Quando a Varese si poteva ancora scappare al cinema

C’è stato un tempo, a Varese, in cui una ragazza poteva ancora marinare la scuola e andare al cinema. Non era un’impresa eroica. Non era nemmeno, a dirla tutta, un grande peccato. Era una piccola insubordinazione mattutina: una firma imitata male, una scusa raccontata peggio, una compagna trascinato nell’avventura, due ore rubate al dovere e consegnate al buio di una sala.
Piera, mia suocera, che a Varese vive da una vita e nella scuola ha passato trentanove anni, se lo ricorda bene. Da ragazza fece bigiata per andare a vedere Guerra e pace, quello con Audrey Hepburn. «Lunghissimo», ricorda. Tanto lungo da prendersi tutta la mattinata. Lo racconta con la naturalezza con cui certe generazioni confessano una colpa minore sapendo che, in fondo, era anche una forma di educazione.
Perché il cinema, per lei, non è mai stato soltanto intrattenimento. È stato formazione, passione, mestiere, lente sul mondo. Andava al cinema Vittoria. Per i cineforum frequentava il cinema dei Salesiani. Lì vedeva i francesi, da Renoir a Truffaut, i nordici, da Dreyer a Bergman, e naturalmente La corazzata Potëmkin, in lingua originale, prima che Fantozzi la trasformasse nella più celebre persecuzione culturale dell’impiegato italiano.
Poi quel cinema Piera lo portò in classe, alla scuola Dante, dove insegnò arte e storia dell’arte dal 1975 al 1997. Lo usava come si dovrebbe usare la cultura: non come ornamento, ma come chiave. La storia dell’arte diventava storia. La storia diventava letteratura. La letteratura diventava immagine. E l’immagine diventava domanda.
Ai ragazzi faceva vedere film sull’adolescenza, sulla crescita, sull’età difficile in cui non si è più bambini e non si è ancora adulti. Per parlare della Shoah mostrava Jona che visse nella balena: la persecuzione vista dagli occhi di un bambino, il passaggio feroce da persona normale a persona rifiutata, l’orrore che entra nella vita quotidiana prima ancora di entrare nei campi.
Alla Dante, racconta, si lavorava insieme. Lettere, musica, arte, religione. Una scuola dove gli insegnanti si parlavano, costruivano percorsi comuni, facevano mostre, cartelloni, lavori veri. Una volta arrivò perfino l’ambasciatore israeliano a vedere una mostra sulla Shoah preparata dagli studenti. Gli piacque così tanto che suggerì di portarla anche in Comune. Il Comune promise. E, naturalmente, non se ne fece nulla.
Anche questa è Varese: scuole vive, professori che accendono fuochi, istituzioni che spesso non trovano il fiammifero. Ma il punto, oggi, non è ricordare una scuola o un cinema che forse non c’è più. Il punto è capire che cosa è cambiato.
Perché Piera, a un certo punto della conversazione, dice una cosa semplice e terribile: oggi i ragazzi non possono più farle, quelle piccole fughe. Se un alunno non entra a scuola, arriva subito il messaggio ai genitori. Se prende un brutto voto, il registro elettronico lo consegna in tempo reale alla famiglia. Se sbaglia, se manca, se cade, se prova a nascondersi, il sistema lo vede. Tutto è tracciato. Tutto è notificato. Tutto è trasparente.
Come spesso accade, una città di provincia vede arrivare il mondo prima ancora di accorgersene. Sembra progresso. In parte lo è. Nessuno rimpiange davvero le firme false, le assenze coperte, le bugie organizzate tra compagni. Ma nella vita dei ragazzi esisteva anche una zona grigia, e non tutta la zona grigia era delinquenza. A volte era apprendistato. Era un modo maldestro per dire: ci sono anch’io. Posso scegliere male. Posso rischiare qualcosa. Posso oppormi.
