San Bartolo Longo: dallo spiritismo al ritorno alla fede cattolica
In alcuni testi e articoli recenti, apparsi persino su testate autorevoli e presenti anche in rete, si afferma che Bartolo Longo, prima della sua conversione, fu un satanista. Si tratta di un’affermazione del tutto infondata. L’Autore di questo articolo, sintesi di un ampio studio pubblicato su Quaderni AIE (Quaderni dell’Associazione Internazionale Esorcisti, n. 40, giugno 2026, pp. 2-28), dopo accurate ricerche presso l’Archivio San Bartolo Longo del Santuario di Pompei, ha potuto accertare l’infondatezza di tali affermazioni. In quegli anni, infatti, Bartolo Longo, figlio del suo tempo e animato da un’appassionata ricerca della verità, si imbatté in buona fede nell’esperienza dello spiritismo, allora di moda, credendo così di poter realmente entrare in contatto con i defunti, con i santi e con l’arcangelo san Michele, verso il quale nutriva una particolare devozione. Quando poi, come egli stesso racconta, per grazia della Vergine Maria comprese l’inganno nel quale era caduto, diede inizio a un cammino completamente nuovo, facendo ritorno alla pratica della fede cattolica che egli non aveva mai rinnegato, ma soltanto abbandonato, e combatté con fermezza lo spiritismo, impegnandosi ad allontanarne chiunque, soprattutto i giovani. Dunque, il santo benefattore, promotore del Rosario, non fu mai satanista, né tantomeno “sacerdote” satanista come per giunta qualcuno ha scritto, bensì, come gli stessi Sommi Pontefici hanno affermato, egli fu un ingannato dallo spiritismo. Con l’occasione l’Autore ringrazia i responsabili dell’Archivio del Pontificio Santuario di Pompei per la cordiale disponibilità e la preziosa collaborazione offerte nell’individuazione delle fonti relative alla vita del Santo.
San Bartolo Longo nacque a Latiano, in Puglia il 10 febbraio 1841, in una famiglia molto cristiana e benestante. Educato alla fede cattolica, si distinse per intelligenza vivace, sensibilità religiosa e grande passione per lo studio e la musica. Nella seconda metà del 1862 trasferitosi a Napoli per intraprendere gli studi di giurisprudenza, entrò ben presto in contatto con ambienti anticlericali e, trascinato da cattive compagnie, finì per frequentare un circolo spiritista. In lui vi era il desiderio ardente di sperimentare in modo tangibile e immediato le Verità della fede cattolica e la realtà del mondo soprannaturale. In tale ricerca, però, finì per lasciarsi ingannare dallo spiritismo, credendo erroneamente di poter entrare in contatto attraverso le sedute spiritiche con le anime dei defunti, con i santi e perfino con san Michele Arcangelo del quale era particolarmente devoto. Si convinse che lo spiritismo fosse la nuova religione destinata a illuminare il mondo: una forma di rivelazione che pretendeva di fondarsi su basi scientifiche e che, proprio per questo, avrebbe presto soppiantato la presunta contrapposizione (in realtà inesistente) tra fede cristiana e ragione. Entrò così a far parte di una società spiritista, organizzata come un vero e proprio gruppo religioso, fino a diventare lui stesso un medium.
Nei suoi scritti egli narra che il culmine della sua adesione allo spiritismo si verificò quando gli fu ordinato di fare tre giorni di digiuno e fu sottoposto a un rito che lo costituiva “sacerdote dello spiritismo”. Durante tale cerimonia, i dirigenti del circolo spiritico gli posero una benda sugli occhi, gli legarono le mani con un fazzoletto bianco, gli unsero gli occhi con un olio, quindi lo condussero in una stanza dove, una volta rimossa la benda, si trovò davanti a un gruppo di persone che gli puntavano contro delle spade. Successivamente gli indussero quello che allora veniva chiamato “sonno magnetico”, ossia uno stato di trance, al termine del quale passarono davanti al suo sguardo dopo la visione di una donna procace scene spaventose di draghi, accompagnate da tuoni, suoni di trombe, rumori, sibili di serpenti e strida di donne, mentre gli oggetti presenti nella stanza presero a roteare nell’aria come foglie travolte dalla bufera. Fu allora che venne messo in contatto con un presunto “spirito guida”, che si presentò al suo sguardo come san Michele Arcangelo, e che per lungo tempo egli credette realmente tale [1].
