Roberto Baggio: "In una vita precedente devo essermi comportato male. Pensai che la mia presenza a Pasadena non fosse una priorità. Il più forte? Ferruccio Polo"
Il Divin Codino a 360° sulla sua carriera e il suo io interiore
Roberto Baggio, ex Pallone d'Oro e stella dell'Italia anni '90, fantasista più amato della storia del calcio nostrano, ha parlato al Corriere della Sera, iniziando ovviamente dall'immagine che lo ha visto a capo chino dopo il rigore sbagliato contro il Brasile nella finale di USA '94, a Pasadena:
"Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa. Una volta l’avevo colpita nel Vicenza, ma poi la palla era entrata. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, nemmeno oggi riesco a perdonarmi completamente. So che può sembrare strano, perché il calcio è fatto anche di errori, ma quel momento ha pesato tanto dentro di me. Dicono che sia stato Ayrton Senna, morto pochi mesi prima, a deviare il pallone sopra la traversa. Sono cose che appartengono al mistero, alla sensibilità di ciascuno. Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole".
Vi proponiamo alcuni dei passaggi salienti dell'intervista al Divin Codino.
UNA VITA PRECEDENTE
"Dentro di me ho sempre sentito che forse, in una vita precedente, non mi sono comportato bene. Lo dico con molta semplicità, senza voler insegnare nulla a nessuno. In questa vita ho dovuto affrontare tante ostilità, tanto dolore fisico, tante difficoltà. A volte ho avuto la sensazione di essere arrivato qui con un karma pesante, qualcosa da trasformare, da alleggerire attraverso l’impegno e la sofferenza. Forse sto scontando qualcosa, forse sto imparando qualcosa. In ogni caso, cerco di non sprecare quello che il dolore mi ha insegnato. L’amore della gente mi fa un piacere enorme e mi commuove, perché non è mai una cosa scontata. Quando qualcuno mi ferma ancora oggi, quando mi dice una parola buona, io sento gratitudine. Il successo, però, secondo me va maneggiato con delicatezza. Bisogna rimanere umili, lavorare sodo, tenere i piedi per terra. Io ho cercato di farlo sempre, con passione e con rispetto. Forse l’affetto che ho ricevuto nasce anche da questo. Però, nel profondo, sento anche che le sofferenze fisiche e mentali che ho attraversato appartengono al karma che mi porto dietro. L’amore ricevuto non cancella il dolore, ma lo illumina».
GLI INFORTUNI
"La prima volta che mi ruppi il ginocchio ero solo un ragazzino e non c’erano le tecniche chirurgiche che ci sono oggi giorno. Andai da Bosquet, il primo in Europa a operare con materiali organici. Mi asportarono tessuto dal muscolo, il vasto mediale, per ricostruire il crociato, che non c’era più. La gamba doveva essere aperta come un libro, per essere operata a vista. Andammo a Saint-Étienne sulla vecchia Ford di famiglia. Dodici ore di viaggio nel silenzio: era il terrore che non sarei più tornato a giocare. Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Non potevo prendere antidolorifici, sono sempre stato allergico. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”. Non riuscivo più a correre, ad allenarmi come prima. Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina, mi vergognavo. Non riuscivo ad accettare l’idea di guadagnare senza poter lavorare, senza poter dare qualcosa in cambio. Così mettevo gli assegni nel cassetto. Mi tornava in mente mio padre, la sua faccia, la sua voce quando diceva che i soldi non meritati portano sfortuna. Per me il lavoro è sempre stato legato alla dignità. Anche se ero ferito, anche se non dipendeva da me, sentivo comunque quel peso".
DALLA FIORENTINA ALLA JUVENTUS
"Firenze si ribellò. Al ritiro azzurro di Coverciano arrivai nascosto nella volante della polizia, per non farmi riconoscere dai tifosi viola ai cancelli. Piangevo come un bambino. Si sentivano passare le ambulanze dirette verso la sede della Fiorentina, dove gli scontri durarono tre giorni. Sentivo un dolore lancinante per tutta quella rabbia e quella sofferenza. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole. Quando tornai da avversario raccolsi da terra la famosa sciarpa. Era un gesto di rispetto, di amore verso quella squadra che aveva creduto in me nonostante tutti gli infortuni. Il rigore in quella partita lo tirò De Agostini, che era il rigorista prima del mio arrivo".
I RAPPORTI CON LIPPI, SACCHI E TRAPATTONI
"Lippi? Non amo giudicare gli altri, perché ognuno ha il proprio carattere, le proprie paure, il proprio modo di vivere il calcio. Però a volte ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia in senso banale, ma il bisogno di affermare un’autorità. Io ho sempre cercato di mettermi a disposizione, ma non sempre è bastato. Fa parte della mia storia, anche questo".
"Quando diedi del matto a Sacchi per avermi tolto contro la Norvegia? Avevano espulso Pagliuca, il portiere. Tatticamente ci stava far uscire me anziché Casiraghi, un centravanti forte fisicamente. Ma il giorno prima Sacchi mi aveva chiamato nella sua stanza d’albergo e mi aveva detto: “Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina”. Quelle parole mi erano rimaste dentro. Per questo, quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme. Se davvero era così, pensai, allora Maradona non l’avrebbero mai sostituito. Fu una reazione istintiva, nata dalla delusione".
"Trapattoni che mi lascia fuori dai Mondiali 2002? Avevo lavorato come un matto, a Andreina dissi: scordati di avere un marito. Trapattoni mi telefonò mentre ero a Caldogno sul terrazzo di casa con Valentina. Non scorderò mai la sua voce: “Non me la sento di portarti, ho paura che ti fai male”. Eppure avevo dimostrato di non temere nulla. E se mi fossi infortunato avrei chiuso alla grande, al Mondiale".
L'AMBIGUITA' PRIMA DELLA FINALE
"La mattina dopo la semifinale con la Bulgaria dovetti andare dal dentista: un difensore con una gomitata mi aveva spaccato il labbro e mezzo dente, me lo ricostruirono. Ricordo che per la vergogna avevo giocato il secondo tempo coprendo il dente rotto con un chewing-gum. A Los Angeles, alla vigilia della finale, mi fecero provare i tiri nella sala matrimoni dell’albergo, per capire come stavo. Ero provato fisicamente e mentalmente, come tutti. Il percorso per arrivare in finale non era stato semplice. Arrivai a pensare che la mia presenza in finale non fosse una priorità. Sarebbe ingiusto attribuire ad altri intenzioni che non posso conoscere fino in fondo. Dico però che percepii una situazione ambigua. Forse si pensava che una vittoria senza di me avrebbe esaltato ancora di più il gruppo. E forse, in caso di sconfitta, la mia assenza avrebbe potuto diventare un alibi. Sono pensieri che mi attraversarono in quel momento»".
CRISI ITALIA
"Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia. Il dossier di 900 pagine? Non ho la presunzione di pensare che quel progetto andasse bene e bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Non era solo mio, era scritto con altri bravissimi professionisti. Ho cercato di portarlo avanti, per dare i meriti a tutti loro. Poi le cose non sempre vanno come si spera".
IL PIU' FORTE
"Il più forte con cui ho giocato che invece non ha fatto carriera è il mio amico Ferruccio Polo di Grado, detto l’Olandese Volante. Passò dalla Gradese al Fossalon per un carro di mais e due galline ovaiole. Quando ci incrociamo, mi dice: tu sei diventato Baggio solo perché io mi sono fatto male. Se no ti avrei dato tanti di quei calci che non ti avrei fatto toccare per terra".
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