Tre imputati veri per un disastro. Le scelte della procura, la sinistra timida e la destra giustizialista
Nella sentenza di primo grado per il primo processo sulla terribile piovra dei grattacieli che, secondo il pool di Milano, aveva per anni “sovvertito la democrazia urbanistica” a furia di abusi edilizi e di Scia “diaboliche” ci sono otto assolti e almeno tre nuovi imputati – non volendoli considerare già “colpevoli”, scimmiottando il modo giornalistico con cui sono state mal raccontate le inchieste in questi anni. I tre soggetti imputabili, questi sì, nel senso che dovrebbero rispondere delle proprie scelte e comportamenti sono il capo della procura di Milano, Marcello Viola, la politica di sinistra e quella di destra. Al procuratore Viola, che in oltre tre anni non ha praticamente mai pronunciato una parola esplicativa sulla ratio delle inchieste, nemmeno di fronte alle smentite giunte dal Riesame e persino dalla Cassazione, si vorrebbe chiedere se tutti questi fascicoli aperti a fotocopia per abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso ideologico fossero davvero tutti da aprire, e in quel modo. O se, come suggerito anche da vari giuristi, non potesse bastare – laddove del caso – un procedimento amministrativo. Attendiamo serenamente di capire. La politica di sinistra. Ieri il sindaco Beppe Sala ha alzato la voce, parlando di “approccio politico e violenza verbale nelle accuse” da parte della procura.
Anzi, prudentemente, “una parte, e sottolineo una parte, della procura”. Ma non si può non contestare a lui, alla sua giunta e alla parte della maggioranza che lo sostiene (c’è una parte che invece gli è sempre stata ostile su questi e altri temi) di essere stati fin troppo timidi e arrendevoli davanti a contestazioni aggressive e irrituali, a ipotesi di reato esorbitanti, accuse di corruzione e di conflitti di interessi di cui non si è visto un euro; il comune di Milano si è di fatto messo in mora da solo, invece di difendere la legittimità del proprio operato. O di affrontare, con forza, la questione politica di norme che possono, ovviamente, essere cambiate. L’altra metà della sinistra, minoranza della maggioranza, ha trasformato il “modello Milano” in modello criminale in modo quasi più aggressivo degli stessi pm; ma su questo attendiamo con i popcorn lo spettacolo della prossima campagna elettorale. C’è poi la destra. Il cui comportamento è anche più grave, se si considera che non aveva da difendere sé stessa, ma semplicemente il bene della città. Da una parte l’ala cosiddetta riformista, Forza Italia e moderati, è stata timida nel rivendicare le istanze di un buon governo bipartisan – il rinnovamento anche urbanistico di Milano era cominciato con le giunte Albertini e Moratti – difesa delle famiglie “sospese”, ma anche della borghesia imprenditoriale d’un tratto trasformata in fucina di malaffare. Dall’altra la destra a trazione (mai rinnegata né sconfessata) giustizialista e populista che, se non ha apertamente spalleggiato i pm, s’è comunque messa sulla riva dei Navigli ad aspettare il cadavere della giunta. Anzi a sollecitarlo, come ha malamente fatto ancora qualche giorno fa Ignazio La Russa in Consiglio comunale.
Il pensiero lineare, o per meglio dire basico, di una parte consistente di Fratelli d’Italia e della Lega (curioso che dal governo regionale di Attilio Fontana si sia manifestata più che altro preoccupazione per il danno economico e sociale degli stop imposti dalle inchieste) è stato quello di sfruttare la spallata giudiziaria per prendersi una città che il centrodestra non governa da tre lustri. Idea assai discutibile, anche solo riflettendo che il centrodestra che ben aveva governato Milano è stato quello del nuovo Piano regolatore del territorio, dell’operazione Porta Nuova, del progetto della M4 inaugurata da Beppe Sala. Una Milano governata guardando avanti con il contributo dei privati. Non certo guardando ai tribunali e con l’aiuto del pm edilizi.
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