Breve guida a Mark Rutte, il segretario NATO che lusinga Trump e inciampa sull’Italia

13 Luglio 2026 - 14:40
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Eravamo ancora in regime Covid, con accenni di Recovery plan e prove tecniche di spartizione dei fondi, che sarebbero poi stati varati dal Consiglio Europeo un lustro fa, il 13 luglio 2021. Scrissi allora per zafferano.news, il webzine similquotidiano ideato da Riccardo Ruggeri, un pezzo che inquadrava il recente compartamento e l’attitudine di fondo di Mark Rutte, premier olandese. Mi cito. “La vocazione al governatorato del premier olandese è questione etnogenetica. Per cui, per favore, non scandalizziamoci più di tanto. I governatori, che sono un po’ meno dei viceré, hanno l’attitudine al comando, al percorso ordinato e prevedibile dove le aspettative vengono messe in opera senza troppe discussioni… Essendo meno dei vicerè, i governatori è raro che ordiscano intrighi di corte come questi ultimi: tendono invece a obbedire ai monarchi”. Non ci sono stati grandi mutamenti. E rieccoci a Rutte, che per molti tratta oggi la NATO come una colonia da regolare e non un corpus da gestire osservandone e rispettandone la delicata complessità.

La sua amministrazione dell’alleanza atlantica compie un anno a ottobre. Un anno che si chiude con un semestre denso alle spalle: un vertice ad Ankara segnato dalle intemperanze di Donald Trump, una gaffe sulle basi italiane che ha riacceso la diffidenza di Roma. Certo, non è mancato il beaa geste tutto olandese. Lui, Rutte, e il premier oranje, Rob Jetten, hanno rifiutato o diplomaticamente dimenticato di prenedere con sé, quest’ultimo, l’imbarazzante dono a tutti i partecipanti voluto da Tayyp Erdogan e dal suo protocollo: una pistola turca, la Gümüşay, il gingillo storico concepito nel 1990 dall’industrtia locale capace di accogliere munizioni della classe Magnum .357. Infatti sei proiettili erano compresi nel dono e allegati alla pistola… Pochi dubbi, il nome dei destinatari era inciso sul revolver.

Per il resto, poche sorprese: Rutte si è comportato secondo le stereotipate attese e non ha preso in considerazione la domanda di chi in conferenza stampa si chiedeva e gli chiedeva, in una linea di pensiero condivisa non solo dal resto dei giornalisti, ma anche fra gli staff alleati, fin dove si spingesse la sua “diplomazia della lusinga” prima di trasformarsi in sudditanza. Su una trerrazza estiva che da sullo scarso verde milnese, insufficiente a frenare la canicola dei giorni scorsi, una signora di poco ultrsixty chiedeva, a margine di una serie di chiacchiere da cena estiva popolata da persone “supposte-sapere”: “Ma questo Rutte, poi, alla fine, come nasce?” L’accento e la scelta del fraseggio tradiscono una nobiltà meridionale di lungo corso, ma esigono quantomeno una risposta precisa.

Mark Rutte è nato all’Aia a San Valentino del 1967, ultimo di sette figli di una famiglia protestante di ceto medio. Padre commerciante, madre segretaria. Liceo classico a indirizzo artistico, master in Storia a Leida nel 1992, presidenza della gioventù liberale del VVD e carriera manageriale in Unilever prima della politica, dal 2002, nel governo Balkenende. Da lì la scalata è rapida: leader del VVD dal 2006, premier dal 2010 al 2024, quattro governi consecutivi e il record di permanenza al potere nella storia olandese. Il quarto esecutivo cade nel luglio 2023, travolto dallo scontro di coalizione sulle politiche migratorie.

Della vita privata si sa poco: non sposato, senza figli, si definisce “uno scapolo felice”, e la sua riservatezza incuriosisce anche fuori dai Paesi Bassi. Suona il pianoforte da anni, non fuma, non beve, ama la lettura, e coltiva un understatement calvinista visibile anche nello stile: giacche scure senza fronzoli. Il cuore sportivo batte per il Feyenoord di Rotterdam e per il piccolo ADO Den Haag; negli spostamenti si è a lungo fatto notare per la bicicletta e una vecchia Saab di seconda mano, coerenti con la fama di frugalità che lo ha accompagnato ben prima di diventare l’etichetta con cui l’ha conosciuto l’Europa.

Dall’ottobre 2024 Rutte è il quattordicesimo segretario generale della NATO, e l’ultimo semestre lo ha misurato sul terreno più scivoloso del mandato: tenere in piedi l’Alleanza mentre Washington, sotto la seconda amministrazione Trump, alterna endorsement e minacce. Il vertice di Ankara dell’8 luglio 2026 ne è la sintesi: Trump celebra l’aumento della spesa militare alleata, ma minaccia anche di tagliare gli scambi commerciali con un alleato, ventila l’annessione del territorio di un altro e bersaglia pubblicamente Italia, Francia, Germania e Regno Unito per il presunto scarso sostegno logistico durante l’operazione contro l’Iran.

