Ritratto di Maria Bellonci, Madame Strega

29 Giugno 2026 - 06:12
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Quando la conobbi, per un’intervista nel lontano 1983, mi fece un’impressione di gelo. Gelo, riservatezza, professionalità, educata gentilezza. Maria Bellonci era una donna misteriosa, che si concedeva poco, persino nelle amicizie. Persino nell’abbigliamento esprimeva qualcosa che ti teneva a distanza. Elegantissima, i capelli, scuri di parrucchiere, sapientemente acconciati, le sopracciglia ben depilate, molto sottili, le unghie smaltate di rosso. Allora ebbi l’impressione di un’ottantenne che non demordeva, aggrappata a una giovinezza lontana che non intendeva mollare. Ma dopo aver letto il bel libro di Stefano Petrocchi Romanzo privato (Mondadori) che ne delinea adesso una non facile biografia, ho rivisto quella mia prima impressione e capito qualcosa di più sull’enigmatica Maria. Che comunque enigmatica è rimasta anche dopo tante ricerche e compulsione di documenti – lo confessa l’autore – persino a lui che, attuale direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega, ha avuto sicuramente più facile accesso, non solo alle carte, ma direi all’anima del personaggio indagato. E’ anche il curatore di diverse ristampe dell’opera di Bellonci e ha scritto una decina di anni fa, sempre per Mondadori, il memoir in forma di romanzo ispirato al Premio Strega La polveriera (così l’aveva soprannominato la stessa Bellonci).

Definire però Romanzo privato una “biografia” non è corretto. Infatti non è tanto nella vita di una donna che indaga Petrocchi, quanto nel suo carattere, nelle sue scelte, nei sentimenti che teneva gelosamente nascosti. “I sentimenti stanno da un’altra parte, non hanno a che fare con le interviste”, mi aveva risposto categorica alle domande sul marito Goffredo Bellonci, morto nel 1964. Era più grande di lei – nata a Roma nel 1902 – di ben vent’anni, e Maria lo considerava il suo “maestro” e continuava ad avvertirne “la presenza accanto”, così mi disse. Su questa relazione centrale nella vita del suo personaggio insiste invece giustamente Stefano Petrocchi. Unico suo vero amore, sposato sei anni dopo il primo incontro, Goffredo agli occhi di Maria, e già prima che si conoscessero di persona, è ammirevole in tutto. Naturalmente anche i grandi amori hanno periodi stanchi, inducono al dubbio e persino al sospetto del disamore, ma se reggono, come resse il loro, sono un’insostituibile forza nell’affrontare il destino. In più, se non ebbero figli, Maria e Goffredo ebbero una grande impresa da plasmare e gestire insieme, il Premio Strega, che s’imporrà nel dopoguerra. E l’amore per i gatti: gli animali – si sa – in certe coppie sostituiscono i figli.

Provvidenzialmente l’autore ha potuto pescare in un epistolario di oltre duecento fra lettere e telegrammi e questo grazie alla trasgressione dell’erede universale di Maria Bellonci, Anna Maria Rimoaldi, regista e sceneggiatrice, parecchio più giovane, che fu sua amica, compagna di lavoro e di vita. Bellonci aveva infatti disposto nel testamento che fossero distrutte “le lettere mie a Goffredo e quelle di Goffredo a me”. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che un erede non adempie al mandato di un artista alla fine, e va bene così.

Da ragazza Maria portava il nome Vallevecchia. Era la primogenita di Vittorio, professore di chimica e discendente di una famiglia aristocratica piemontese, e di una umbra, Felicita Bellucci. Ma la sua vera vita, quella che sognava per sé, coincide con l’incontro con Goffredo al quale porta ancora solo diciassettenne il suo primo manoscritto, che non sarà pubblicato. E poi lo corteggia spudoratamente, mentre lui, pur attratto, forse già innamorato di quella focosa ragazza bruna, si difende. E’ uno scapolo incallito, che però ne ha abbastanza delle donne che frequenta e che dicono di amarlo. Vorrebbe non cedere a dichiarazioni di Maria, ormai maggiorenne, come questa: “Amore, amore mio, come t’inganni, come ti sei ingannato! Tu mi dicevi che solo affetto io avevo per te, ed amicizia, e gentilezza. Non è vero, non è vero!”. O ancora più esplicita: “Sei tu e nessun altro che io amo: è inutile che tu scuota il capo – anche se non vuoi, sei tu: il mio desiderio non ha che te per scopo”. Così imbastiscono una relazione, prima segreta, data la forte differenza di età, poi alla luce del sole che sfocia inevitabilmente in matrimonio nel 1928, l’11 agosto. E a significare che la sua vera nascita la deve a lui, Maria sarà per sempre Bellonci anche quando firma i suoi libri.