Descrivendo questo sconvolgente episodio, al termine del quale cadde a terra privo di sensi era solito ripetere: «Il demonio non mi toccò l’animo, che non poteva, ma il corpo». Quando una mezz’ora dopo, uscì da quel grande tafferuglio spiritista, com’egli stesso ebbe a chiamarlo, si accorse, infatti, che la sua salute fisica aveva subito un grave danno: da allora in poi soffrì un’acuta malattia viscerale che lo afflisse per tutta la vita e che lui spiegava nei termini di un attacco demoniaco che lo colpiva nel corpo ma non gli sfiorava minimamente l’anima [2]. Merita di essere sottolineato che durante tutto il periodo in cui fu irretito dallo spiritismo, non vennero mai meno la sua devozione alla Madonna e la recita quotidiana del Rosario, appresa dalla madre. Esse costituirono, senza dubbio, un’ancora di salvezza spirituale [3].
Con il passare del tempo l’unione con il suo spirito guida che egli credeva fosse l’Arcangelo san Michele, divenne così profonda da non aver più bisogno di tavoli e di catene spiritiche. Gli bastava desiderarlo per entrare in comunicazione con lui. Il recente e grave fraintendimento di alcuni autori circa la presunta appartenenza di Longo al satanismo nasce, con ogni probabilità, da un’errata interpretazione sia del rito di iniziazione allo spiritismo, nel quale egli afferma di essere divenuto non solo medium – e tra i più ricercati – ma anche «sacerdote dello spiritismo», sia di questo suo scritto autobiografico:
«Non è bisogno né uomo o donna che faccia da sonnambulo (con questo termine si riferisce allo stato di trance), né movimento di mani o altri apparati e futili bazzecole; anzi neppure è più bisogno del sonno. Basta che la persona voglia, dopo essere già stata iniziata, mettersi in comunicazione diretta con un essere spirituale. Le tavole rotanti o le catene magnetiche, i responsi e le divinazioni delle lucide e dei magnetizzati [4], i suoni per l’aria senza strumenti, i movimenti delle sedie, dei trespoli e dei tavolini senza alcun movente visibile, erano innocenti trastulli, onde il serpe infernale giuoca da maestro furbo coll’uomo, per tenerselo stretto tra le sue spire velenose sotto specie di progresso delle scienze fisiche o di onesto sollazzo delle famiglie socievoli. Tutto questo era un nulla a petto delle alterivelazioni degli Spiriti della nostra alta Società. Anzi cotesti giuochi venivano a noi proibiti dal nostro Tutelare o grande Angelo Assistente, come indegni di noi, giacché più che seguaci dello Spiritismo, ossia Satanismo, eravamo dal falso Michael, e poi dal sottentrato maggior Spirito Ariel, appellati Ministri, o Mediums dello Spiritualismo, per esser noi iniziati più addentro dei misteri Eleusini, ossia della più raffinata Demonolatria. E ne avevamo l’Unzione Sacerdotale, la Cifra negromantica e l’Amuleto prodigioso, che vergato di rosso su pergamena e portato addosso da ciascuno di noi, rendevaci invulnerabili…»[5].
Quando Bartolo scrive: «seguaci dello Spiritismo, ossia Satanismo», il termine «Satanismo» non va inteso, neppure lontanamente, come riferimento a un culto volontario del demonio, che egli non avrebbe mai potuto accettare. Con tale espressione egli intende piuttosto affermare che, entrando nella società spiritica nella convinzione di trovarvi la Verità tanto cercata e invocando quelli che riteneva spiriti benigni, finì in realtà per entrare in contatto con spiriti demoniaci presentatisi sotto le sembianze di spiriti buoni. Lo stesso vale quando parla di «raffinata Demonolatria»: non intende dire di aver reso ai demoni un culto volontario e consapevole, ma di averlo tributato indirettamente e inconsapevolmente, senza alcuna intenzione di farlo.
Proseguendo il suo percorso nel mondo dello spiritismo, Bartolo arrivò persino a prendere in considerazione la possibilità di abiurare la propria appartenenza alla Chiesa cattolica, senza tuttavia giungervi mai. Nonostante, però, avesse abbracciato con grande entusiasmo quella che riteneva l’unica e vera religione, in lui cominciò a crescere un profondo senso di malessere interiore che lo tormentava sempre di più; anzi, fatto ancor più grave, iniziò talvolta ad avvertire anche inspiegabili impulsi suicidari. Lo lasciava inoltre profondamente perplesso il comportamento contraddittorio di quello che credeva essere san Michele Arcangelo: non voleva sentir parlare della Madonna, e si sconcertava ogni qualvolta ne veniva fatto il nome. Per questo Bartolo cominciava a domandarsi com’era possibile che il Principe degli angeli di Dio reagisse così stranamente al nome di Maria. Da convertito dirà più volte con tono ironico: «Che bel san Michele era quello che mi parlava a Napoli!». Altro comportamento che gli diede motivo di sospetto fu quando interpellato se la religione cattolica fosse quella vera, l’“angelo” fece grandi strepiti, si turbò moltissimo e non volle rispondere. Quel rifiuto lasciò Bartolo molto pensoso. Un altro fatto che sconcertò Bartolo fu ciò che avvenne una mattina, quando spinto dal falso san Michele a fare la Comunione senza confessarsi, accostatosi alla balaustra di una chiesa per ricevere l’Eucarestia, si sentì respingere lontano da una forza invisibile e irresistibile.
