Sánchez indice elezioni anticipate: «Serve una maggioranza più ampia per combattere le élite che vogliono controllare la Spagna»

05 Ottobre 2026 - 15:25
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Sánchez indice elezioni anticipate: «Serve una maggioranza più ampia per combattere le élite che vogliono controllare la Spagna»

«Necesitamos una mayoría progresista mucho más amplia»: si era preso un fine settimana per decidere se arroccarsi per altri nove mesi o se tentare una giocata di certo azzardata ma che alla luce della risposta della piazza potrebbe rivelarsi vincente, e così con quelle parole pronunciate questa mattina al Palazzo della Moncloa Pedro Sánchez ha comunicato la decisione convocare le elezioni anticipate per il 29 novembre. Il primo ministro spagnolo ha optato per lo scioglimento delle Camere dopo che tre giorni fa parte della maggioranza ha votato insieme alle destre per affossare i decreti casa messi a punto dal governo per porre un freno al caro affitti, bloccare gli sfratti e calmierare il mercato immobiliare speculativo. Un primo decreto è stato bocciato con 178 voti contrari e 172 favorevoli, col determinante sostegno al no arrivato con un plateale strappo dagli indipendentisti catalani di Junts. A un secondo decreto, che prevedeva il rinnovo automatico per due anni dei contratti d’affitto in scadenza nel 2028, è andata anche peggio: 184 no e 166 sì. La bocciatura dell’esecutivo ha provocato un’immediata e massiccia reazione popolare: decine di migliaia di manifestanti, guidati dal sindacato degli inquilini e dai movimenti per la casa, si sono riversati nelle strade di Madrid e delle principali città spagnole con cortei di protesta contro la speculazione sulla casa da parte dei fondi d’investimento e il fallimento da parte dei partiti politici di dare una risposta all’emergenza abitativa.

Sánchez si è consultato nel fine settimana con ministri e dirigenti del Partito socialista operaio spagnolo, e anche se non sono mancate le richieste di non accelerare la crisi tanto da parte di membri del suo Psoe quanto da parte di esponenti di altri partiti di sinistra, il primo ministro questa mattina ha comunicato la sua decisione con queste parole: «I cittadini hanno scelto un governo di coalizione progressista, ma abbiamo dovuto gestire emergenze inedite e fare i conti con un Parlamento estremamente rissoso». Il premier ha attaccato duramente gli avversari dicendo: «Abbiamo combattuto contro élite molto potenti che non si presentano alle elezioni ma vogliono controllare il Paese, con la peggiore opposizione della storia che blocca le riforme utili e le boicotta dalle regioni». Rivendicando l’operato del suo esecutivo, ha aggiunto: «Nonostante questo, la Spagna non ha smesso di avanzare: siamo l’economia che cresce di più nell’Ue, il potere d’acquisto è aumentato e abbiamo trasformato il Paese in un punto di riferimento globale per pace, femminismo e prosperità». Ammettendo però la bocciatura, non solo numerica, sui decreti riguardanti l’emergenza abitativa, Sánchez ha concluso: «So che la maggioranza sociale è indignata per quanto accaduto in Parlamento e so che abbiamo commesso errori, ma per fare di più e correggere le ingiustizie abbiamo bisogno che le urne ci dotino di una maggioranza progressista molto più ampia».

Alle urne mancano meno di sessanta giorni e la partita che si giocherà il 29 novembre sulla carta è tutta in salita per i socialisti spagnoli. I sondaggi danno al momento il Partito popolare come prima forza nei consensi col 32,7%, il Psoe è dietro col 26,4%. Ma il problema non sono solo questi sei punti di distacco. Il problema è che nei sondaggi la terza forza in campo è il partito di estrema destra Vox, dato al 18,1%, e che una eventuale alleanza parlamentare conservatrice supererebbe sulla carta il 50%, mentre una progressista, ovvero Psoe più i due partiti di sinistra Sumar e Podemos, si fermerebbe poco sopra il 35% (Sumar è al momento al 5,9% mentre Podemos è dato al 3,4%).