Rutte risponde con quella che i media anglosassoni hanno ribattezzato “diplomazia dell’adulazione”: Trump è “caro Donald”, l’aumento della spesa alleata diventa il “Trump Trillion”. Non è la prima volta: in precedenza aveva paragonato Trump a un “papà” per il ruolo avuto nella crisi tra Iran e Israele, uscita che gli è costata settimane di scherno social e liquidata come “una questione di gusti”. Alla conferenza stampa finale di Ankara, il giornalista danese Rasmus Svaneborg (di Ritzau, l’agenzia di stampa danese vecchia di 160 anni) lo ha messo alle strette chiedendogli se sedere accanto a Trump mentre minacciava Groenlandia e Spagna non intaccasse il suoamor proprio“. Rutte ha risposto che il suo compito èriconoscere il merito quando c’è merito“: la clip è diventata virale, letta da molti come l’ennesima prova di sudditanza. Non mancano i critici interni: diversi analisti parlano di una “legge dei rendimenti decrescenti” della strategia Rutte, che lo distrarrebbe dal dibattito, sempre più urgente, su una difesa europea autonoma. Alcuni alleati, secondo la stampa, mostrerebbero insofferenza crescente verso uno stile percepito come troppo accomodante.

Il dossier più concreto del semestre è l’impegno, confermato ad Ankara dopo il via libera dell’Aja nel 2025, a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5 per cento del PIL entro il 2035 (3,5 per cento “core” più 1,5 per cento di voci correlate). Rutte lo presenta come prova che “la NATO mantiene le promesse”, con il totale già salito al 4 per cento a un anno dall’avvio del percorso decennale. L’obiettivo è accolto con favore da baltici e Polonia, da tempo sostenitori di una spesa più aggressiva vista la minaccia russa, mentre la Spagna lo considera eccessivo, alimentando gli attacchi diretti di Trump contro Madrid durante il summit.

Anche la nomina di Rutte, nel 2024, non era scontata: l’Ungheria di Orbán minacciò il veto per le sue critiche passate sullo stato di diritto ungherese e sulla legislazione anti-LGBT, arrivando a dire che l’obiettivo era “mettere Budapest in ginocchio”. Il veto fu ritirato solo dopo un incontro riservato a margine di un Consiglio Europeo: la sua immagine di falco progressista sui diritti civili convive, da sempre, con un pragmatismo negoziale quasi assoluto.

Dentro l’Alleanza restano due nodi su cui l’Italia gioca in prima persona, e su cui la mediazione di Rutte è tutt’altro che risolta. Il primo è la sostenibilità del target del 5 per cento: Roma dichiara oggi una spesa per difesa e sicurezza al 2,8 per cento del PIL (2,09 per cento militare in senso stretto più 0,71 per cento di perimetro allargato), lontana dall’asticella 2035. Il ministro dell’Economia Giorgetti la definisce una “coperta corta”: ogni euro in più per i cannoni pesa su sanità e pensioni, mentre si discute se i prestiti SAFE convengano rispetto ai BTP e se l’aumento sia compatibile con l’uscita dalla procedura d’infrazione UE per deficit eccessivo — un dibattito che spacca maggioranza e opposizioni, con Giorgetti freno agli entusiasmi atlantisti di Crosetto.

Il secondo dossier è ilfianco Sud“: da mesi Giorgia Meloni chiede alla NATO di guardare al Mediterraneo allargato, alla Libia e all’Africa con la stessa attenzione riservata al fronte orientale, sostenendo che le minacce di oggi sonoibridee non arrivano solo da Est. Rutte, assorbito da Mosca e da Trump, non ha finora dato a questa istanza italiana lo stesso peso del fianco orientale, alimentando a Roma la sensazione di un’agenda NATO ancora troppo baltico-centrica. Così, il capitolo italiano resta il più controverso della parabola di Rutte, e affonda le radici nel 2020. Da premier e capofila dei cosiddetti “Paesi frugali” (con Austria, Svezia, Danimarca e poi Finlandia), Rutte guidò l’opposizione più dura ai sussidi a fondo perduto del Recovery Fund, sostenendo che l’Italia dovesse ricevere solo prestiti e “imparare a farcela da sola” alla prossima crisi. La frase scatenò la reazione compatta dei partiti italiani e uno scontro pubblico con l’allora premier Giuseppe Conte, che rispose piccato: “È quello che faremo”. Le fonti olandesi filtrate alla stampa parlavano di una proposta italiana giudicata “impraticabile”.

A inasprire il ricordo contribuì anche un video, circolato sui social italiani, in cui Rutte rideva commentando ironicamente l’ipotesi di “niente soldi a italiani e spagnoli”, immagine che alimentò per anni la narrazione dell’Olanda come Paese sprezzante verso il Sud Europa. L’accordo arrivò comunque, con 750 miliardi complessivi e una riduzione della quota a fondo perduto da 500 a 390 miliardi: un compromesso che i frugali rivendicarono come vittoria, e che l’Italia incassò come il pacchetto di aiuti più consistente della propria storia recente, conservando comunque la cicatrice politica dello scontro. Il trattamento riservato a Roma non fu un caso isolato: la stessa retorica sulla “responsabilità fiscale” fu applicata da Rutte anche a Grecia, Spagna e Portogallo, in continuità con la linea già tenuta dall’Aia durante la crisi del debito greco. Un paradosso spesso richiamato dagli osservatori: il debito delle famiglie olandesi (circa il 107 per cento del PIL) risultava tra i più alti d’Europa, ben oltre quello italiano (circa il 41 per cento) — dato che alimentò l’accusa di un moralismo fiscale non sempre coerente con i numeri interni.