Determinante per il suo ritorno alla pratica dei sacramenti della fede cattolica fu il sostegno del concittadino e amico Vincenzo Pepe, laureato in lettere e filosofia, uomo di profonda rettitudine e sincera religiosità, che Bartolo conosceva fin dall’infanzia e che viveva a Maddaloni, a circa trentacinque chilometri da Napoli. A lui egli confidò questi fatti, che si moltiplicavano e lo mettevano in crescente agitazione. All’intensa opera di persuasione che Vincenzo Pepe intraprese per sottrarre Bartolo allo spiritismo si unirono non solo le sue ferventi preghiere, ma anche quelle di alcuni amici di Bartolo e, in particolare, quelle di due anime sante, Crocifissa Capodieci e Caterina Pia Volpicelli.
Crocifissa Capodieci era un’umile popolana di Latiano, conosciuta dallo stesso Bartolo. Da quasi trent’anni costretta perlopiù a letto, viveva di elemosina e della sola Eucaristia e, pur non sapendo né leggere né scrivere, parlava di Dio con una sapienza degna di un teologo. Alle sue preghiere Vincenzo Pepe raccomandò il suo giovane amico.
Caterina Pia Volpicelli (1839-1894), canonizzata il 26 aprile 2009 da Papa Benedetto XVI, fu un’attiva propagatrice della devozione al Cuore di Gesù, allora impegnata a porre le basi dell’Istituto delle Ancelle del Sacro Cuore. Venuta a conoscenza del suo traviamento nel mondo dello spiritismo, si prese vivamente a cuore la sua salvezza. Oltre a pregare per Bartolo, gli fece pervenire anche una medaglia del Cuore Immacolato di Maria, che da allora portò sempre con sé [6].
Fondamentale fu, infine, l’incontro di Longo con il domenicano padre Alberto Radente, al quale Bartolo il 29 maggio del 1865 fu indirizzato proprio dall’amico Pepe. La confessione dei suoi peccati a padre Radente segnò profondamente la sua vita. Bartolo comprese definitivamente l’inganno in cui lo spiritismo lo aveva fatto cadere e diede inizio a un cammino completamente nuovo, facendo ritorno alla pratica della fede cattolica che egli non aveva mai rinnegato, ma soltanto abbandonato. Comprese perciò che quelle che aveva creduto essere anime dei defunti, santi e persino l’Arcangelo san Michele, non erano altro che demòni celati sotto mentite spoglie[7].
Ottenuta la grazia di allontanarsi dagli ambienti dello spiritismo e di tornare alla pratica dei sacramenti cristiani – grazia che egli stesso attribuì all’intercessione e all’aiuto della Madonna[8] – il suo cuore continuava tuttavia a non trovare pace. Il ricordo del suo passato lo tormentava e acuiva in lui il desiderio di dedicarsi definitivamente e totalmente «ad opere di bene» come gli suggerivano i suoi direttori di spirito. In preda a quei pensieri che lo tormentavano, un mattino dei primi giorni dell’ottobre 1872 giunse in Valle di Pompei, una zona segnata dall’abbandono della pratica religiosa, dal ricorso alla stregoneria e ai malefici e da numerosi problemi sociali[9]. Mentre si trovava lì, solo, immerso in un silenzio profondo, il suo animo era ancora agitato dalle tempeste interiori che lo travagliavano. Fu allora che avvertì nel profondo del cuore la voce di Dio, che gli rivelava ciò che avrebbe compiuto nella sua vita: «Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria: chi propaga il Rosario sarà salvo» [10].
Queste parole risuonarono nel suo animo furono come un fulmine che squarcia le tenebre di una notte tempestosa, illuminando improvvisamente il cammino che Dio aveva preparato per lui. Bartolo sollevò la faccia e le mani al cielo, e rivolto alla Madonna disse gridando: «Se è vero che Tu hai promesso a San Domenico, che chi propaga il Rosario si salva, io mi salverò, perché non uscirò da questa Terra, senza avere qui propagato il tuo Rosario!» [11]. Subito dopo aver pronunciato quelle parole, lo invase una grande pace, simile alla quiete che segue una tempesta, ed egli dedusse intimamente che quel grido un giorno forse sarebbe stato esaudito [12]. Poco dopo, il rintocco lontano di una campana giunse ai suoi orecchi e lo destò: era mezzogiorno. Allora si inginocchiò e recitò l’Angelus. Quando si levò in piedi, si accorse che sulle guance era corsa una lacrima [13].
