Ribellarsi alla gogna modello Milano

17 Giugno 2026 - 06:28
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L’elemento forse più sconvolgente consegnato agli osservatori dall’evoluzione dell’inchiesta urbanistica su Milano non riguarda l’ennesimo flop della procura di Milano, non riguarda l’ennesimo buco nell’acqua del circo mediatico-giudiziario, non riguarda l’ennesimo caso di un’inchiesta costruita sui teoremi piuttosto che sulle prove, non riguarda la mostruosa complicità mostrata da un pezzo importante della classe dirigente politica con la scandalosa indagine milanese. Ma riguarda un tema diverso, che coincide con una domanda drammatica e necessaria, che forse più che una domanda è una semplice constatazione: abbiamo scelto davvero di abituarci a tutto questo? Abbiamo scelto davvero di non farci più domande? Abbiamo scelto davvero di considerare legittima la possibilità che una giunta possa essere devastata da un’inchiesta debole, che una città possa finire ostaggio di un’inchiesta fragile, che miliardi di investimenti possano essere bloccati a causa di un’indagine solida come un castello di sabbia, che persone innocenti possano essere sbattute in galera preventivamente, senza ragioni, e che di fronte a tutto questo la politica non abbia altro da fare se non osservare con distacco, con sottomissione, senza reagire e limitandosi a scrollare le spalle? Ieri, lo sapete, a Milano è arrivata la prima sentenza, dopo le molte indagini aperte dalla procura di Milano sulla gestione urbanistica della città. E la sentenza è clamorosa anche se non inaspettata. Gli otto imputati accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva per il caso del grattacielo Torre Milano sono stati tutti assolti.

La ragione dell’assoluzione, le cui motivazioni non si conoscono ancora ma la cui tesi difensiva è nota, è lo specchio del fallimento delle tesi della procura di Milano e del codazzo mediatico che in questi mesi ha scodinzolato di fronte ai pm d’assalto. Il fatto, scrive il giudice di primo grado di Milano, non costituisce reato. E si può già intuire dunque che la linea interpretativa seguita in questi anni dal comune di Milano per rendere la città più efficiente era largamente giustificata. La cronistoria dell’inchiesta sull’urbanistica milanese è un insieme di schiaffi rivolti a chi ha tentato di dimostrare finora senza successo che Milano sia stata in questi anni il cuore di un sistema politico che ha favorito la libertà d’impresa, accusa sostenibile solo da una magistratura che, oltre a voler criminalizzare la politica, scommette forte sulla criminalizzazione del profitto, trasformando ogni guadagno in un sospetto crimine. Piccolo e non esaustivo ripasso. Luglio 2025: il gip, nell’ordinanza cautelare, non riconosce l’induzione indebita contestata nel filone Pirellino a Beppe Sala e Stefano Boeri. Agosto 2025: il Tribunale del riesame annulla gli arresti dell’imprenditore Andrea Bezziccheri e dell’architetto Alessandro Scandurra, revoca i domiciliari all’ex assessore Giancarlo Tancredi, a Giuseppe Marinoni e a Federico Pella. Sempre agosto 2025: il Riesame annulla i domiciliari per Manfredi Catella, senza disporre per lui neppure misure interdittive. Ancora agosto 2025: nelle motivazioni, i giudici parlano di quadro fattuale confuso, non ritengono dimostrato il patto corruttivo e contestano l’idea che un incarico professionale possa bastare a provare la corruzione. Novembre 2025: la Cassazione respinge il ricorso della procura, conferma la revoca delle misure cautelari e cancella anche le interdittive per Tancredi, Marinoni e Pella. Gennaio 2026: il Riesame dissequestra il cantiere Unico-Brera.

Il Foglio, già prima di novembre, aveva scritto che il caso dell’inchiesta di Milano era lo specchio perfetto di una giustizia fuori controllo, che alle prove preferisce i teoremi, che alle evidenze preferisce le allusioni, che al ragionevole dubbio preferisce il ragionevole sospetto e che ai fatti preferisce la fuffa. Ma lo spettacolo che abbiamo visto in questi mesi a Milano non è solo specchio di una giustizia impazzita. E’ lo specchio di un paese popolato da sonnambuli che di fronte al dramma di una giustizia che esonda sceglie, nel migliore dei casi, di voltarsi dall’altra parte e, nel peggiore dei casi, di essere complice. Un pezzo di politica, a sinistra, ha scelto di cavalcare l’inchiesta, per chiedere a Sala di farsi da parte (“Sala si deve dimettere”, ha ripetuto più volte il garantista Giuseppe Conte durante l’inchiesta). Un pezzo di politica, a destra, ha scelto di utilizzare l’inchiesta contro il sistema Milano per creare un varco utile per generare discontinuità politica (“la giunta Sala ha dimostrato di essere inadeguata”, ha ripetuto più volte il garantista Ignazio La Russa durante l’inchiesta). E un pezzo di politica, a destra e a sinistra, vittima anche di una saldatura antigarantista che ha visto protagonisti il Fatto quotidiano e la Verità, ha scelto di non adoperare uno strumento che la politica avrebbe potuto utilizzare per salvare il modello Milano dal macello giudiziario e per ribadire che la linea interpretativa utilizzata dalla giunta milanese in questi anni per rendere più veloce, più efficiente e più snello il percorso necessario per costruire a Milano non era un osceno modello criminale ma era un virtuoso modello politico.

