ALBANESE SFIDA BIG TECH: MULTE FINO A 99 MILIONI E NUOVI POTERI PER FAR RISPETTARE IL DIVIETO AI MINORI
Il governo australiano rafforza la legge che vieta i social media agli under 16. Il primo ministro: «Non arretreremo». Anika Wells accusa le piattaforme di usare le “classiche tattiche di Big Tech”. Le testimonianze dei genitori che hanno perso i figli: «Sanzioni ed educazione possono sconfiggere i giganti tecnologici»
Il governo australiano dichiara guerra alle strategie utilizzate dalle grandi piattaforme tecnologiche per aggirare o applicare soltanto parzialmente il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni.
Durante una conferenza stampa a Parliament House, il primo ministro Anthony Albanese e la ministra delle Comunicazioni Anika Wells hanno annunciato una nuova legge destinata a raddoppiare le sanzioni e a rafforzare i poteri investigativi dell’eSafety Commissioner.
Le multe massime per le violazioni sistematiche potranno arrivare a 99 milioni di dollari australiani.
L’autorità di controllo non potrà più chiedere soltanto informazioni alle piattaforme, ma avrà il potere di ottenere documenti interni, comunicazioni, verbali, email e materiali relativi ai sistemi di verifica dell’età.
Accanto ai rappresentanti del governo erano presenti Wayne Holdsworth e Mia Battista, genitori che hanno trasformato tragedie personali in una battaglia nazionale per la protezione dei bambini online.
ALBANESE: «UN CAMBIAMENTO MONDIALE GUIDATO DAI GENITORI AUSTRALIANI»
Albanese ha aperto la conferenza ricordando che sono trascorsi circa sei mesi dall’entrata in vigore della legge australiana sull’età minima per i social media.
Il primo ministro ha ringraziato Wayne Holdsworth, Mia Battista ed Emma Mason, assente perché all’estero, per il coraggio dimostrato nel raccontare pubblicamente la perdita dei propri figli.
Secondo Albanese, queste famiglie sono riuscite a trasformare il dolore personale in una richiesta concreta di azione politica.
«Questo è un cambiamento mondiale guidato da genitori australiani che hanno preso le loro tragedie personali e le hanno trasformate in una richiesta di intervento per proteggere i nostri cittadini più giovani», ha dichiarato.
Il premier li ha definiti australiani «davvero fonte d’ispirazione», sottolineando come il loro impegno abbia contribuito a portare il tema della sicurezza digitale al centro del dibattito internazionale.
PIÙ DI CINQUE MILIONI DI ACCOUNT DISATTIVATI
Albanese ha affermato che, dall’introduzione del divieto, più di cinque milioni di account riconducibili a utenti di età inferiore ai 16 anni sono stati rimossi o disattivati.
Il provvedimento australiano ha inoltre aperto una discussione internazionale.
Secondo il primo ministro, almeno venti Paesi stanno seguendo l’esperienza di Canberra o stanno valutando l’introduzione di leggi simili.
«Siamo il primo Paese al mondo ad aver intrapreso questa strada e ora almeno venti ci stanno seguendo», ha ricordato successivamente Wayne Holdsworth.
Per il governo, il risultato dimostra che l’Australia può influenzare le politiche internazionali anche davanti a società multinazionali dotate di enormi risorse economiche e tecnologiche.
Albanese ha però riconosciuto che i risultati raggiunti non sono ancora sufficienti.
«È chiaro che Big Tech non sta facendo abbastanza per rispettare la legge e ci sono ancora troppi bambini sui social media», ha dichiarato.
«STIAMO CHIAMANDO IL TEMPO ALLE PIATTAFORME»
Il primo ministro ha utilizzato un linguaggio particolarmente netto nei confronti delle società tecnologiche.
«Oggi stiamo chiamando il tempo alle compagnie dei social media e stiamo raddoppiando gli sforzi sui cambiamenti che abbiamo già realizzato e su quelli che siamo pronti a realizzare», ha affermato.
Il nuovo provvedimento obbligherà le piattaforme a compiere tutti i passi ragionevoli e concretamente disponibili per impedire ai minori di accedere ai loro servizi attraverso account personali.
Il governo raddoppierà le sanzioni e conferirà all’eSafety Commissioner poteri descritti come tra i più avanzati al mondo.
«È la cosa giusta da fare», ha aggiunto Albanese.
