Roberto Vannacci è il pifferaio magico dell’estremismo
Bel guaio quello che Matteo Salvini ha combinato innanzitutto al suo partito, all’intero centrodestra di governo, e ora bisognerà tenere gli occhi ben aperti per capire se non si tradurrà anche in un brutto guaio per l’Italia intera. Il guaio è Roberto Vannacci, ex generale di divisione dell’Esercito, ex comandante del 9° reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, ex comandante della brigata paracadutisti Folgore, ed ex figura di spicco nelle missioni che hanno visto negli anni contingenti militari italiani nelle operazioni internazionali interforze avvenute in Afghanistan e Iraq contro l’Isis, prima dell’incarico come responsabile della difesa dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, che terminò nel 2022 quando le autorità putiniane lo dichiararono persona non grata in risposta alle espulsioni decise dal governo italiano di diplomatici-spie russi per effetto dell’invasione russa dell’Ucraina. Una carriera di tutto rispetto e onusta di medaglie e riconoscimenti internazionali, si potrebbe dire, tanto da spingere Salvini a ritenere che l’arruolamento del generale nella Lega fosse un colpo da maestro. Al contrario, avrebbe dovuto ascoltare qualche voce all’interno dei ranghi militari italiani. Perché che Vannacci fosse finito alla guida dell’Istituto geografico militare era un chiarissimo segnale di stop a sue possibilità di ascesa ulteriore nello Stato maggiore dell’Esercito e delle Forze armate. A Vannacci era così chiaro il significato di quell’assegnazione che solo 40 giorni dopo, nell’agosto 2023, pubblicò il suo libro "Il mondo al contrario", la summa – si fa per dire – del suo nebbioso ultra-estremista pensiero politico. E poiché lo pubblicò da militare in servizio attivo, si buscò l’immediata reprimenda da parte del ministro della Difesa Crosetto, che considerò il libro come “farneticazioni personali che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”.
Lo stesso Stato maggiore dell’Esercito aprì un’indagine formale su Vannacci conclusasi con la sospensione dal servizio per 11 mesi a stipendio dimezzato, misure per cui invano Vannacci fece ricorso al Tar del Lazio, che lo respinse.
Il primo a capire al volo che con quel libro il generale “scendeva in politica”, pochi giorni dopo la sua pubblicazione nell’estate 2023, non fu Salvini ma Roberto Fiore, il leader della neofascista Forza Nuova, che fece subito a Vannacci la proposta di candidarsi alle parlamentari suppletive nel collegio Lombardia 6-Monza che era rimasto vacante. E anche su questo scatto immediato di riflessi dei neofascisti verso Vannacci, Salvini avrebbe dovuto riflettere bene, prima di offrire nelle elezioni europee del giugno 2024 al generale la candidatura come indipendente nelle liste della Lega per Salvini premier in tutte le circoscrizioni elettorali, e in quelle dell’Italia centrale e meridionale addirittura come capolista. E’ stata quella decisione, l’origine del guaio. Salvini, come sempre, ignorò bellamente l’opinione contraria dei governatori regionali della Lega, nonché di parte non irrilevante della vecchia guardia leghista autonomista nel Nord, totalmente diffidenti verso le boutade estremiste che irroravano ogni pagina del suo libro. Anche in quell’occasione, i moderati e i custodi della vecchia anima leghista non ebbero il fegato per bloccare Salvini. E’ la stessa storia che va avanti da anni, e malgrado la discesa della Lega a uno striminzito 6 per cento nei sondaggi, non c’è mai volta che il dissenso interno leghista decida sul serio di presentare i conti a Salvini, che nel frattempo mettendo suoi uomini di fiducia nell’organo depositario del diritto di voto sul leader, si è blindato a rimanerlo per anni a venire. Salvini pensava che Vannacci fosse un rimedio brillante alla perdurante discesa elettorale della Lega. Ma non si aspettava che il generale incassasse in tutta Italia 556 mila preferenze, il secondo candidato più votato alle europee tra tutte le diverse liste dopo Giorgia Meloni. Un fenomenale errore, cui Salvini pensò di rimediare credendo di poter addomesticare il generale spalancandogli le porte del partito e nominandolo in pochi mesi da europarlamentare iscritto a uno dei vicesegretari federali del partito. Anche in questo caso, un errore capitale, perché nel frattempo Vannacci trasformava la sua associazione "Il mondo al contrario" in un movimento politico. E infine nel febbraio 2026, dopo mesi di cortine fumogene per confondere Salvini, ecco che avviene quello che il generale aveva in testa sin dall’inizio e solo il capo della Lega ostinatamente non ha saputo vedere: la nascita ufficiale del partito di Vannacci, Futuro nazionale. Senza lo strepitoso successo elettorale e personale ottenuto grazie al tappeto rosso leghista, senza quella occasione d‘oro regalatagli per diventare un politico nazionale di preteso primo piano, il guaio Vannacci non esisterebbe o non sarebbe certo delle potenziali dimensioni attuali. Tutto il resto, come la sua ascesa nei sondaggi e nelle presenze televisive, viene di conseguenza. E poche illusioni: il circo mediatico italiano è da anni all’incessante ricerca di personaggi che alimentano scontri e polemiche, le cronache politiche non sono certo fatte di pensosi confronti sui motivi della bassa crescita italiana e su come seriamente rimediarvi, ma vivono dei fischi alla prima manifestazione dei leader del campo largo ristretto a sinistra, e dei terrori attuali della destra di fronte all’ascesa di Vannacci. Ergo, Vannacci ha gioco facile per crescere ancora.