Il Salva Milano, lo ricorderete, venne approvato il 21 novembre 2024, per offrire un’interpretazione autentica in materia urbanistica ed edilizia e risolvere il caos prodotto dai contrasti giurisprudenziali sui cantieri. Il passaggio successivo, al Senato, doveva arrivare nella primavera del 2025, ma l’arrivo delle inchieste milanesi, nate proprio in virtù di una linea interpretativa discrezionale e divergente della procura, ha fatto saltare il banco. Il Pd, che alla Camera aveva votato a favore, ha scelto di non sfidare la magistratura e ha rinunciato a voler salvare Milano. Il centrodestra, che pure aveva proposto il provvedimento, ha assecondato il centrosinistra, rifiutandosi di salvare Milano a prescindere dal suicidio politico della sinistra. Così il Salva Milano si è affossato, il sindaco di Milano ha scelto di non difendere più quel provvedimento, la magistratura ha avuto campo libero e il risultato è quello che è sotto gli occhi di tutti: una giunta politicamente svuotata, una burocrazia cittadina che vive nell’incubo della firma, miliardi di euro persi per investimenti mancati, cantieri sequestrati senza motivo, centinaia di milioni di euro sottratti alla fiscalità generale a causa di progetti caduti, blocco delle compravendite immobiliari, investitori internazionali che scelgono di spostare i propri quattrini in altri stati. “Un mio amico – ha raccontato ieri Sala, che ha denunciato la presenza di una parte della procura che avrebbe dato un’impostazione politica al proprio lavoro – mi ricordava del maxiprocesso di Palermo e mi diceva che in quelle carte non c’è un aggettivo, ci sono fatti. Se ripensiamo a tutto quello che è stato detto e scritto in quest’ultimo anno ci sono tantissimi aggettivi e sono proprio tesi a screditare persone e istituzioni rispetto all’opinione pubblica e questo non va bene. Fino a utilizzare termini come democrazia urbanistica e come appunto sovvertimento”.

Sala non ha tutti i torti. La magistratura, in questi mesi, ha definito l’azione della giunta come specchio di “un sistema tentacolare e sedimentato”, che “prospera piegando a proprio uso le regole esistenti”, all’interno di una “commistione inestricabile di conflitto di interessi, mercimonio della funzione pubblica, paraventi istituzionali e propaganda”, con una politica, impunita, che si è mossa “cercando di far approvare dal Parlamento uno scudo di impunità”, con dirigenti che “svendono le rispettive prerogative ai migliori offerenti” all’interno di un “sistema consolidato di corruttela e di commistione tra interessi pubblici e privati” che ogni tanto ha dato una qualche “spolverata di edilizia sociale per mascherare la speculazione urbanistica” (le frasi tra virgolette sono tutte tratte dal lessico degli atti giudiziari e dell’impianto accusatorio). Quando la magistratura abusa degli aggettivi e degli avverbi di solito è perché vuole rafforzare i propri teoremi con la forza delle suggestioni e non con la forza delle prove. L’inchiesta di Milano, finora, è diventata l’opposto di quello che il circo mediatico-giudiziario, di destra e di sinistra, auspicava. E’ diventata una finestra sugli straripamenti della magistratura (uno dei pm che ha indagato contro il sistema Milano, Tiziana Siciliano, si è appena candidata come vicesindaca alle prossime elezioni comunali), sull’abuso della carcerazione preventiva, sui rischi di una politica che di fronte a una magistratura esondante sceglie di non reagire. A Milano, oggi, il processo vero che servirebbe non è all’urbanistica spregiudicata di una città, ma all’irresponsabile disinvoltura con cui un paese fondato sulla gogna aspetta di sputtanare il prossimo, di bloccare una città, di fermare un paese, nella certezza che non pagherà alcun prezzo per i disastri creati.

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