E di questi libri (pochi) Stefano Petrocchi, come suggerisce il titolo della sua ricerca, prende in esame soprattutto l’ultimo, Rinascimento privato, che partecipò allo Strega col consenso dell’autrice, scomparsa però il 13 maggio dell’86, due mesi prima dell’assegnazione ufficiale. E’ dedicato a Isabella d’Este, il personaggio in cui la scrittrice si specchia con più completezza, perché amava dire che i personaggi devono riflettere la ricerca e l’essenza di un autore, il suo destino e significato, “amo in loro una presenza a scambio, mia e di ognuno di essi, una scintillazione segreta che mi auguro li faccia vivere sempre”. E riflette Petrocchi: “Nella lingua di Maria Bellonci gli aggettivi privato e segreto sono sostanzialmente sinonimi e di norma non si oppongono a pubblico. Tutta la sua opera per quasi mezzo secolo, non ha fatto altro che raccontare donne e uomini del passato nella loro intima essenza, portando in piena luce, cioè alla pubblica attenzione, quanto occorreva per comprenderli e comprendere, con loro, noi stessi”.

Isabella compariva già nel suo esordio, in quel romanzo dedicato a Lucrezia Borgia che fu da subito un bestseller e che la poco più che trentenne futura narratrice si convinse a scrivere, quando un episodio che ebbe del magico la convinse a farlo. Stava esaminando un elenco di gioielli di Lucrezia per scriverne un articolo ed ecco che, alla descrizione di un bracciale a forma di vipera, avvertì con un brivido le spire metalliche del rettile attorcigliarsi con delicatezza intorno al suo polso. Tornerà poi di nuovo anni dopo quell’animale in un altro titolo, Tu, vipera gentile, raccolta di racconti sul potere e il delitto di Stato ispirato a un’antica canzone dei tempi dei Visconti a Mantova. Ma fu Lucrezia e il suo monile a serpentello a portare Maria in giro per l’Italia a cercare documenti d’archivio per diversi anni finché non fu pronta, dopo sette stesure, con quel suo libro fortunato, approvato prima fra tutti da Goffredo e in cui credette subito Arnoldo Mondadori lanciandolo sul mercato.

Intanto, sempre grazie al marito, già perfettamente introdotto nell’ambiente intellettuale romano e, grazie a quel suo esordio che la tira fuori dal cono d’ombra di essere soltanto la moglie del famoso critico, Maria si sente più a suo agio fra gli amici che presto diventeranno “Amici della Domenica” dando inizio all’idea del premio più prestigioso in Italia. Ma su questo tanto è stato già scritto, come dei due indirizzi della celebre coppia dove fu pensato il premio e si sviluppò, viale Liegi 52, prima, e via Fratelli Ruspoli 2, dove si svolgono tuttora gli incontri preliminari. Giustamente Petrocchi non ci si sofferma, mentre direi inedito è il ritratto di una Bellonci davvero molto privata, come gli è stata rivelata da altri due preziosi ritrovamenti in una vecchia cassapanca: il Piccolo libro delle consolazioni segrete, composto fra il 1936 e il 1937, e un Diario breve che va dal 1938 al 1951. Sono entrambi pubblicati in appendice al volume insieme ad alcune lettere di un ammiratore canadese che divenne il modello di Robert de la Pole in Rinascimento privato la cui protagonista è un’altra grande donna della Storia e del gioco di rispecchiamenti autobiografici di Maria Bellonci, la sua preferita, Isabella d’Este, “donna dall’ingegno indipendente” e dal “giudizio autonomo”. Era un argomento cui teneva moltissimo, tanto che arrivò a parlare di “complotto degli uomini contro la donna scrittrice” sorprendendo parecchio il marito che non arrivava a capirla, quando in una celebre seconda edizione del Premio Strega, quella del 1948, si aggiudicò la vittoria Vincenzo Cardarelli con le prose autobiografiche di Villa Tarantola ai danni di Artemisia di Anna Banti, grande amica fra l’altro di Maria e campionessa di ingegno indipendente, pur essendo ancora un periodo storico, il loro, in cui una scrittrice, senza l’appoggio di un marito celebre, non andava da nessuna parte. Era così per Banti sposata con Roberto Longhi, per Elsa Morante e Alberto Moravia, Gianna Manzini e Antonello Falqui e la stessa Bellonci naturalmente. Faceva eccezione, va detto, Lalla Romano, che soffrì però sempre della posizione di maggior prestigio che aveva in Einaudi l’amica Natalia Ginzburg, vedova di un eroe della patria, il grande intellettuale e fondatore della casa editrice Leone Ginzburg, e Alba De Céspedes che però visse molto all’estero.

