Remigrazione è la parola nuova con cui torna l’antica tentazione di mandare via gli indesiderati

27 Giugno 2026 - 12:14
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“Invece di ragionare tirano fuori il coltello”. “Fanno tanti figli e poi pretendono che siano gli altri a mantenerli”. “Vengono qui senza un mestiere e poi tocca a noi mantenerli”. “Cercano sempre di fregare il prossimo”. “Non hanno voglia di lavorare”. “In fondo sono degli africani”.

Dal 50 all’80 per cento degli intervistati si dichiara del tutto d’accordo con queste affermazioni. Vi fischiano le orecchie? Gli stereotipi appaiono un tantino datati, come dire, ingentiliti rispetto a quelli che si sentono oggigiorno. Nessuno gli chiede se sarebbero d’accordo con l’affermazione che quelli sono tutti, o quasi tutti, delinquenti, stupratori, assassini (anche se la faccenda del coltello è un indizio). E’ evidente che sono tutti indesiderati. Ma non viene chiesto agli intervistati se sia preferibile rispedirli, con le buone o con le cattive, a casa loro, alle latrine da cui provengono. Sarebbe una domanda ridondante, visto il tenore di quel che pensano dei nuovi arrivati.

“Vengono senza un mestiere e ci tocca mantenerli”. Questo si diceva in Piemonte negli anni 50 degli immigrati dal Mezzogiorno

L’inchiesta di opinione risale alla fine degli anni 50. Gli intervistati sono un campione di piemontesi ai quali viene chiesto di dichiararsi più o meno d’accordo con affermazioni riguardanti i nuovi immigrati dal Mezzogiorno. Certi pregiudizi, mi viene da dire certe idiozie, hanno radici antiche. Se avessero chiesto agli americani, agli svizzeri, ai belgi, degli immigrati arrivati a frotte dall’Italia, giudizi e pregiudizi sarebbero stati molto più pesanti, insultanti, sanguinosi. In Francia li linciavano.

C’erano movimenti di popolo, correnti di pensiero, giornali, partiti, il cui programma, la cui ragione d’essere, era rimandarli a marcire a casa loro. Verso una categoria particolare di immigrati il rimedio, nella prima metà del Novecento, fu ancora più radicale che espellerli e rimpatriarli: rinchiuderli in grandi campi di concentramento, e sterminarli. Gli ospiti indesiderati, i delinquenti da levarsi di torno, la minaccia per antonomasia alla civiltà e al modo di vita occidentale, all’identità nazionale, all’onore e alla purezza della razza, alla castità femminile, i campioni della turpitudine e della depravazione, erano gli ebrei.

Gli ebrei erano il diverso, l’immigrato più pernicioso. Erano lo straniero per definizione, l’invasore per definizione (erano fuggiti a milioni dalle guerre, dai pogrom e dalla povertà dell’Est). Più insidiosi dei musulmani o dei neri. Anche perché, stereotipi del nasone a parte, si mimetizzavano e si confondevano con le razze bianche autoctone, erano infiltrati. Non per niente gli avrebbero imposto di distinguersi con la stella gialla. I profughi delle ondate più recenti venivano disprezzati da quelli che si erano integrati, da quelli arrivati prima di loro. Esattamente come succede oggi. “Noi abbiamo fatto sacrifici, quelli vogliono tutto subito”, ti spiegheranno i latinos che hanno votato per Trump, gli immigrati britannici che hanno votato Brexit e voteranno Farage, quelli che hanno votato Le Pen e voteranno Bardella, quelli che votano Alternative für Deutschland (AfD), quelli che votavano Lega e ora voteranno magari Vannacci.

C’è una parola d’ordine che riunisce le destre di tutto il mondo. Il grido è: remigrazione! Sono troppi, impediamo che ci sommergano, mandiamo via gli irregolari, rispediamoli a casa loro. E’ il motto di una vera e propria internazionale nera. Xenofobi, odiatori di stranieri di tutto il mondo unitevi! Così come un tempo ormai antico sulle bandiere rosse della rivoluzione era scritto “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Remigrazione nei dizionari italiani non figura ancora. Anche se la Treccani online la menziona come neologismo. Curioso: come verbo, remigrare era stato inventato in epoca fascista. Si riferiva non all’espulsione degli stranieri, ma all’auspicato ritorno degli emigrati italiani. A sdoganare la parola in Europa è stata Alice Weidel, la leader dell’ultradestra tedesca: “Abbiamo un piano per il futuro della Germania: chiudere completamente le frontiere, respingere ogni viaggiatore senza documenti, cancellare le prestazioni sociali per i non residenti e procedere a rimpatri su larga scala. Se si deve chiamare remigrazione si chiamerà remigrazione”. Fa un certo senso che il punto 8 del Programma del partito nazionalsocialista, annunciato da Hitler nel 1920, recitasse: “Ogni immigrazione di non tedeschi deve essere impedita. Pretendiamo che tutti i non tedeschi, immigrati in Germania dopo il 2 agosto 1914, siano costretti a lasciare immediatamente il Reich”. Per “non tedeschi” allora intendevano soprattutto “ebrei”.