Se c’è un episodio che nell’ultimo semestre ha riportato la tensione Rutte-Roma ai livelli del 2020, è la vicenda delle basi italiane legate all’operazioneEpic Furycontro l’Iran, giugno 2026. In un’intervista a Fox News, Rutte ha rivelato che circa 500 velivoli statunitensi sarebbero decollati da basi in territorio italiano a supporto dell’operazione, citando l’Italia come il caso più rilevante in Europa su un totale di 4-5mila missioni alleate. La ricostruzione ha scatenato un caso politico interno: il ministero della Difesa italiano ha smentito, parlando di sole “attività logistiche e tecniche, senza funzioni cinetiche”, e Giorgia Meloni ha corretto pubblicamente il segretario NATO, sostenendo che avesse “mescolato fatti diversi” in una ricostruzione “troppo entusiastica”. L’opposizione, con Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) ha invece usato le parole di Rutte come prova di un coinvolgimento italiano più ampio di quanto ammesso dal governo, parlando di “contraddizione grave” con la linea ufficiale di Palazzo Chigi. Rutte ha fatto marcia indietro pochi giorni dopo, in un’intervista a L’Espresso in cui ha lodato “la leadership decisa” di Meloni e il “contributo fondamentale” italiano all’Ucraina, precisando che le sue parole riguardavano solo accordi bilaterali preesistenti su basi e spazio aereo. Un episodio che racconta bene la fragilità del segretario generale: nel compiacere Washington rivendica il contributo europeo, ma rischia di scoprire il fianco degli alleati sul fronte interno.

Al netto dello scivolone di giugno, il rapporto tra Rutte e Meloni resta descritto da entrambe le parti come “cooperazione strategica”: la premier ha scelto di derubricare l’incidente e, anche dopo le critiche dirette di Trump ad Ankara sul presunto scarso sostegno italiano, ha ribadito che la propria linea è “l’unità dell’Occidente” e non una relazione personale con questo o quel leader — “i rapporti con Trump sono cordiali”, ha detto, “ma non cambio approccio in base a come vanno i rapporti personali”. Un modo, indiretto, di prendere le distanze anche dallo stile di Rutte. Nel semestre si è visto anche come la gestione Rutte non sia sempre pienamente coordinata con le cancellerie europee: al vertice E5 di Berlino del 24 giugno, che ha riunito Macron, Merz, Meloni, Tusk e Starmer per preparare la posizione comune verso Ankara, il segretario generale ha partecipato solo in collegamento da Washington — dettaglio letto come segnale di un asse decisionale sempre più spostato tra le capitali europee e la Casa Bianca, con Rutte mediatore reattivo più che regista. Restano aperte le fratture tra le potenze europee, dal naufragio del programma franco-tedesco per il caccia FCAS alle diverse strategie di Parigi e Berlino sull’autonomia da Washington, terreno su cui Rutte può mediare ma difficilmente arbitrare in prima persona.

A un anno dall’insediamento, il ritratto che emerge da Bruxelles è quello di un mediatore instancabile quanto esposto: capace di tenere insieme un’Alleanza sotto pressione con le lusinghe verso Trump, ma sempre più chiamato a rispondere, tanto ad Ankara quanto a Roma, alla domanda del giornalista danese: dove finisce la diplomazia e dove comincia la sudditanza.

Per conto mio, come ho già avuto modo di precisare qualche anno fa, nella casa in cui sono nato e cresciuto, nella colonia olandese delle isole delle spezie, si parlava italiano, piemontese, indonesiano e, appunto, olandese. Il Governatorato era a pochi passi, allora molto diretti. Tutti, vi si passava dinnanzi con rispetto anche quando gli olandesi erano stati cacciati da un pezzo. E quando il Governatore parla so ascoltare. E capisco quello che dice. Questo Governatore, neppure ancora sessantenne, è lucido e ambizioso. Credo proprio consideri il palazzone di Avenue Leopold III a Bruxelles come una palestra di prestigio da cui preparare un futuro politico pochi chilomertri più in là, al centro del Quartiere Europeo di Bruxelles.

Del resto, se consideriamo che, al netto della vicepresidenza Timmermans, l’ultimo presidente della Commissione Europea olandese è stato per un brevissimo periodo di nove mesi, Sicco Mansholt, in carica dal 22 marzo 1972 al 5 gennaio 1973, “spazio per una riflessione in questo senso”, come dice un autorevole diplomatico mediterraneo, “per un candidato dalla carriera multilaterale di rilievo, espressione di un paese fondatore dell’Unione, ce ne sarebbe”.

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