Riprendiamoci l’arte: Cecilia Alemani ci racconta il Max Mara Art Prize for Women

Maggio 09, 2026 - 08:29
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Riprendiamoci l’arte: Cecilia Alemani ci racconta il Max Mara Art Prize for Women

Giunto alla decima edizione, il Max Mara Art Prize for Women entra in una stagione nomade e comincia dall’Indonesia, con il Museum Macan partner del nuovo corso. E quest’anno premia Dian Suci, arista indonesiana di base a Yogyakarta scelta tra cinque finaliste (nella rosa con Betty Adii, Dzikra Afifah, Ipeh Nur, Mira Rizki).

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L’annuncio è avvenuto a Venezia in un palcoscenico d’eccezione, il 7 maggio, durante l’apertura della 61ª Biennale d’Arte. La pratica di Suci è da sempre molto profonda e politica: partendo dalla sua esperienza di madre single, esplora come il potere, il patriarcato e il capitalismo influenzino la dimensione domestica e sociale delle donne. Con il progetto vincitore, intitolato Crafting Spirit: Cultural Dialogues in Heritage and Practice, l’artista intraprenderà ora una residenza itinerante di sei mesi in Italia, pensata come un viaggio di studio e creazione che mette a confronto la cultura indonesiana con quella italiana. Il cuore della sua indagine è il rapporto tra la produzione di oggetti sacri e il sistema capitalistico: Suci vuole capire se la spiritualità possa ancora rappresentare una forma di resistenza culturale nonostante la mercificazione dei simboli religiosi. Per lei, l’artigianato non è solo tecnica, ma un archivio vivo di gesti e memorie che raccontano l’evoluzione di un popolo.

Dian Suci, vincitrice della decima edizione del Max Mara Art Prize for Women.

Ideato nel 2005 da Max Mara e Collezione Maramotti, il premio è forse il gesto più intelligente del brand: mecenatismo in un’epoca che preferisce le sponsorizzazioni da opening. Così si dimostra che il lusso sostiene la cultura ed esalta tempo, talento, lavoro.

A guidare questo appuntamento è oggi Cecilia Alemani, milanese, newyorkese d’adozione, direttrice e curatrice capo di High Line Art, la donna che con Il latte dei sogni ha firmato la Biennale di Venezia 2022, la prima in 127 anni con una maggioranza di artiste e artisti non binari. En passant, è la moglie di un altro importante curatore, Massimiliano Gioni. Ma soprattutto è una persona che pensa in grande senza parlare in burocratese.

Cecilia Alemani (a destra), curatrice del Max Mara Art Prize for Women, con la vincitrice del Max Mara Art Prize for Women Dian Suci.

Nel 1971 Linda Nochlin, storica dell’arte e scrittrice statunitense, affondò il bisturi: «La colpa non è nelle stelle, negli ormoni, nei cicli mestruali o nei vuoti interiori, ma nelle nostre istituzioni e nella nostra cultura». Mezzo secolo dopo, il problema è ancora lì, appena meglio vestito? Ne parliamo proprio con lei, Alemani.

Ha definito il premio uno strumento di diplomazia culturale. Che cosa può fare di più rispetto a una biennale o a un museo?

Determina una maggiore persistenza nel lungo periodo. Una biennale può accendere discussioni, il museo conserva; un riconoscimento come questo, invece, accompagna. Dà tempo, appoggio economico, una residenza di sei mesi  in Italia e, soprattutto, costruisce una comunità transnazionale. Non regala solo visibilità, regala durata.

L’artista Dian Suci (1985, Kebumen, Indonesia) dà voce al vissuto domestico in relazione al potere politico dello Stato. Nella foto: l’opera Is It a Body Has No Walls and Has No Collapses (2020). Olio su tela. © and ph. Dian Suci

Perché proprio l’Indonesia?

È un Paese con una scena artistica giovane, sterminata, meno irrigidita di altre. E perché lì un premio così può davvero incidere. In un sistema già saturo come il nostro, sarebbe una medaglia in più. A Giacarta può trasformarsi in spazio, relazione, fiducia.

Virginia Woolf chiedeva per le donne sia denaro, sia una stanza tutta per sé. Oggi il vero lusso di una donna artista qual è?

Il tempo, insieme al supporto economico. Ma c’è un terzo lusso: quello di essere in Italia. Non “un assegno e arrangiati”, ma mesi dentro una tradizione da assorbire, contraddire, reinventare. Questo premio non compra un’opera: compra le condizioni perché un’opera accada.

Un’opera della vincitrice del Max Mara Prize, Dian Suci: Beneath Fingers: Echoing Through the Shadow of a Still House (2025). © and ph. Dian Suci

Il latte dei sogni fu una riparazione storica o una riscrittura del canone?

Io intendo la curatela in modo poco formale, poco istituzionale, e volevo incrinare l’idea che la storia dell’arte coincida con la sua versione ufficiale. Non volevo creare un reparto femminile, ma una mostra capace di far vedere quanto la rimozione delle artiste abbia impoverito la narrazione in generale.

Searching Land in the Land Word (2022). Acrilico su tessuto trasparente, lastre acriliche, pietra. © and ph. Dian Suci

Nel 2026 ha ancora senso parlare di arte al femminile?

Mi piacerebbe dire di no. Purtroppo, i fatti sono meno progressisti delle frasi. Il nodo, appunto, non è biologico ma strutturale, come scriveva Nochlin. Però il recinto dorato non mi interessa: molto meglio creare occasioni vere, lavoro serio, eccellenza, circolazione. Più proposte, meno catechismi.

Ipeh Nur (1993): la sua ricerca si fonda, spesso, sulle mitologie antiche. Nella pratica intreccia tecniche varie. Nella foto: l’opera The Waves Have Not Slept (2024) di Ipeh Nur.

In tempi di guerre permanenti, bisogna consolare, testimoniare o disturbare?

Tutto insieme. L’arte non ferma una guerra, ma apre uno spazio critico in cui si può ancora pensare senza essere sequestrati dallo slogan. Serve una libertà di forma e di contenuto che, in alcuni luoghi, si sta facendo più stretta.

Nata nel 1998, a Bandung, Dzikra Afifah per le sue sculture utilizza principalmente la ceramica. Nella foto: l’opera Leather Weather 1 (2023) di Dzikra Afifah

Anche la moda può avere quella stessa forza non verbale?

Certo. Quando smette di essere status e torna linguaggio, l’abito parla, eccome. Una scritta su una maglietta, una minigonna dove è proibita, un velo tolto in mezzo alla strada: anche il vestire può diventare una frase politica.

Betty Adii, classe 1977, di Wamena, Papua, è di base a Yogyakarta, Indonesia. Le sue opere intrecciano narrazioni personali e collettive. Nella foto: l’opera Mama Tanah (2023) di Betty Adii.

Da ragazza voleva fare l’archeologa: cercava un antico pavimento in mosaico vicino Viterbo, e scavando sempre più giù, ha scovato un enorme telo di plastica. Non è la metafora migliore dello stile contemporaneo, si scava per il passato e salta fuori il presente?

(Ride, ndr) Non ci avevo mai pensato, a leggerla così. Ma forse ha ragione. L’arte non va in linea retta, gira in vortice: mito, rovine, cronaca, desiderio. A volte il reperto decisivo è proprio la plastica. E ha più humour di un mosaico antico. Che comunque, alla fine, abbiamo trovato.

Mira Rizki vive e lavora a Bandung (Indonesia), dov’è nata nel 1994. Crea con il suo suono. A destra. Una sua installazione. Nella foto: l’opera Main (2017) di Mira Rizki.

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