Il governo, ha spiegato, continuerà a sostenere i genitori australiani che hanno guidato il movimento e vuole che, durante le vacanze scolastiche, i bambini trascorrano più tempo nei campi sportivi, nei parchi e nelle piazze, invece di rimanere costantemente davanti agli schermi dei telefoni.
UNA LEGGE DA AGGIORNARE CONTINUAMENTE
Albanese ha ammesso che la legislazione non sarebbe mai potuta essere perfetta fin dal primo giorno.
Le tecnologie cambiano rapidamente, così come le applicazioni, gli algoritmi e gli strumenti utilizzati per aggirare i controlli.
Per questo, ha aggiunto, qualsiasi governo dovrà mantenere una vigilanza continua e modificare le regole quando necessario.
Il premier ha paragonato implicitamente il provvedimento a una normativa destinata a evolversi nel tempo, accompagnando i cambiamenti tecnologici e le nuove strategie adottate dalle piattaforme.
«Dobbiamo essere vigili, pronti a introdurre cambiamenti e a continuare a seguire questa questione», ha dichiarato.
IL RINGRAZIAMENTO A PETER DUTTON
Albanese ha voluto riconoscere pubblicamente il contributo dell’ex leader dell’opposizione Peter Dutton.
Dutton sostenne la legge originaria, permettendo che il provvedimento venisse approvato con un sostegno bipartisan.
Il primo ministro ha auspicato che anche le nuove modifiche possano ottenere l’appoggio dell’opposizione in Parlamento.
«Questa è una questione nazionale», ha sottolineato.
Secondo Albanese, la protezione dei cittadini australiani più giovani e vulnerabili non dovrebbe trasformarsi in un terreno di scontro politico.
«Abbiamo la responsabilità di fare tutto ciò che possiamo per proteggerli», ha affermato.
WELLS: «I BAMBINI PRIMA DEI PROFITTI»
Anika Wells ha ricordato che il governo aveva promesso di mettere i bambini davanti ai profitti delle società tecnologiche multimiliardarie.
La ministra ha citato i primi risultati della legge, sostenendo che milioni di account sono stati rimossi e che sono stati registrati segnali positivi nelle abitudini di una parte dei ragazzi.
Durante la conferenza sono stati richiamati dati relativi a un aumento della partecipazione sportiva, a un miglioramento del sonno e a una riduzione di alcune forme di bullismo online.
Wells ha però chiarito che la presenza ancora diffusa dei minori sulle piattaforme dimostra l’insufficienza dei sistemi utilizzati.
La ministra ha raccontato di avere saputo, proprio nella giornata della conferenza, di una ragazza di 13 anni riuscita ad aprire un nuovo account senza che le fosse nemmeno chiesta l’età.
«Non è semplicemente abbastanza», ha dichiarato.
«BIG TECH USA LE CLASSICHE TATTICHE DI BIG TECH»
Wells ha accusato le piattaforme di ricorrere a strategie dilatorie e di applicare soltanto il minimo indispensabile.
«È Big Tech che utilizza le classiche tattiche di Big Tech», ha affermato.
Secondo la ministra, le aziende stanno facendo il minimo necessario e si comportano come se fossero al di sopra della legislazione nazionale.
Il governo, ha assicurato, non si fermerà.
«Ogni sforzo che farete per ostacolare queste leggi sarà affrontato con il nostro impegno per farle funzionare», ha avvertito.
Il messaggio è rivolto direttamente a Meta, TikTok, Snapchat, YouTube e alle altre piattaforme soggette al divieto.
WAYNE HOLDSWORTH: «NOSTRO FIGLIO MAC SI È TOLTO LA VITA A 17 ANNI»
Uno dei momenti più intensi della conferenza è stato l’intervento di Wayne Holdsworth.
Holdsworth ha raccontato che suo figlio Mac si tolse la vita a 17 anni, anche in conseguenza di un ricatto sessuale subito online.
«Il nostro obiettivo, insieme a Mia ed Emma, è fare in modo che nessuno debba attraversare il dolore che hanno vissuto i nostri figli e, successivamente, i loro genitori, le famiglie e gli amici», ha dichiarato.
Per Holdsworth, il 10 dicembre 2025, giorno dell’entrata in vigore del divieto, rappresenta una data storica per l’Australia.
«Sono davvero orgoglioso di essere australiano», ha detto.