Dopo questa esperienza soprannaturale, dedicò tutta la sua esistenza alla diffusione del Rosario e all’evangelizzazione. Ottenuto provvidenzialmente un quadro della Vergine del Rosario, iniziò la costruzione del celebre santuario a lei dedicato a Pompei, che venne inaugurato e consacrato il 7 maggio 1891.
Inoltre, nel 1884 fondò il periodico: «Il Rosario e la nuova Pompei» e nel 1887 l’Orfanotrofio femminile (la prima delle sue opere di carità a favore dei minori). Nel 1892 fu collocò la prima pietra dell’Ospizio per i figli dei carcerati. Nel 1897 fondò la Congregazione religiosa: Figlie del Santo Rosario di Pompei. Nella celebre Supplica alla Madonna del Rosario sgorgata dal suo cuore in risposta all’enciclicaSupremi Apostolatus (1° settembre 1883) con la quale Leone XIII, di fronte ai mali della società, additava come rimedio la preghiera del Rosario, concluse con queste parole:
«Un’ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci (in questo giorno solennissimo) [14]. Concedi a tutti noi l’amore tuo costante e in modo speciale la materna benedizione. Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in questo momento il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla umana Società. Benedici i nostri Vescovi, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo Tempio di Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al Santo Rosario. O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti. Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Amen».
Bartolo Longo concluse il suo cammino terreno il 5 ottobre 1926 a Pompei, all’età di 85 anni. Fu beatificato il 26 ottobre 1980 da Papa Giovanni Paolo II e canonizzato il 19 ottobre 2025 da Papa Leone XIV, dopo che Papa Francesco ne aveva approvato la canonizzazione nel febbraio 2025.
Note
[1] Archivio Bartolo longo: cfr. Proc. inf. T. VII e IX.
[2] Archivio Bartolo Longo: cfr. Mss. biografici; Proc. inf., T. III, V, VI, VIII, XIII, XXI, XXXIII.
[3] Archivio Bartolo Longo: cfr. Proc. inf. rog. Urit, T. IV.
[4] Nel lessico impiegato da Bartolo Longo, le «lucide» erano le veggenti o sonnambule magnetiche che formulavano responsi e predizioni, mentre i «magnetizzati» erano gli uomini ai quali si attribuivano analoghe capacità divinatorie.
[5] Archivio Bartolo Longo: Cart. Spiritismo; Proc. inf. T. VIII. – Cfr. Bartolo Longo: I Quindici Sabati, ecc. 4ª ed. (1883) vol. I. pag. 17.
[6] Archivio Bartolo Longo: Cart. Mons. Vincenzi. – Cfr. Neapolitana beatif. et canonizat. Servae Dei Catharinae Volpicelli, fundatricis Instituti Ancillarum a SS. Corde Iesu – Proc. Inf. Ord., fol. 934; id.: Proc. Apostol., fol. 729-730, 735 t. 745 t.
[7] Bartolo Longo «dichiarò più volte ch’era proprio persuaso di trattare con angeli buoni e col vero principe delle milizie celesti, e conferma questa sua sincerità di sentimenti il fatto che, quando scoprì l’inganno, quel suo amore si cambiò per reazione, in un odio implacabile contro lo spirito delle tenebre, ed amò invece con tutte le forze, e lo dimostrò in tante circostanze, il santo arcangelo del cielo», Eufrasio M. Spreafico, Il Servo di Dio Bartolo Longo, volume I, 1944, Scuola tipografica pontificia pei figli dei carcerati, pag. 77.
[8] «E tu, o mio Dio, sempre longanime, sempre benigno, non mi abbandonasti alla mia perdizione. E volesti che la Madre dei peccatori, Colei che è la Regina delle Vittorie trionfasse dell’anima mia per ligarla schiava al suo trono». Cfr. B. Longo: I Quindici sabati, ed. 1883, vol. I, pag. 18.
[9] Cfr. Antonio Illibato, Bartolo Longo. Un cristiano tra Otto e Novecento, Pontificio Santuario di Pompei, 1996, volume I, pag. 362.
[10] B. Longo, Storia del Santuario, 1890, pp. 83-86.
[11] Ivi.
[12] «Nessuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva dintorno. Ma da una calma che repentinamente alla tempesta successe nell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un dì esaudito». Ivi.
[13] Ivi.
[14] La Supplica alla Regina del Santo Rosario di Pompei fu scritta, nel 1883, da Bartolo Longo con il titolo «Atto d’amore alla Vergine». Viene recitata solennemente due volte l’anno, alle ore 12 dell’8 maggio e della prima domenica d’ottobre, richiamando migliaia di pellegrini, provenienti da tutta Italia e dall’estero, che in queste occasioni, si raccolgono davanti alla facciata del santuario per partecipare alla sua recita corale.
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