Evidentemente Sánchez è convinto che queste cifre non contino più, dopo che il Partito popolare e Vox hanno bocciato i decreti casa, dopo cioè che si sono rifiutati di votare un provvedimento a favore delle famiglie alle prese con l’emergenza abitativa e si sono invece schierati con i fondi speculativi. Del resto, non sarebbe la prima volta che il leader del Psoe dimostrerebbe la capacità di tirar fuori un asso dalla manica al momento giusto: anche nel 2023 era dato nei sondaggi come sfavorito, ben otto punti percentuali rispetto agli avversari conservatori, ma poi è riuscito nell’impresa di arrivare alla Moncloa. Questa volta il distacco è anche maggiore ma, se ha deciso di convocare il voto anticipato tra neanche due mesi, penserà di incassare un bel po’ di consensi in un lasso di tempo veramente breve. Se ha ragione lo vedremo nelle prossime settimane.

Quel che è certo, intanto, è che la mossa del primo ministro spagnolo potrebbe avere delle conseguenze a cascata tanto a livello di Unione europea quanto in altri Stati comunitari. Come segnala il quotidiano online specializzato in questioni attinenti l’Ue Rapporteur, siamo in vista di elezioni di metà mandato e i «socialisti minacciano una mossa “radicale” per opporsi a von der Leyen» e «la perdita di potere di Pedro Sánchez in Spagna potrebbe cambiare l’approccio del centro-sinistra alla politica europea». L’analisi è questa: la famiglia socialista europea inizia a contestare la linea politica di Ursula von der Leyen e il progressivo sbilanciamento a destra del Partito popolare europeo (di cui la presidente della Commissione Ue fa parte). Il gruppo dei Socialisti & Demodratici segnala che siamo di fronte a un’intesa di fatto della Commissione con le forze di destra radicale e sovranista su dossier fondamentali quali le politiche ambientali del Green Deal, le normative sui migranti e la gestione della spesa pubblica. Di fronte a questo scenario, i progressisti minacciano di ritirare il proprio sostegno strategico alla maggioranza europeista, votando contro i provvedimenti chiave della Commissione Ue e bloccando le prossime nomine parlamentari per rivendicare un cambio di rotta. Inutile dire che a seconda di come andranno le elezioni spagnole del 29 novembre, gli equilibri a Bruxelles e Strasburgo potranno pendere da una parte o dall’altra.

E poi bisognerà vedere se e in che modo il voto spagnolo potrà avere qualche influenza sugli altri Paesi europei che vanno alle urne nel 2027. Il 18 aprile si terranno le elezioni presidenziali in Francia e stando all’ultimo sondaggio, realizzato da Ifop-Fiducial e pubblicato dal quotidiano “le Figaro”, la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, è saldamente in testa con consensi che oscillano tra il 32% e il 34%, di gran lunga avanti rispetto ai due ex premier centristi, Edouard Philippe (16%) e Gabriel Attal (8%), al leader de La France Insoumise, Jean- Luc Méelenchon (tra il 15% e il 16%) e al socialdemocratico Raphael Glucksmann (tra l’11% e il 13%). E questo quadro, secondo analisti e osservatori non solo francesi, non farà che radicalizzarsi ancora di più (più probabilmente gonfiando ancora di più i venti che vengono da destra, meno probabilmente dando maggior fiato a sinistra) alla luce della fragilità dei conti pubblici francesi, del caro vita, delle proteste di piazza contro le politiche di austerità e le riforme del governo.

E poi c’è l’Italia: dovremmo votare, se la legislatura andrà a scadenza naturale, in autunno, ma si rincorrono le indiscrezioni sulle intenzioni di Giorgia Meloni di andare a elezioni anticipate in primavera per blindare la propria leadership e non lasciare troppo tempo a Roberto Vannacci per organizzare le proprie truppe. L’altra ragione per cui la premier è tentata dal voto anticipato viene dal fatto che le forze oggi all’opposizione, il cosiddetto “campo largo”, proseguono a dir poco faticosamente il percorso che dovrebbe portare alla messa a punto di una solida coalizione elettorale. Il Pd, il Movimento 5 Stelle, AVS e i partiti che dovrebbero unirsi in una sigla centrista sono divisi su più di un capitolo fondamentale, dagli armamenti da continuare a garantire all’Ucraina alle modalità per scegliere il candidato premier. Accelerare i tempi delle elezioni mentre gli avversari sono ancora alle prese con discussioni interne sarebbe utile a Meloni per guidare verso una riconferma l’alleanza Fdi, Fi Lega senza preoccuparsi della percentuale che potrebbe prendere Vannacci. Anche rispetto a tutto questo, il vento che dal 29 novembre potrebbe spirare dalla Spagna non è affatto indifferente.

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