IL PARAGONE CON LE CINTURE DI SICUREZZA
Holdsworth ha paragonato la nuova normativa alla progressiva introduzione delle cinture di sicurezza obbligatorie.
Ha ricordato che, quando era giovane nel Victoria degli anni Settanta, le cinture erano semplici, non retrattili e presenti soltanto in alcune parti dell’automobile.
Nel corso del tempo la tecnologia e la normativa sono migliorate, fino a rendere i sistemi di sicurezza obbligatori e presenti sia nei sedili anteriori sia in quelli posteriori.
«Questa legge sarà la stessa cosa. Sarà qualcosa in continua evoluzione e migliorerà sempre di più», ha spiegato.
Secondo Holdsworth, il successo dipenderà dalla collaborazione tra governo, opposizione, mezzi d’informazione e associazioni impegnate nell’educazione digitale.
Ha citato la propria organizzazione, SmackTalk, e Olly’s Echo, fondata da Mia Battista, come esempi di iniziative che educano genitori e ragazzi sui pericoli dei social media.
IL QUINDICENNE CHE AVEVA UN PIANO PER QUELLA NOTTE
Holdsworth ha poi raccontato un episodio avvenuto pochi giorni prima della conferenza.
Durante alcuni incontri ai quali avevano partecipato complessivamente più di 1.100 studenti, un ragazzo di 15 anni si era avvicinato a lui al termine della sessione.
Il giovane gli aveva detto di essere contento di avere partecipato, perché aveva preparato «un piano per quella notte».
Il ragazzo è riuscito a chiedere aiuto ai genitori e a Lifeline.
«Oggi è ancora con noi», ha dichiarato Holdsworth.
Per il padre di Mac, la legge e le sanzioni sono fondamentali, ma devono essere accompagnate dall’educazione.
«Con la legislazione, le sanzioni e l’educazione, sconfiggeremo i giganti tecnologici», ha concluso.
MIA BATTISTA: «CONTINUEREMO PER OLLIE, TILLY, MAC E TUTTI I FIGLI PERDUTI»
Anche Mia Battista ha sostenuto le modifiche legislative.
La madre ha riconosciuto che la legge iniziale non sarebbe stata perfetta e che fosse necessario colmare le lacune emerse nei primi mesi di applicazione.
Ha ringraziato Albanese per avere riconosciuto questi problemi e per aver deciso di attribuire maggiori poteri all’eSafety Commissioner.
Battista ha ricordato le parole pronunciate il 30 luglio dell’anno precedente: «Insieme abbiamo reso possibile il cambiamento e insieme continueremo».
«Continueremo per Ollie, per Tilly, per Mac e per tutti i bambini che abbiamo perso», ha dichiarato.
Il premier ha inoltre ringraziato le campagne Let Them Be Kids e 36 Months per aver fornito sostegno e strumenti ai genitori desiderosi di raccontare le proprie storie.
eSAFETY POTRÀ OTTENERE DOCUMENTI INTERNI
Durante le domande dei giornalisti, Wells ha spiegato nel dettaglio le modifiche ai poteri dell’eSafety Commissioner.
Attualmente, il regolatore può chiedere alle società informazioni periodiche sulle modalità con cui stanno applicando la legge.
Secondo la ministra, però, le risposte possono contenere ritardi, formule generiche e informazioni difficili da verificare.
«Essenzialmente, deve prenderli in parola», ha osservato.
Con la nuova legge, l’autorità potrà ottenere direttamente i documenti.
Wells ha paragonato il meccanismo a quello utilizzato durante un’indagine di polizia.
Potranno essere richiesti verbali di riunioni, email, comunicazioni interne e prove degli accordi tra le piattaforme e le società esterne incaricate di verificare l’età degli utenti.
Anche i fornitori terzi di sistemi di age assurance potranno essere obbligati a consegnare documenti.
Questi elementi, ha spiegato la ministra, serviranno a costruire un insieme di prove più solido da presentare davanti alla Corte federale.
PERCHÉ NON SONO STATE ANCORA EMESSE MULTE
Un giornalista ha chiesto perché, nonostante alcune ricerche indichino che molti bambini riescono ancora ad accedere ai social, non siano state applicate sanzioni.
Wells ha ricordato che l’eSafety Commissioner è un’autorità indipendente.
