoria resterà compatibile con l’obiettivo europeo di ridurre del 90 per cento le emissioni nette entro il 2040.
La seconda novità, particolarmente importante per l’industria pesante, riguarda le quote gratuite. La Commissione propone di prolungarne l’utilizzo fino al 2038 per comparti come acciaio e cemento, quattro anni oltre la scadenza del 2034 prevista dal sistema attuale. Di conseguenza, anche la piena entrata a regime del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), destinato progressivamente a sostituire le quote gratuite per i settori interessati, verrebbe spostata al 2038. Contemporaneamente Bruxelles intende rendere meno severi i parametri utilizzati per ridurre le assegnazioni gratuite: dal 2030 il tasso massimo di riduzione dei benchmark scenderebbe dal 2,5 al 2 per cento. Un intervento separato e accelerato dovrebbe inoltre mettere a disposizione dell’industria, già nel periodo 2026-2030, quote gratuite aggiuntive per un valore stimato in circa 6 miliardi di euro. Il prezzo di questa maggiore flessibilità sarà però la condizionalità. Le aziende che presenteranno piani di investimento per la decarbonizzazione in Europa potranno ricevere immediatamente l’80 per cento delle quote gratuite spettanti, mentre il restante 20 per cento verrà riconosciuto soltanto dopo la realizzazione degli investimenti. Le installazioni appartenenti al 10 per cento più efficiente saranno esentate da questo vincolo. È uno dei punti su cui il commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha insistito maggiormente: “La differenza fondamentale in questa proposta rispetto al decennio attuale è la condizionalità. Consentiamo un po’ più di flessibilità, però i soldi devono essere investiti in Europa”. E ancora: “Le quote gratuite non significano denaro gratis”. Secondo Hoekstra, se il piano verrà attuato, potrà tradursi in “centinaia di miliardi” di investimenti aggiuntivi sul territorio europeo.
L’obiettivo della Commissione, quindi, è cercare di trasformare l’Ets da semplice meccanismo di prezzo del carbonio in una leva più esplicita di politica industriale. Attualmente, ha ricordato Hoekstra, circa l’80 per cento dei proventi generati dalle aste torna agli Stati membri, ma meno del 10 per cento di queste risorse viene utilizzato direttamente per la decarbonizzazione industriale. “Questa era sempre stata la promessa. Non era una tassa, era un motore per la decarbonizzazione industriale”, ha osservato il commissario. La proposta obbligherebbe quindi i governi a destinare almeno il 50 per cento delle future entrate nazionali dell’Ets alla decarbonizzazione delle industrie comprese nel sistema. Bruxelles metterà inoltre da parte 400 milioni di quote, per un valore stimato in circa 30 miliardi di euro, per alimentare un nuovo “Investment Booster” fino al 2030; altri 70 miliardi di euro in quote dovrebbero diventare disponibili dal 2031 per finanziare investimenti industriali, mentre il Fondo per la modernizzazione destinato ai Paesi membri con redditi più bassi continuerà oltre il 2030 con una dotazione di 280 milioni di quote.
La vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera ha collocato la riforma dentro una revisione più ampia del modello europeo di transizione. “Dopo vent’anni, è giusto trarre le lezioni dalla nostra esperienza”, ha osservato presentando il pacchetto insieme a Hoekstra e al commissario per l’Energia Dan Jorgensen. La linea di Bruxelles è dunque quella di correggere il funzionamento dell’Ets senza eliminarne il segnale di prezzo: più tempo per gli investimenti e più risorse alle imprese, ma senza rinunciare alla neutralità climatica nel 2050. Già nei mesi scorsi Ribera aveva avvertito che eliminare il prezzo del carbonio sarebbe stato “un enorme errore”. La riforma dell’Ets è stata infatti presentata insieme al Piano d’azione per l’elettrificazione, e la scelta non è casuale. Per Jorgensen, il passaggio a un maggiore utilizzo diretto dell’elettricità prodotta in Europa deve diventare uno dei pilastri della competitività e dell’indipendenza energetica dell’Unione. “Scegliete l’elettricità al posto dei combustibili fossili”, ha sintetizzato il commissario, indicando nell’espansione di tecnologie come pompe di calore e veicoli elettrici e nell’elettrificazione dei processi industriali il percorso per ridurre sia le emissioni sia la dipendenza dalle importazioni energetiche. La stessa Commissione presenta i due interventi come parti di un’unica strategia: usare il prezzo del carbonio e i ricavi che ne derivano per accelerare la sostituzione dei combustibili fossili con energia pulita prodotta nel continente.
