Vannacci, un generale che non vuole capire la minaccia russa
Ogni volta che si discute di spesa militare, il dibattito italiano finisce nello stesso vicolo cieco: qualcuno immagina colonne di carri armati russi dirette verso il Friuli e qualcun altro risponde evocando la Terza guerra mondiale. Ma entrambe le immagini raccontano una guerra che appartiene al Novecento. La domanda giusta non è se Mosca abbia intenzione di invadere l’Italia. E’ un’altra: quali interessi nazionali deve essere in grado di proteggere oggi uno stato come l’Italia? Se la risposta è soltanto “i confini”, allora Roberto Vannacci ha buon gioco quando ironizza sui “cosacchi che si abbeverano al Piave” e sostiene che l’obiettivo Nato del 5 per cento non abbia alcuna giustificazione. Chi oggi minaccia il territorio nazionale, chiede in modo retorico Vannacci per giustificare la sua contrarietà all’incremento delle spese per la difesa. Ma, come il leader di Futuro nazionale dovrebbe sapere, gli interessi italiani protetti dalle forze armate comprendono ben altro: le rotte energetiche, la libertà di navigazione, gli investimenti all’estero e la stabilità del mercato europeo. Allora il problema cambia completamente.
Basta osservare una cartina geografica. L’Italia è una potenza manifatturiera povera di materie prime, dipendente dal commercio marittimo e dalle importazioni di energia. Lo Stretto di Hormuz dista migliaia di chilometri dalle nostre coste, ma quando il traffico navale viene minacciato aumenta il prezzo dell’energia anche per imprese e famiglie italiane. Lo stesso vale per il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Mediterraneo orientale o il Golfo di Guinea. E’ nel cosiddetto Mediterraneo allargato che si concentrano buona parte degli interessi strategici italiani: la sicurezza delle rotte commerciali, gli investimenti delle imprese italiane, la stabilizzazione del Nord Africa e dell’Africa subsahariana. La Marina militare italiana è tra le più efficienti della Nato, ma da sola – e nemmeno insieme agli altri paesi europei – oggi non è in grado di garantire stabilmente la sicurezza di uno spazio marittimo così vasto. La Libia è l’esempio più evidente. E’ il vicino strategico dell’Italia, continua a essere divisa tra due governi rivali ed è sempre più terreno di competizione con la Turchia. Ankara ha investito negli ultimi anni molto più dell’Italia nella propria proiezione navale e militare nel Mediterraneo. Se la Marina italiana non riceverà gli investimenti che i suoi capi di stato maggiore richiedono da anni rischiamo di perdere la leadership sul Mare Nostrum che oggi ci viene riconosciuta.
La minaccia, inoltre, non è solo militare. Da anni aziende, banche, infrastrutture, trasporti e amministrazioni italiane sono bersaglio di campagne di attacchi informatici attribuite a gruppi filorussi, spesso intensificate nei momenti di maggiore tensione politica tra Roma e Mosca. L’intelligence italiana indica la Russia come la principale fonte della minaccia cyber per il paese, mentre l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale registra un aumento costante delle operazioni ostili contro obiettivi pubblici e privati. Poi c’è l’Europa orientale. E’ vero: nessuno immagina una colonna di carri armati russi diretta verso Milano. Ma se una crisi nei Paesi baltici mettesse in discussione la credibilità della Nato, le conseguenze economiche arriverebbero in Italia molto prima dei soldati. Le imprese italiane hanno oltre 10 miliardi di euro di investimenti diretti nei paesi dell’Europa centro-orientale e baltica. Ancora più importante è il mercato unico europeo, destinazione di oltre la metà delle esportazioni italiane. Secondo Bloomberg Economics, anche un conflitto limitato ai Baltici provocherebbe una contrazione del pil mondiale dell’1,3 per cento nel primo anno, con un impatto dell’1,2 per cento sull’Unione europea, ben superiore a quello stimato per Stati Uniti e Regno Unito. Per i Paesi baltici il crollo supererebbe addirittura il 40 per cento. Per un’economia esportatrice e manifatturiera come quella italiana sarebbe uno shock difficilmente assorbibile.
E’ qui che il ragionamento di Vannacci mostra tutti i suoi limiti. Ridurre la difesa nazionale alla sola eventualità di un’invasione terrestre significa descrivere un mondo che non esiste più. Le Forze armate non servono soltanto a difendere il territorio italiano, ma a proteggere gli interessi politici, economici e strategici del paese in uno spazio che va ben oltre i suoi confini. E oggi lo riescono a fare con sempre maggiore fatica, vista la scarsità di risorse a disposizione in un mondo che si sta invece riarmando rapidamente. E’ una distinzione che dovrebbe essere evidente soprattutto a un generale di divisione come Vannacci. Trasformarla in uno slogan sui cosacchi al Piave può funzionare in campagna elettorale. Spiega molto meno come si difendono oggi gli interessi dell’Italia.
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