Calma e gesso
La lunga premessa era necessaria. Vannacci non è uno sciocco e ha mostrato un buon fiuto su come pescare nei diversi ambiti dei “delusi di destra”, e per di più con una strizzata d’occhio anche ai tanti delusi ex elettori dei Cinque stelle, delusi che non hanno mai creduto che il movimento pangenetico che votavano dovesse attendarsi sotto la guida del Pd. Ma, detto questo, per favore non esageriamo con gli eccessi quotidiani di colore. Vannacci non è il generale Raoul Salan, medaglia d’oro al valor militare ed ex capo delle forze militari francesi in Indocina, che si mise alla testa di ufficiali nell‘organizzazione segreta terrorista e golpista Oas per impedire l’indipendenza dell’Algeria, ma il generale de Gaulle tirò dritto e li neutralizzò. E Vannacci non è neanche un Germanico Giulio Cesare, il giovane brillantissimo condottiero romano oltre il Reno vindice dell’annientamento di tre legioni nella tragica foresta di Teutoburgo, quel Germanico che tanto dava ombra al sospettoso imperatore Tiberio da finire avvelenato a 34 anni. Vannacci è stato proiettato in cielo da un razzo che gli è stato insipientemente regalato. E ora bisogna ragionare con freddezza, per evitare che il razzo accumuli tanta panna montata nei suoi serbatoi da farlo sembrare uno Starlink alla Elon Musk.
I primi a dover ragionare con freddezza immune dal terrore sono i leader del centrodestra. A Salvini e alla sua banda di signorsì sordi alle indicazioni interne è inutile pensare di dispensare consigli: chi li avanza dall’esterno, è automaticamente considerato un denigratore del capo, e su questa base nessuna ragionevolezza può essere fondata. Del tutto diverso è il caso della premier Meloni, di Fratelli d’Italia, e di Forza Italia. Preoccupati dalla fuga di parlamentari ed eletti locali verso Futuro nazionale di Vannacci. Chi qui scrive fa sinceramente un’unica eccezione: Gianni Alemanno e i suoi seguaci di Indipendenza! confluiti nel partito di Vannacci. Alemanno non ha aspettato l’ex generale per esprimere la sua aperta critica e anzi contrarietà alle posizioni della premier Meloni. E non si tratta della sua radice giovanile, quando nel Fronte della Gioventù ai tempi del Msi si riconosceva nella destra sociale rautiana e non nei sostenitori di Almirante.
La coerenza di Alemanno e i voltagabbana. Vannacci dentro o fuori dalla coalizione? No al fatalismo: il generale non è parte di una tendenza in atto in Europa
La rottura esplicita di Alemanno covava da tempo, ma divenne pubblica nel 2022 con le sue fortissime prese di posizione contro il sostegno militare e finanziario dell’Italia all’Ucraina dopo l’invasione russa, e di lì la polemica di Alemanno si estese alle posizioni filoatlantiche, filoeuropeiste e troppo filo mercato di Palazzo Chigi. Chi qui scrive ha idee molto diverse, ma ad Alemanno riconosce una coerenza esplicita che non è del profittatore opportunista.
Gli opportunisti sono tutti gli altri voltagabbana che in queste settimane credono che salire sul carro di Vannacci significhi assicurarsi candidature e forse un seggio alle prossime politiche che difficilmente Lega, Forza Italia e anche FdI potrebbero assicurare loro. Ma di opportunisti voltagabbana è piena la storia della politica da secoli, basta aver scorso gli Annales di Tacito per sapere quanto fulminei fossero i cambi di tono e di fronte dei senatori delle maggiori famiglie patrizie in cerca di preture e consolati, non appena avvertivano nell’aria la possibilità che l’imperatore in carica venisse ucciso dai suoi pretoriani, come avvenne con Tiberio, Caligola, e poi tanti altri in seguito. Dei voltagabbana bisogna fottersene, è agli elettori che bisogna pensare. Andiamo per punti.