Il concetto è tornato in auge nel 2011 grazie al libro Le grand remplacement di Renaud Camus (uno scrittorucolo ultrà di provincia, niente a che fare con l’autore de Lo straniero e de Il mito di Sisifo). L’idea è che le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente sostituite da immigrati non europei, principalmente africani e islamici, con la complicità delle élite politiche ed economiche. Ha sedotto persino le destre di casa nostra, che si sono messe a parlare di complotto per la “grande sostituzione”, e di “razza italiana” minacciata. In realtà, niente di particolarmente nuovo sotto i cieli del razzismo e del complottismo. Nel Mein Kampf già si denunciava una Francia che “mescola il proprio sangue con quello dei negri”, al punto che “si può ora parlare di uno Stato africano nel continente europeo”. Proseguiva il giovane Hitler: “Continuasse questo insediamento per altri tre secoli, verrebbe a crearsi un grande Stato mulatto, dal Reno al Congo”. Parte di un complotto giudaico per indebolire la razza ariana anche questa negrizzazione (Verschwärzung) dell’Occidente.

Un compendio enciclopedico di tutte le teorie della “grande sostituzione” è nel libro più recente di un professore americano specializzato in razzismo, Ibram X. Kendi. Chain of Ideas: the Origins of our Authoritarian Age (Vintage 2026). L’hanno rimproverato di aver scritto un mattone indigesto. E di aver quasi del tutto trascurato, in 600 pagine, le ragioni per cui l’opinione pubblica (e soprattutto gli elettori) si lascino sedurre da queste sciocchezze complottiste.

Gli immigrati a casa loro. Non è più nemmeno solo uno slogan della destra o della destra estrema. Sembra ormai diventato senso comune. Se ne appropriano populismi di sinistra, e talvolta persino spezzoni della sinistra progressista, moderata, ragionevole, riformista. “Governare l’immigrazione”, dicono. Intendono: bloccare, rimandare a casa quelli a cui non è stato dato un visto. Tutt’al più vanno accolti i profughi (e anche quelli col contagocce). Non si parla nemmeno più di chi fugge la povertà, cerca una vita migliore. “Migranti economici” li chiamano. Un’etichetta infamante, quasi quanto quella di “delinquenti”. Papa Bergoglio era rimasto solo a perorare lo ius migrandi come un diritto umano.

“Noi abbiamo fatto sacrifici, quelli vogliono tutto subito”, ti spiegheranno i latinos che hanno votato per Donald Trump

Vuoi perdere le elezioni? Parla di tasse. O parla di accoglienza ai migranti. “Patrimoniale” è diventata una parolaccia. Significa etimologicamente più tasse per i più ricchi e possibilmente meno tasse per i meno ricchi. Peggio, molto più odioso, che se si dicesse “più tasse per tutti”. Idem con patate per immigrazione, migranti, immigrati. Sono parole che vanno ovunque contro il pelo degli elettori. Se sei sospetto di voler aprire le porte a tutti, ti asfaltano. Ma se fingi di lisciargli il pelo, ti asfaltano lo stesso: preferiranno l’originale all’imitazione. Il conservatore Boris Johnson aveva cercato di mandare gli irregolari in Ruanda. Il suo successore laburista Keir Starmer aveva cercato di arginare il vento populista con misure più severe. Avevano sigillato la Manica, annunciato ulteriori restrizioni per i richiedenti asilo. “Basta con questo golden ticket”, col biglietto d’oro che consente di entrare nel Regno Unito perché perseguitati, aveva annunciato la sua ministra dell’Interno Shabana Mahmood, di origine pakistana.

