Putin, Trump e la sfiducia dell’occidente. Parla Bernard-Henri Lévy

25 Giugno 2026 - 06:35
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Taormina. “Nell’antica Grecia – ricorda Bernard-Henri Lévy al Foglio – il leader aveva il compito di rassicurare quando il popolo aveva paura e di calmare gli animi quando le passioni collettive rischiavano di travolgere la ragione. Oggi, invece, accade spesso il contrario. I Greci sapevano che il modo in cui si sta comportando Trump è il suicidio del gruppo. Sapevano che la sua è una leadership suicida”. Quella dello scrittore e filosofo francese non è soltanto una stoccata contro il presidente americano, ma è il punto d’arrivo di una riflessione che conduce da anni sulla crisi delle democrazie occidentali. Una crisi che, a suo giudizio, non nasce dall’economia, dalla tecnologia o dalla geopolitica, “ma da una parola molto meno evocata e molto più decisiva che è la fiducia”, tema della 16esima edizione di Taobuk dove è stato uno dei super ospiti insieme ad Haruki Murakami.

“Il problema della nostra epoca – aggiunge Lévy – è che la maggior parte delle persone ha perso fiducia in tutto: nella democrazia, nei valori liberali, nell’Europa, nelle istituzioni e persino nella possibilità di distinguere il bene dal male”. “C’è una depressione della fiducia, un collasso che investe contemporaneamente la sfera pubblica e quella privata”, aggiunge, guardato a vista da sua moglie Arielle Dombasle – cantante, regista e attrice – (“stiamo insieme dal ’93”, ci dice poco prima di togliersi gli occhialoni neri da star), un “Amour Symphonique”, volendo citare il titolo di una delle canzoni di lei, non proprio una hit. “La sfiducia diventa così il vero clima spirituale dell’occidente – continua – e forse anche il terreno sul quale prosperano le nuove forme di radicalismo, le semplificazioni identitarie e la ricerca di capi capaci di trasformare le paure in consenso. Io ho fiducia nell’avvenire, nella verità e nella democrazia”. “Il problema – aggiunge – è più che altro il male, che non è poi così attraente come si vuol credere. La letteratura lo esplora e tutta la storia della filosofia è quella di un occultamento del male. Per secoli, filosofi e teologi avrebbero tentato di ridurlo a un’illusione, a una tappa necessaria verso il bene o a un elemento subordinato dentro un ordine superiore, ma a me interessa la sua autonomia e la sua concretezza”. “Ci sono persone che fanno il male per il male, ma non lo fanno per errore né pensando di fare il bene. Lo fanno sapendo che si tratta del male, punto”.

Dentro questa cornice si inserisce anche la sua lettura dell’antisemitismo contemporaneo. Quando gli ricordiamo la tesi dello storico israeliano Zeev Sternhell, secondo cui l’antisemitismo moderno avrebbe trovato una delle sue matrici nella cultura politica francese prima ancora che in Germania, Lévy non contesta il giudizio storico e sposta lo sguardo sul presente. “Penso che il nuovo antisemitismo sia oggi dappertutto: in Francia, in Italia e in Spagna. La congiunzione dell’estrema destra e dell’estrema sinistra produce quella che definisco una ‘bomba atomica morale’: l’antisemitismo di massa. Se però un tempo il laboratorio era la Francia – come scrissi nel 1981 ne L’idéologie française – oggi la fabbrica si sta spostando oltre l’Atlantico, negli Stati Uniti. Le guerre che ho raccontato da reporter, dalla Bosnia all’Ucraina, hanno confermato una lezione appresa molto prima nei libri di Freud: la civiltà è una pellicola sottile sopra una barbarie profonda. Basta poco perché si laceri, basta poco perché il male – che molti preferiscono considerare un incidente della storia – torni a presentarsi come protagonista”. Ascoltandolo, viene allora da pensare che la sua vera battaglia non sia contro Trump, contro Putin o contro l’antisemitismo, ma contro una disposizione dello spirito, “l’idea che nulla meriti più di essere difeso perché nulla è davvero vero. E’ qui che la sfiducia generalizzata diventa qualcosa di più di uno stato d’animo. Diventa una cultura”. La stessa che uno come lui considera “il vero avversario”.

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