Legge elettorale
Cominciamo da una corda su cui il centrodestra sembra esser voglioso di impiccarsi a prescindere da Vannacci: la legge elettorale. Sappiamo tutti che il suo schema, tra premio di maggioranza solo apparentemente in linea con le reiterate pronunzie della Corte Costituzionale in materia, no alle preferenze e tutto il resto, era figlio della protratta marcia verso il successo che vedeva i sondaggi continuare a incoronare la crescita di Meloni e Fratelli d’Italia, mentre Salvini scendeva e Forza Italia tornava a superarlo. Com’è noto quelle certezze sono state fieramente intaccate dall’errore capitale compiuto da governo e maggioranza affrontando il referendum sulla giustizia con un tono non istituzionale ma inutilmente sguaiato e aggressivo, regalando così un’occasione d’oro al giustizialismo e una tosta sconfitta al governo. Che, nei sondaggi, ha iniziato lentamente a scendere. Ed eccoci a Vannacci, che oggi già supera nei sondaggi La Lega per Salvini, e rischia di superare di questo passo anche Forza Italia. Di fronte a questo, c’è chi consiglia a Meloni di tenere la porta aperta a Vannacci. Consiglio sbagliato. Significa ammettere che si considera essenziale avere Vannacci per far scattare il premio di maggioranza. Significa ammettere che Meloni ha sbagliato tutto, sull’Ucraina, sull’Europa, sul filoatlantismo e sul rapporto con imprese e sindacati. Non solo non è nell’interesse di Meloni e del suo partito e di Forza Italia. Sicuramente non è nell’interesse nazionale dell’Italia e della sua credibilità internazionale, dare le chiavi di una qualsivoglia futura governabilità nelle mani del generale illusionista dell’estremo. Tanto vale essere realisti, e da fan da sempre del maggioritario lo scrivo con estrema amarezza: meglio ridurre il premio di maggioranza o abbandonarlo addirittura del tutto, se il prezzo è la resa al mesmerico ex generale.
Europa, Nato e Putin
Gli italiani vogliono davvero un governo nelle mani della caricatura sgrammaticata di un sovranismo senza risorse? E’ stato un bene o un male per l’Italia in questi anni, ritornare a un rapporto proficuo con il governo tedesco e francese? Aver evitato una rottura con gli Stati Uniti anche dopo le intemerate di Trump prima che cambiasse tono al vertice Nato ad Ankara? Vogliamo davvero allineare l’Italia al filoputinismo che Mosca continua ad alimentare sottobanco in tutta Europa, mentre esplicitamente moltiplica le sue centinaia di attacchi cyber in tutti i maggiori paesi europei che sostengono l’Ucraina, i paesi baltici e la Polonia che non si piegano alla minaccia di Mosca? Vogliono davvero un governo Vannacci-Conte-campo largo, gli elettori? Se davvero queste sono le domande che si pone a voce bassa il centrodestra, vuol dire che ha già perduto la propria anima.
Non mancano media italiani che sostengono ogni giorno che in fondo è una tendenza generale ormai in Occidente: ovviamente negli Usa con Trump e il suo Maga, in Francia col ritorno di Mme Le Pen alla candidatura per l’Eliseo, in Germania con la sempre più minacciosa ascesa di AfD, nel Regno Unito con il crollo del Labour, dei Tories e dei Liberaldemocratici di fronte alla cometa sfolgorante di Farage. Neanche per idea. Vannacci non nasce dai voti del nord deindustrializzato della Francia e dal degrado delle banlieues metropolitane d’Oltralpe. Non ha dietro di sé alcuni milioni di voti di tedeschi dell’ex Germania Est mai economicamente davvero parificata alla Germania Ovest, il serbatoio di malessere che ha costituito al base della crescita in ben 14 anni di AfD. Anche in Francia il trentenne Jordan Bardella, che fino a pochi giorni fa era il candidato del Rassemblement National per l’Eliseo prima che si rimaterializzasse Mme Le Pen, nelle sue interviste aveva fatto assumere al suo partito un profilo rassicurante sempre più meloniano, molto meno truce dell’eredità lepenista. No, non commettiamo per favore anche l’errore di un ingiustificato fatalismo. E non credete di rincorrere Vannacci assegnando tremila militari in più nelle stazioni ferroviarie italiane come chiede Salvini, perché non è per quello che addestriamo militari professionisti e nel suo no ha ragione da vendere il ministro Crosetto. Vannacci prenderà l’8, forse persino il 10 per cento, con le sue sparate contro donne, omosessuali e immigrati? Bene, lasciatelo nel suo angolo. Già abbiamo visto negli ultimi anni, quanto poco durino le meteore di chi aveva raggiunto e persino superato il 30 per cento dei voti. Figuriamoci una caricatura dell’inobliato generale Buttiglione dei grandissimi Arbore e Boncompagni.
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