«Proposta pastorale, una Chiesa che osa per entrare dentro la storia»

22 Giugno 2026 - 08:54
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«Proposta pastorale, una Chiesa che osa per entrare dentro la storia»
Un momento dell'evento «Vulcani di vita» a Seveso (Agenzia Fotogramma)Un momento dell'evento «Vulcani di vita» a Seveso (Agenzia Fotogramma)

«Uno stile sinodale come via per la missione, irradiando la gioia cristiana». Lo chiede l’Arcivescovo nella sua articolata Proposta pastorale per il 2026\2027, dal titolo Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?. Ma come farlo e come lo si è fatto in questi ultimi anni, da quando la sinodalità è entrata a pieno titolo nel tessuto della Chiesa anche ambrosiana?

A rispondere è don Dino Valente, decano di Paderno Dugnano, Limbiate e Varedo, responsabile della Comunità pastorale San Giovanni Paolo II di Paderno e, attualmente, anche delle cinque parrocchie di Limbiate: «La sinodalità è diventata già una pratica concreta e l’Arcivescovo torna a sottolinearlo con forza nella seconda parte della Proposta, quella esortativa, dove osserva «che la postura sinodale è fatta di ascolto, di condivisione autentica, di discernimento, di scelte e di verifica e, perciò, deve correggere l’indole individualista, abitudinaria, talvolta autoritaria». Questione, ovviamente, che non riguarda solo i preti, ma anche i laici impegnati negli organismi di partecipazione».

L’ascolto rimane fondamentale?
Sì, perché è l’atteggiamento che ci permette di iniziare un cammino sinodale. La sinodalità si realizza vivendola: per questo l’Arcivescovo fa un richiamo preciso anche alle Assemblee sinodali decanali e alle Commissioni pastorali, parrocchiali e decanali in vista della valorizzazione di alcuni aspetti, osservando che, in molti casi, sono gli organismi più efficienti per una continuità di attenzione ad alcuni ambiti pastorali. Importante mi pare, però, ciò che aggiunge, ossia che devono essere organismi di corresponsabilità praticata con stile sinodale.

Don Dino Valente

Un passaggio importante per l’elaborazione del documento è stata la sessione congiunta dei Consigli presbiterale, pastorale diocesano, dell’Assemblea dei Decani e dell’Équipe sinodale, svoltasi a Rho il 28 febbraio. Una formula da replicare?
Senza dubbio, in quanto permette di confrontarsi a livello esperienziale. L’Arcivescovo, infatti, parla delle Assemblee sinodali come luogo in cui osare, esplorando il territorio, in modo particolare del Decanato. Forse questo aspetto non è stato ancora compreso appieno, nel senso che talvolta si pensa che l’Assemblea sinodale sia un’ulteriore struttura aggiunta ad altre. Mentre le Asd sono lo strumento, adatto al presente, con cui realizzare il Concilio Vaticano II, per una Chiesa che entra dentro la storia, si mette in dialogo con il mondo annunciando il Vangelo con gioia. A me piace molto, in questo contesto, il riferimento di monsignor Delpini all’audacia.

Ma come osare?
Si tratta davvero di “osare”, con la visita alle realtà territoriali, con il confronto interno, con una fraternità franca e disponibile, immaginando come i cristiani possono essere presenti nella vita di tutti. È una Chiesa che non sta fuori dalla storia. Tante volte, oggi, abbiamo paura di realtà che ci interpellano con problematiche antiche e inedite, come vivere la famiglia, il lavoro, lo studio, la sofferenza, la carità e la solidarietà. Tentare di comprenderle con uno stile sinodale offre uno straordinario strumento e così vedo anche la proposta di un coordinamento zonale dell’Équipe sinodale.

Infatti l’Arcivescovo usa il termine «profezia sociale»…
Una profezia che si incarna nello stile «non di fare per», ma «con». Personalmente credo molto in questo. Per me, infatti, il Consiglio pastorale, da sempre, non è un luogo organizzativo, ma lo spazio in cui si cercano insieme le direzioni per un cammino pastorale all’interno del territorio nel quale si vive. Faccio un esempio: con il nostro Consiglio pastorale abbiamo riflettuto sull’iniziazione cristiana per due anni, ma non a livello teorico. Abbiamo cominciato a interpellare i genitori, i catechisti, le famiglie di ogni di ogni tipo – italiane e straniere con, al loro interno, separati, divorziati e persone in nuove unioni, e anche le famiglie più ai margini -, per cercare di creare un’appartenenza ecclesiale che coinvolgesse chi non soltanto è fruitore della vita della comunità, ma può diventarne partecipe.

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