In effetti, l’immigrazione netta (quelli che sono arrivati meno quelli che se ne sono andati) in Gran Bretagna era già calata drasticamente. Meno 80 per cento dal picco di un milione nel 2023. Il problema è che l’opinione pubblica non guarda le statistiche ma segue le proprie sensazioni viscerali. Sull’onda di una campagna martellante sull’“invasione”, metà dei britannici restano convinti che l’immigrazione continui ad aumentare. Lo stesso per la criminalità. Non conta che omicidi e rapine diminuiscano anziché aumentare. Non conta che gli immigrati non c’entrino nulla, ma proprio nulla, con la stagnazione prodotta dalla Brexit, con la crisi fiscale, con l’aumento degli affitti, con la crescita bloccata, con la sensazione che le cose stiano volgendo sempre più al peggio. Gli avevano fatto una capa così con le teorie per cui l’immigrazione deprime i salari. E invece succede che in tutto l’Occidente cala l’immigrazione e continuano a calare i salari. Ma la gente continua ad essere affezionata al capro espiatorio. Esattamente come nella Germania nazista tutto era sempre e comunque colpa degli ebrei. Non c’è verso di convincerli del contrario, se restano immutate le ragioni di un’ansia reale, profonda, per la propria sicurezza e per il proprio futuro.

Niente di nuovo sotto i cieli del razzismo. Nel Mein Kampf già si denunciava una Francia che “mescola il proprio sangue con quello dei negri”

Conta solo l’impressione maturata in base a fatti di cronaca che suscitano particolare emozione. Belfast è andata a ferro e fuoco, dopo che erano state diffuse immagini di un bianco accoltellato da un giovane di pelle scura (un rifugiato sudanese). Eppure in Irlanda del Nord l’immigrazione è pressoché inesistente. Risse e omicidi hanno sempre avuto a che fare semmai con l’odio tra irlandesi cattolici e protestanti filo-britannici. Southampton, nel litorale Sud, è esplosa dopo che un 18enne era morto dopo che la polizia aveva erroneamente ammanettato la vittima bianca anziché l’aggressore, anche lui britannico, ma di origine Sikh. “I bianchi contano meno delle minoranze”, l’incitamento alla rivolta degli ultras di estrema destra, da parte di Nigel Farage, leader del partito anti-immigrati Reform Uk. Dio ci salvi dalla cronaca nera a fini politici.

La cosa buffa è che gli estremisti vengano sempre, a un certo punto, contestati da qualcuno che è ancora più estremista di loro. Nigel Farage è insidiato dal miliardario Rupert Lowe il quale, uscito da Reform Uk, ha fondato un nuovo partito ancora più a destra, Restore Britain. Lowe è un po’ il Vannacci di Farage. Lo accusa di timidezza e propensione al compromesso. Propugna l’espulsione forzata non solo degli irregolari ma di “milioni” di persone. Oltre ai soldi propri, Lowe ha 1,2 milioni di follower su Facebook e l’appoggio di Elon Musk e della sua piattaforma X. Prima o poi l’uno farà fuori l’altro. Come Hitler, l’anno dopo essere divenuto cancelliere, nella Notte dei lunghi coltelli fece ammazzare, dalle Ss a lui personalmente fedeli, il suo principale alleato e cofondatore del Partito nazista, il capo della Sa Ernst Röhm, e tutto il suo Stato maggiore. In Francia Marine Le Pen era insidiata da uno xenofobo più ultrà di lei, Éric Zemmour. Presentatosi alle presidenziali del 2022 con la sua formazione Reconquete (riconquista, tutto un programma), aveva avuto oltre il 7 per cento. Al ballottaggio si era schierato con la Le Pen. In Ungheria, al posto di Orban è stato eletto il suo ex alleato Péter Magyar (per una volta uno più moderato, non più estremista, o almeno così si spera).

Il più noto e feroce teorico del complotto per la sostituzione etnica è Donald Trump. Non perde occasione per denunciare in termini truci l’invasione dell’America da parte di orde di clandestini, lurida feccia di gangster, rapinatori, stupratori, spazzatura, e via dicendo. Aveva promesso di ricacciarli via “a milioni”. Ci sta pure provando. Ma mal glie n’è incolto quando la sua milizia quasi privata, l’Ice (United States Immigration and Customs Enforcement), divenuta per decreto presidenziale “l’agenzia federale più finanziata della storia Usa”, s’è messa ad ammazzare gente per strada. E’ stato persino costretto a dimissionare la vistosa sicofante che lui ne aveva messo a capo. La campagna anti-migranti sta oltretutto inceppando l’economia Usa. Ma chi potrebbe insidiare Trump da destra, cioè dalla sua parte?