Ma lasciando da parte l’opera letteraria di Maria e assolutamente senza impertinenza, Petrocchi scava anche in certe sue debolezze femminili, che ne svelano un lato tenero in sorprendente contrasto con l’impressione controllata, distaccata e risolta che intendeva dare di sé. E’ la parte più insospettabile di un carattere di donna che non si è mai riconosciuta nel femminismo, ma che sapeva vedere – altro nodo importante – la svalutazione che sulle scrittrici praticavano gli intellettuali maschi della sua epoca. Forse non avrebbe immaginato che dopo tanti anni, è ancora un poco così, almeno qui da noi, in Italia. E, al contrario, non avrebbe supposto che invece i fischi per strada, quando passa una bella ragazza, i maschi in generale non se li permettono più. Su questo, anni di lotte hanno avuto evidentemente un risultato. Ma c’è da dire che la giovane Maria, stretta in abiti provocanti, andava in sollucchero per i complimenti, purché non fossero volgari, che raccoglieva lungo la via e pensava di essere bruttissima quando non succedeva. Erano tempi così, me ne ero dimenticata completamente: una donna giovane e attraente non passava inosservata camminando per i fatti suoi. Forse fino agli anni Settanta e oltre, molto prima delle provocatorie minigonne e degli shorts, gli sconosciuti al bar, gli operai al lavoro, maschi al volante fermi nel traffico non facevano che esprimere senza remore e ad alta voce un’infinità di gesti e parole diciamo galanti.

E’ divertente, e fa tenerezza per quanto rivela di una sua insicurezza fisica, che non si stanchi di annotare nel diario le approvazioni – diciamo stradali – dei maschi al suo passaggio. Forse le fotografie non le fanno onore, ma non sembra che fosse di bellezza o fascino particolari. Forse per questo aveva, persino anziana, una grande preoccupazione per l’apparenza. Salvo poi autocriticarsi e fustigarsi nel diario. Il 2 agosto del ‘45, per esempio, dice: “Nulla migliora in me. La cosa che mi fa male è la continua sconcordanza fra quella che sono davvero e quello che appare di me e da me”. Fin da giovane si propone la saggezza e una “divina rassegnazione che fanno bella la maturità e la vecchiaia” e per tutta la vita si lamenterà di non riuscirci.

Poi, nel 1964, Goffredo Bellonci muore. Deve continuare da sola e non lo sostituirà mai. Reagisce nell’unico modo che può sostenerla: scrivendo. Porta a termine la raccolta Pubblici segreti che pubblica l’anno successivo. “Perché ho ripreso a scrivere? Perché glielo dovevo”, dice in un’intervista. E poi diventa, da sola, l’anima e il centro di gravità del suo premio che la costringe a rapporti spesso tesi con altri scrittori, e probabilmente anche per questo accentua quegli aspetti di freddezza, solidità, sicurezza e durezza che teneva gli altri a distanza.

Ma ripensando a come l’ha raccontata Petrocchi, scoprendone l’insospettata fragilità, mi torna in mente che anche con me Maria Bellonci ha avuto durante quel nostro vecchio incontro dell’83 un momento di autenticità e sospensione della maschera. E’ successo quando ci siamo messe a parlare di gatti che ha definito “compagni ideali per uno scrittore” e mi ha raccontato della sua micia Teodolinda che “piangeva ascoltando Mozart” e di Serafino il quale, assicurò persino con un sorriso, era “un grande filosofo”.


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