«L’opposizione è fondamentale», dice lei. E lo dice da insegnante, non da nostalgica. Un adolescente che non si oppone mai non è necessariamente un bravo ragazzo. Può essere un ragazzo che non ha trovato lo spazio per diventare sé stesso.

Qui sta il paradosso. Abbiamo costruito una scuola più controllata, famiglie più informate, strumenti più efficienti. Ma forse abbiamo tolto ai ragazzi il diritto minimo alla piccola
clandestinità. Quella che non distrugge, non rovina, non condanna. Quella che insegna il limite proprio perché lo si attraversa di un passo.
Una volta si scappava al cinema. Oggi si scappa dentro uno schermo. La fuga non è sparita. Ha solo cambiato luogo. Non potendo più nascondersi in una sala, in una strada, in una mattina rubata, molti ragazzi si nascondono nel telefono. Lì nessuno li vede davvero. O li vedono tutti, che è perfino peggio. Lì cercano confidenza, riconoscimento, consolazione, talvolta perfino consiglio da una macchina.
Una psicoterapeuta amica mi ha scritto una frase: «Le chat spesso sono troppo tangenziali per poter essere definite relazioni: alla fine non ci si incontra mai». Ci si scrive molto. Ci si incontra poco.
Piera non demonizza la tecnologia. Sa che può essere utile, perfino meravigliosa. Ma sa anche che un ragazzo non cresce davanti a un dispositivo che lo sorveglia o lo seduce. Cresce davanti a un adulto che lo guarda, lo ascolta, lo corregge, lo lascia parlare. Lei lo faceva così. Durante le ore di disegno passava banco per banco, insegnava una tecnica,
correggeva, mostrava. Poi chiamava gli alunni alla cattedra, uno alla volta. E lì accadeva qualcosa. I più timidi parlavano. I più spavaldi si aprivano. I ragazzi difficili raccontavano.
La cattedra diventava, dice lei, quasi un confessionale laico. Non perché l’insegnante dovesse sostituirsi alla famiglia, allo psicologo o alla vita. Ma perché la scuola, quando è scuola davvero, è il primo luogo pubblico in cui un ragazzo può essere visto senza essere immediatamente archiviato. Oggi abbiamo molte piattaforme. Abbiamo meno spazi. I ragazzi sono più monitorati, ma non sempre più guardati. Più connessi, ma non sempre più ascoltati. Più protetti, ma non sempre più accompagnati. Sappiamo in tempo reale se sono entrati in classe. Non sempre sappiamo dove sono finiti davvero.
Per questo la memoria di una professoressa varesina non è soltanto memoria privata. È una domanda pubblica: che città offre oggi Varese ai suoi adolescenti? Quali cinema, quali biblioteche, quali cortili, quali aule, quali adulti, quali spazi di libertà imperfetta? Quanti spazi come Materia servono e dove?
Non si tratta di rimpiangere il passato. Il passato aveva le sue ipocrisie, le sue violenze taciute, i suoi mostri trasferiti invece che fermati (e certe memorie fanno ancora male), le sue istituzioni più preoccupate di non avere problemi che di risolverli. Anche questo emerge nei racconti di scuola. Non tutto era migliore, e chi dice il contrario mente o ricorda male.
Ma una cosa, forse, l’abbiamo perduta davvero: la fiducia che un ragazzo possa sbagliare in piccolo per imparare a non sbagliare in grande. Tra una firma falsa sul diario e una dipendenza dallo smartphone non c’è paragone morale. C’è una differenza di mondo. La prima era una bugia artigianale. La seconda può diventare una prigione industriale.
E allora vale la pena ripartire da lì: dal cinema Vittoria, dal cineforum dei Salesiani, da una professoressa che portava Jona che visse nella balena in classe, da una mattina varesina in cui si entrava ragazzi al cinema e si usciva, forse, un po’ più grandi.
Ogni generazione ha bisogno della sua fuga. Il problema è che noi abbiamo chiuso le porte vere e lasciato aperte solo quelle finte.
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