Per ottenere una multa, il regolatore deve avviare un procedimento davanti alla Corte federale e sarà un giudice a stabilire se la piattaforma abbia violato la legge e se debba essere sanzionata.
L’eSafety Commissioner deve inoltre agire come “model litigant”, rispettando standard elevati nella raccolta delle prove e nella conduzione del procedimento.
«Il mio compito come ministra è assicurarmi che le leggi siano quanto più forti possibile e che l’autorità possa costruire il caso più solido da portare davanti alla Corte federale», ha spiegato.
La possibilità di ottenere documenti interni dovrebbe quindi accelerare e rafforzare le future azioni legali.
LA PROVA DELLA «NEGLIGENZA SISTEMATICA»
Il criterio centrale per contestare una violazione sarà quello della negligenza sistematica.
Wells non ha voluto indicare in modo specifico quali documenti l’eSafety Commissioner stia cercando o intenda ottenere, perché rendere pubblici questi dettagli potrebbe compromettere le indagini.
Ha però spiegato che la negligenza sistematica potrebbe essere dimostrata attraverso direttive interne, comunicazioni inviate ai dipartimenti responsabili dell’applicazione della legge, verbali dei consigli di amministrazione o istruzioni aziendali.
Il governo vuole capire non soltanto se un singolo tredicenne sia riuscito ad aprire un account, ma se l’intero sistema della piattaforma sia stato progettato o gestito in modo insufficiente.
ALBANESE: «VOGLIAMO APPROVARE LA LEGGE IL PRIMA POSSIBILE»
Albanese ha chiesto al Parlamento di approvare rapidamente le nuove modifiche.
Il governo vuole consentire all’eSafety Commissioner di utilizzare i nuovi poteri e avviare eventuali azioni il prima possibile.
«Non batteremo ciglio e non arretreremo», ha dichiarato il primo ministro.
Albanese ha ricordato che, quando la normativa originaria venne approvata, alcuni osservatori la considerarono troppo audace e ipotizzarono possibili ritorsioni da parte delle aziende tecnologiche.
Il sostegno bipartisan aiutò però il governo a procedere.
Da allora, ha aggiunto, l’iniziativa australiana si è diffusa rapidamente in Europa, Nord America e Asia.
Il premier ha citato gli Stati americani, l’Indonesia, la Malaysia e altri Paesi della regione come esempi dell’interesse internazionale suscitato dalla riforma.
L’ACCUSA: BIG TECH VUOLE FAR FALLIRE LA LEGGE
Wells ha accusato le società tecnologiche di voler dimostrare che il modello australiano non funziona.
Secondo la ministra, le piattaforme avrebbero interesse a finanziare, promuovere o diffondere ricerche e narrazioni concentrate sui singoli casi di mancata applicazione.
Lo scopo sarebbe quello di creare dubbi sull’efficacia della legge e scoraggiare gli altri Paesi dall’imitare l’Australia.
«Non vogliono che queste leggi si diffondano in tutto il mondo», ha affermato.
Per Wells, il governo australiano si trova quindi davanti a una campagna molto determinata da parte di Big Tech.
«È per questo che oggi diciamo con tanta chiarezza che non arretreremo», ha concluso.
LA PROTEZIONE DEI MINORI COME RESPONSABILITÀ NAZIONALE
La conferenza stampa ha mostrato come il confronto non riguardi soltanto la tecnologia o l’applicazione di una norma.
Al centro ci sono le storie di famiglie che hanno perso i propri figli e di adolescenti che continuano a subire ricatti, bullismo, contenuti dannosi e pressioni psicologiche online.
Il governo sostiene che la responsabilità non possa ricadere esclusivamente sui genitori.
Le piattaforme progettano gli algoritmi, raccolgono i dati, vendono pubblicità e ottengono profitti dall’attenzione degli utenti.
Per Albanese e Wells devono quindi assumersi anche la responsabilità di impedire che i servizi vengano utilizzati da bambini al di sotto dell’età consentita.
Il nuovo scontro tra Canberra e Big Tech entrerà ora in Parlamento e, successivamente, nelle indagini dell’eSafety Commissioner e nelle aule della Corte federale.
L’Australia ha già aperto una strada seguita da almeno venti Paesi.
Adesso dovrà dimostrare che il divieto può essere applicato davvero.
Fonte: conferenza stampa del primo ministro Anthony Albanese, della ministra Anika Wells, di Wayne Holdsworth e Mia Battista
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