La revisione allarga però anche il perimetro dell’Ets. Dal 2029 Bruxelles propone di applicare il sistema ai voli in partenza dall’Europa verso destinazioni entro 5 mila chilometri dal centro geografico del continente: nella pratica verrebbero inclusi collegamenti verso hub come Istanbul e Dubai, mentre resterebbero fuori Stati Uniti e Cina. Nel settore marittimo verrebbero ricomprese anche le navi con una stazza a partire da 400 tonnellate, contro le 5 mila attuali, mentre agli operatori sarebbero messe a disposizione 110 milioni di quote gratuite da monetizzare per investimenti in combustibili e tecnologie pulite. L’incenerimento dei rifiuti entrerebbe progressivamente nell’Ets tra il 2031 e il 2034, con alcune possibilità di deroga temporanea per gli Stati che rispettino determinate condizioni. Per l’Italia, il bilancio della proposta è misto: il nostro è stato uno dei governi che più hanno insistito per un intervento radicale sul sistema. Ancora alla vigilia della presentazione, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva ribadito che “gli obiettivi climatici non devono compromettere la competitività industriale e la sicurezza economica”. Due giorni prima, l’Italia aveva inoltre sottoscritto con Polonia, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Romania e Slovacchia una dichiarazione che chiedeva più quote gratuite, minori condizionalità e una revisione anche dell’Ets2, il sistema separato che dal 2028 applicherà un prezzo alle emissioni dei combustibili utilizzati negli edifici e nel trasporto stradale. I dieci governi avevano avvertito che, nell’attuale situazione economica e geopolitica, i cittadini europei non dovrebbero essere esposti a “nuove tasse climatiche”.
Sul fronte industriale, Confindustria aveva assunto una posizione altrettanto netta insieme alla tedesca Bdi e alla francese Medef. Le tre organizzazioni avevano chiesto una revisione della Market Stability Reserve per limitare la volatilità dei prezzi, il mantenimento delle quote gratuite finché il Cbam non garantirà una protezione efficace contro la delocalizzazione delle produzioni, l’utilizzo integrale dei ricavi Ets per la decarbonizzazione industriale e, dopo il 2030, l’apertura a crediti internazionali, cattura e stoccaggio della CO2 e rimozioni permanenti. Avevano inoltre chiesto di non estendere ulteriormente il meccanismo a trasporto marittimo e aviazione. Nel commentare la revisione, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha parlato di una proposta “insoddisfacente”, come dimostrato “dall’andamento odierno del prezzo delle quote sul mercato, che sono in aumento. Segno che ci si attendeva una revisione profonda che invece non c’è stata”. Quanto elaborato dalla Commissione “si limita a interventi con effetti solo marginali nel breve termine e non affronta le criticità strutturali del sistema nel contesto globale”, ha aggiunto Orsini.
La proposta della Commissione accoglie dunque una parte significativa delle richieste italiane, soprattutto sulla necessità di rallentare la traiettoria di riduzione delle quote, prolungare le assegnazioni gratuite, intervenire sulla Market Stability Reserve e riportare una quota molto maggiore dei proventi verso l’industria. Ma su altri punti Bruxelles ha scelto una strada diversa: mantiene una condizionalità esplicita sugli aiuti alle imprese, destina obbligatoriamente alla decarbonizzazione industriale almeno il 50 per cento – e non la totalità – delle entrate nazionali, amplia il perimetro dell’Ets nell’aviazione e nel trasporto marittimo e non inserisce l’Ets2 tra gli elementi centrali della revisione presentata oggi. Quest’ultimo dossier è quindi destinato a riemergere nel negoziato, considerando che il fronte dei dieci Paesi guidato politicamente da Italia e Polonia dispone di un peso sufficiente per incidere sulla formazione della maggioranza in Consiglio.
Intervenuto sul tema in seguito alla presentazione della riforma, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ha espresso un parere tutto sommato favorevole pur esprimendo la necessità di portare avanti il negoziato: “Sulla proposta di revisione del sistema Ets, accogliamo la scelta di rafforzare gli strumenti a sostegno degli investimenti nella decarbonizzazione industriale. Al tempo stesso, permangono aspetti di cruciale importanza che dovranno essere affrontati nel corso del negoziato, a partire dalla definizione dei ‘benchmark’ e dal sistema di assegnazione delle quote gratuite: su questi temi sarà fondamentale garantire un quadro regolatorio equilibrato, in grado di tutelare la competitività nei settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale ed evitare fenomeni di rilocalizzazione delle produzioni al di fuori dell’Unione europea”. Secondo il ministro, “l’Italia parteciperà a questo confronto con determinazione, pragmatismo e spirito costruttivo. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica lavorerà affinché la revisione del sistema Eu Ets rappresenti un’opportunità per rafforzare la leadership industriale europea, sostenere gli investimenti nella transizione e coniugare efficacemente ambizione climatica, sicurezza economica e competitività”. La partita, del resto, è appena iniziata: il testo dovrà ora essere esaminato e modificato dal Parlamento europeo e dagli Stati membri, con un negoziato che potrebbe durare circa un anno.
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