Raccolta plastica in crisi. Piattaforme sature, riciclare costa più del materiale vergine

07 Ottobre 2026 - 13:25
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Raccolta plastica in crisi. Piattaforme sature, riciclare costa più del materiale vergine

Non è soltanto un problema di Siracusa e, soprattutto, non è un semplice disservizio nella raccolta. Dietro lo stop a plastica e metalli che sta interessando diversi Comuni della provincia c’è una crisi molto più ampia della filiera del riciclo, che dalla Sicilia arriva fino al mercato europeo delle materie plastiche.

A Siracusa la raccolta del multimateriale è stata sospesa dal 6 ottobre. Problemi analoghi si sono registrati ad Augusta, Lentini e Rosolini, mentre la situazione viene monitorata anche negli altri centri della provincia. Il punto critico è a valle: gli impianti ai quali i Comuni conferiscono il materiale stanno raggiungendo i limiti delle proprie capacità di stoccaggio.

Per Siracusa il multimateriale leggero, identificato dal codice CER 15.01.06, viene avviato alla Domus Ricycle, società incaricata della selezione e valorizzazione della frazione. È la stessa piattaforma alla quale fanno riferimento anche altri Comuni siciliani. Ad Augusta lo stop era stato comunicato già alla fine di settembre facendo esplicito riferimento al blocco dei conferimenti alla Domus Ricycle. A Mascali, nel Catanese, il Comune ha parlato nei giorni scorsi di totale saturazione dei magazzini di stoccaggio della società. A Siracusa RisAm ha invece motivato la sospensione con una grave e diffusa criticità degli impianti siciliani e con l’improvviso blocco dell’impianto di destinazione.

Il problema, dunque, può essere rappresentato come un imbuto. I cittadini continuano a differenziare, i gestori raccolgono il materiale, ma le piattaforme hanno sempre meno spazio per riceverlo. Quando raggiungono il limite autorizzato di stoccaggio, i conferimenti si fermano e la conseguenza arriva direttamente davanti alle abitazioni: la plastica non viene più ritirata. Ma perché le piattaforme non riescono a svuotarsi abbastanza velocemente? Una delle spiegazioni sta nella crisi economica che sta attraversando l’intera industria europea del riciclo della plastica. Il punto è apparentemente paradossale: in determinate condizioni oggi può costare meno acquistare plastica vergine, anche importata da fuori Europa, che utilizzare materia prima ottenuta dal riciclo.

Secondo i dati indicati recentemente dal presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo e riportati da Repubblica, il PET vergine proveniente dall’Asia o dall’Egitto può attestarsi intorno ai 750 euro a tonnellata, mentre il PET riciclato prodotto in Italia può arrivare a 1.200-1.300 euro a tonnellata. Non si tratta di un listino fisso – prezzi e differenze cambiano in base al polimero, alla qualità e alle condizioni di mercato – ma il confronto rende evidente lo squilibrio.

In un recente dibattito parlamentare sono stati richiamati valori dello stesso ordine di grandezza, con circa 900 euro a tonnellata per il PET vergine estero e fino a 1.500 euro per quello riciclato italiano. Nella stessa sede, sulla base di dati Anci, è stato evidenziato come una quota significativa della plastica pressata presente nei centri di raccolta incontri difficoltà a trovare uno sbocco.

La ragione è nel processo necessario per trasformare ciò che viene gettato nel mastello in nuova materia prima. La plastica deve essere raccolta e trasportata, poi separata dagli altri materiali, selezionata per polimero e qualità, liberata dalle impurità e quindi lavorata, lavata, macinata e trasformata nuovamente in scaglie o granuli.

Sono passaggi che significano energia, impianti, personale, trasporti e gestione degli scarti. La plastica vergine prodotta da grandi impianti petrolchimici, soprattutto in alcune aree extraeuropee, può invece beneficiare di costi energetici e di produzione inferiori e di enormi economie di scala.

Il fenomeno non riguarda soltanto Domus Ricycle e neppure soltanto la Sicilia. La stessa Commissione europea ha riconosciuto la difficoltà attraversata dall’industria continentale del riciclo: costi energetici elevati, prezzi bassi della plastica vergine, sovracapacità produttiva mondiale e concorrenza delle importazioni stanno comprimendo la redditività degli impianti europei. Ed è qui che la crisi economica diventa un problema per la raccolta differenziata.

Se le industrie hanno meno convenienza ad acquistare materia riciclata, i riciclatori faticano a collocare il prodotto. Se i riciclatori assorbono meno materiale, le balle selezionate rimangono più a lungo nei depositi. Le piattaforme si riempiono e, una volta esauriti gli spazi autorizzati, devono ridurre o interrompere i nuovi conferimenti.

La crisi procede quindi al contrario lungo tutta la catena: meno domanda di plastica riciclata, materiale che esce più lentamente dagli impianti, piattaforme sature, stop ai conferimenti. Quindi, sospensione della raccolta nei Comuni.

È però necessario mantenere una distinzione: la saturazione degli impianti siciliani e la crisi nazionale ed europea del mercato della plastica riciclata sono entrambe documentate, ma per stabilire che la specifica saturazione di Domus Ricycle sia causata direttamente dalla difficoltà di vendere il materiale riciclato servirebbe una conferma dell’azienda o dei consorzi di filiera.

Il paradosso diventa ancora più evidente guardando i numeri italiani. Il problema non è semplicemente che in Italia non si sappia riciclare. Secondo Ispra, nel 2024 il riciclo degli imballaggi in plastica ha superato per la prima volta il 50%, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2025. Se si considerano complessivamente tutti gli imballaggi, l’Italia presenta inoltre livelli di riciclo superiori alla media dell’Unione europea.

È quindi una filiera industriale sviluppata che oggi si trova schiacciata tra costi di trattamento elevati e una materia vergine disponibile sul mercato internazionale a prezzi estremamente competitivi. E il problema potrebbe diventare strutturale. La Commissione europea ha segnalato negli ultimi anni chiusure e riduzioni della capacità degli impianti di riciclo, proprio mentre l’Europa cerca di aumentare l’utilizzo di materie prime seconde e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Il caso di Siracusa e degli altri Comuni della provincia diventa così la manifestazione locale di un problema molto più grande. La plastica viene separata correttamente dai cittadini e raccolta dai Comuni, ma la catena può incepparsi perché ciò che dovrebbe diventare una nuova materia prima non trova uno sbocco industriale abbastanza rapido e remunerativo.

Da qui il paradosso di questi giorni: mentre ai cittadini viene chiesto di differenziare sempre di più, i sacchi restano a casa perché, a valle, le piattaforme sono piene. E fino a quando non torneranno disponibili spazi negli impianti e non riprenderà regolarmente il flusso verso gli anelli successivi della filiera, lo stop alla raccolta rischia di continuare a coinvolgere, a macchia d’olio, altri Comuni siciliani.

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