Sabatini sul Luis Enrique della Roma: “Totti lo chiamava Zichichi. A De Rossi sembrava di non aver mai giocato a calcio prima. Gli toccarono la famiglia e se ne andò”
Intervista all'ex ds giallorosso che puntò sull'allenatore del Psg.
Luis Enrique punta al bis in Champions League con il Psg, un secondo titolo che lo consacrerebbe come uno dei più grandi tra gli allenatori delle ultime generazioni. E ben 14 anni fa su di lui aveva già scommesso Walter Sabatini. L’allora ds dei giallorossi racconta della scelta di affidare il post Montella all’allora allenatore del Barcellona B in una lunga intervista ad As.
"Chi me lo suggerì? Dario Canovi, uno dei procuratori più noti. Venne a Roma per parlarmi di lui. Mi disse che Luis Enrique voleva tentare la fortuna all'estero, lasciare la squadra B del Barcellona. Sottolineò che era molto legato emotivamente al Barça, ma che l'Italia lo attraeva per iniziare a fare il capo allenatore. Mandai lì i miei collaboratori: Frederic Massara e Pasquale Sensibile. Tornarono sorpresi ed entusiasti di come giocavano quei ragazzi di Luis Enrique".
"Chiamai un amico giornalista per raccogliere in un dossier tutte le sue dichiarazioni rilasciate in conferenze stampa e interviste. Mi colpì una sua frase: "L'importante non è la meta, ma il viaggio per arrivarci". Quel modo di pensare mi incuriosì. Così andai a Barcellona, dove già avevo mandato Franco Baldini un paio di giorni prima. Incontrammo Luis a casa sua. Mi convinsi subito. Quando tornai a Roma, gli feci poi un'offerta che lui accettò. Nessuno lo aveva mai considerato come allenatore di Serie A. Era un personaggio unico nel calcio italiano".
"Il suo arrivo è stato una benedizione, e non mi riferisco ai risultati perché arrivammo settimi, mancando la qualificazione alle competizioni europee. Ciò che ha portato è stata una nuova, rivoluzionaria etica del lavoro. I giocatori più importanti, De Rossi per esempio, venivano da me e mi dicevano: 'In allenamento sviluppa così tanti concetti che mi sembra di non aver mai giocato a calcio prima d'ora'. Intendiamoci, Daniele era un campione del mondo, non uno qualunque. Si sentiva come se stesse imparando a giocare, ed era entusiasta, innamorato di quel tipo di calcio. De Rossi era intelligente e sensibile. Ogni volta che veniva nel mio ufficio a dirmelo, mi rassicurava e mi riempiva d'orgoglio".
"Le panchine di Totti? È un uomo di principi. Una persona coerente. Non scende a compromessi, una qualità essenziale per essere un buon allenatore. A Roma funziona così: chiunque tocca Totti commette un peccato capitale, sì diciamo pure che è morto. Totti è, ancora oggi, un idolo eterno. Ciò che ha fatto nel calcio è tra i migliori in assoluto. Luis Enrique sapeva benissimo che metterlo in discussione significava scavarsi la fossa. Nonostante tutto, non ha voluto tradire i suoi ideali per tornaconto personale o umano. È un uomo di grande coerenza. I due si rispettavano, Totti lo chiamava Zichichi, che era uno degli scienziati italiani più famosi al mondo. Anche Luis Enrique lo apprezzava come giocatore, ma forse il problema erano i tifosi, i tifosi della Roma… Vedevano Francesco Totti come un semidio. Nessuno poteva toccarlo. È sempre stato così. Luis non ne teneva conto. Anzi, non gli importava cosa pensasse la gente. Perseguiva il suo stile di calcio e accettava il prezzo da pagare".
"Alla fine della stagione, andammo a parlare con lui. Volevamo persino prolungargli il contratto, ma rifiutò. Credo si fosse offeso perché a quanto pare alcuni tifosi avevano insultato la sua famiglia o qualcosa del genere. Per di più vicino a casa sua. Non riuscì a tollerarlo. Ci lasciò. In seguito, forse molto stanco e sfinito, dovette prendersi un anno di riposo prima di andare al Celta Vigo".
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