Nel 1922, quando Hitler non era ancora nessuno, uno scrittore austriaco ebreo, Hugo Bettauer, aveva pubblicato un romanzo profetico, Die Stadt ohme Juden (La città senza ebrei, sottotitolo Un romanzo di dopodomani, in traduzione per Donzelli, 2000, con una bella presentazione di Marino Freschi). Immaginava che un bel giorno di giugno il Parlamento di Vienna approvasse un editto di espulsione dall’Austria di tutti i non ariani. “Gli antefatti, in breve, sono i seguenti: dopo il cosiddetto risanamento, le finanze dell’Austria si sono di nuovo trovate in disordine. Quando poi la corona austriaca è scesa al valore di un duecentesimo di centesimo, è cominciato il caos. Un ministro dopo l’altro costretto alle dimissioni, ci furono disordini, ogni giorno saccheggi nei negozi, pogrom, la rabbia e la disperazione della popolazione non aveva più limiti, e alla fine si dovette andare a nuove elezioni. I socialdemocratici si presentarono alla campagna elettorale senza un nuovo programma. I cristiano sociali invece si schierarono dietro al loro brillante leader, la cui parola d’ordine era: ‘Fuori gli ebrei dall’Austria!’. Come forse si sa […] le elezioni portarono al crollo completo di socialdemocratici, comunisti e liberali. Perfino le masse dei lavoratori votarono al grido di ‘Fuori gli ebrei’ e il Partito socialista, prima il più forte, riuscì a salvare appena 11 seggi. I fautori dell’Unione con la Germania ebbero invece successo perché anche loro si erano messi sulla linea del ‘Fuori gli ebrei’”.

La fiction riesce talvolta a immaginare cose inimmaginabili. La favola di Bettauer è profetica. Ma pecca di ottimismo. Si conclude con Vienna che a gran voce invoca il ritorno degli ebrei. Senza ebrei la città si è subito impoverita. Le banche, le industrie, i caffè celebri, i teatri, i negozi eleganti, sono tutti in crisi. Le incantevoli signorine di Schnitzler, e della grande tradizione letteraria austro-ungarica, rimpiangono i loro audaci corteggiatori ebrei. La moda propone squallidi loden e scarponi chiodati. Musica e teatro avvizziscono. Vienna rimpiange con nostalgia struggente i suoi ebrei. Li richiama a furor di popolo. Sappiamo che le cose non andarono così. L’Austria dell’Anschluss, dell’annessione al Terzo Reich, non si sarebbe limitata ad espellere i suoi ebrei. Li consegnò, con più solerzia ancora dei volkgenosse tedeschi, ai loro aguzzini nazisti.

Succede che in tutto l’occidente cala l’immigrazione e però continuano a calare i salari. Ma conta soltanto l’impressione basata sull’emozione

Le democrazie dell’Occidente stettero a guardare, infastidite soprattutto all’idea che gli ebrei venissero a cercare rifugio a casa loro. Roosevelt, preoccupato che un nuovo afflusso di profughi dall’Europa lo mettesse in difficoltà con l’opposizione, convocò nell’estate 1938 una conferenza internazionale a Évian les Bains, nello stesso hotel con vista sul lago di Lucerna in cui continuano a farsi i G-7 e i negoziati più spettacolari. L’obiettivo era che fossero altri ad accollarsi l’esodo. Non conclusero niente. La maggior parte dei 32 partecipanti, compresa la deserta Australia, sostenne che erano troppi. “Non possiamo accoglierli”, titolavano i giornali britannici. La scusa: favorirebbero la destra alle elezioni. Santo Domingo accettò di accoglierne 10.000, a pagamento. Il dittatore Trujillo li mandò ad ammalarsi di malaria in una zona paludosa. Il giorno dopo la conclusione della Conferenza di Évian, il Völkischer Beobachter, l’organo del Partito nazista, titolò soddisfatto: “Nessuno li vuole”.

Bettauer non fece in tempo ad assistere al non lieto fine. Era stato ammazzato nel 1925 da un giovane fanatico nazista. Che peraltro restò praticamente impunito. Il suo difensore, pure lui nazista, aveva invocato l’infermità mentale ed era riuscito a trasformare il processo in uno show antisemita.

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