Quando il pallone batte il potere, il Belgio manda KO Trump
Il Belgio ha reso giustizia al calcio. In piena notte, quando in Italia era ancora buio pesto, ha rifilato quattro ceffoni agli Stati Uniti. Una squadra, quella americana, che Donald Trump (sempre lui) aveva cercato di salvare con la furbizia e l’inganno.
Così, i Mondiali di calcio hanno potuto trarre un sospiro di sollievo perchè alla fine chi vincerà il campionato lo avrà fatto per meriti sportivi e non per altri motivi che con il football non hanno niente da spartire. “Il tycoon è stato espulso, è solo un pallone gonfiato”. Stamane i titoli a tutta pagina dei giornali sportivi si sbizzariscono per mettere KO un presidente che non voleva dar retta al campo.
Per fortuna, sul terreno di gioco non c’era lui, altrimenti avrebbe potuto inventare un’altra delle sue diavolerie per sconvolgere il risultato. “Scandaloso, è andato oltre la linea rossa”, ritiene con forza un altro quotidiano. Mai in passato era successo un imbroglio del genere. Di fatti discutibili, il nostro sport nazionale ne ha compiuti parecchi, ma questo davvero andava oltre una qualsiasi previsione. Quel che è accaduto, è noto: un giocatore della nazionale statunitense, Folarin Balogun, attaccante di grido che difende i colori del Monaco, era stato espulso durante la gara con la Bosnia. Il regolamento non ammette eccezioni. Come minimo, il “responsabile” deve saltare una gara, proprio quella contro gli Stati Uniti. “Eh, no”, deve aver pensato Trump, “Questa cosa non s’ha fare”, ha detto in cuor suo come il Don Rodrigo di manzoniana memoria.
Ritenendosi l’uomo più potente del mondo ha afferrato il telefono ed ha chiamato il suo amico Gianni Infantino, il numero uno della federazione internazionale del calcio. Fra presidenti, è logico, ci si intende. Non è necessario parlare a nuora perchè suocera intenda. “Gianni, tu mi capisce. Quell’arbitro non era all’altezza di dirigere una partita così importante. Il nostro giocatore non doveva essere espulso, quindi la prossima gara dovrà entrare in campo con i suoi compagni”.
Ora, tutti sanno che nel suo Paese il tycoon non ha i simpatizzanti di un tempo. Gli sono contro non soltanto i democratici, cioè gli esponenti dell’opposizione, ma anche una parte dei repubblicani, delusi dalla sua gestione. Allora, ogni decisione (o contro decisione) non deve mancare la mira.
Così, Trump ha preso la palla al balzo ed è entrato a gamba tesa nel problema. In Europa, e anche oltre, nessuno avrebbe potuto pensare che Trump potesse avere ragione. Sbagliato, invece. Infantino non si è fatto pregare due volte e in un baleno ha ribaltato il caso dando “dell’inetto”al giudice di gara. Polemiche, dibattiti, discussioni a non finire, anche un reclamo della federazione belga che non credeva ai propri occhi. Undici contro undici in campo e nella formazione degli Stati Uniti spiccava il nome di Balogun. Doveva rimanere negli spogliatoi, non sedersi nemmeno in panchina? A questo interrogativo tutti i benpensanti avrebbero risposto si, ma Trump e Trump e non si discute. Per fortuna la legge del football è uguale per tutti: se sei più forte (eccezioni a parte) alla fine dell’incontro vinci.
L’espulsione, in questo caso, è toccata al tycoon che, pensando al suo strapotere, ha ritenuto che gli Stati Uniti avrebbero passato il turno eliminando il Belgio. Eh, no: stavolta non è andata così, nonostante la protervia di chi pensa a torto di essere più forte. A dirla tutta, il mondiale non è stato preso a calci. Torna di moda un vecchio ritornello degli inglesi che, nei momenti bui, cantavano: “Il nostro sarà un impegno comune per far riemergere l’autonomia del football”. Chissà se una fotocopia di questo motivetto arriverà sul tavolo di Donald? Dovrebbe leggerlo e mandarlo a memoria. Purtroppo, è solo una speranza.
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