Scomunica dei Lefebvriani, scatta il ricorso a sorpresa al Vaticano: perché la nuova strategia cambia tutto

La Fraternità Sacerdotale San Pio X passa al contrattacco contro il Vaticano. A pochi giorni dalla scomunica inflitta dalla Santa Sede per le consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio a Econe, i lefebvriani hanno presentato un ricorso formale al Dicastero per la Dottrina della Fede chiedendo la revoca del decreto. Una mossa che apre un nuovo capitolo nello scontro con Roma e che, secondo la Fraternità, avrebbe anche l’effetto di sospendere l’esecuzione della sanzione in base al diritto canonico.
Il ricorso, depositato l’11 luglio, richiama il canone 1734 del Codice di diritto canonico del 1983, che consente a chi ritiene di aver subito un provvedimento lesivo di chiederne la revoca o la modifica entro dieci giorni dalla notifica, prima di un eventuale ricorso gerarchico. Nel comunicato diffuso il 13 luglio dalla Casa generalizia di Menzingen, la Fraternità richiama inoltre il canone 1353, sostenendo che la presentazione dell’istanza sospenda automaticamente gli effetti della scomunica.
Una mossa senza precedenti: per la prima volta i lefebvriani usano il Codice del 1983
Il ricorso rappresenta una novità significativa anche sul piano giuridico ed ecclesiale. Come sottolineato anche nell’analisi pubblicata da Il Giornale, è la prima volta che la Fraternità San Pio X ricorre agli strumenti previsti dal Codice di diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, testo che per decenni aveva guardato con diffidenza in quanto espressione della riforma successiva al Concilio Vaticano II.
Una scelta che segna una discontinuità rispetto al passato e che lascia intendere la volontà di giocare la partita anche sul terreno del diritto canonico, utilizzando le stesse norme dell’ordinamento ecclesiastico contestato.
Il paradosso: prima la scomunica “ingiusta”, poi il ricorso alle norme della Chiesa
La decisione apre però un evidente paradosso. Nei giorni immediatamente successivi alle consacrazioni di Econe, il Superiore generale della Fraternità aveva definito le scomuniche “oggettivamente ingiuste e invalide”. Ora, invece, lo stesso movimento chiede alla Santa Sede di annullarle utilizzando gli strumenti previsti proprio dal diritto canonico della Chiesa.
Secondo alcune ricostruzioni, la strategia sarebbe quella di ottenere almeno la sospensione della pena durante l’esame del ricorso. Resta tuttavia aperto il nodo della legittimità dell’intera procedura, che continua a dividere canonisti ed esperti.
Il precedente del 1988 e il nuovo scontro dei lefebvriani con Roma
Il confronto richiama inevitabilmente quanto avvenne nel 1988, quando monsignor Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio, provocando uno dei più gravi strappi nella storia recente della Chiesa cattolica. All’epoca il fondatore della Fraternità non presentò ricorso contro la scomunica, pur contestandone la legittimità.
Quasi quarant’anni dopo, la Fraternità San Pio X sceglie invece una strada diversa: contestare il provvedimento davanti alle autorità vaticane, affidandosi agli strumenti del diritto canonico. Una scelta che non chiude il braccio di ferro con la Santa Sede, ma apre una nuova fase del confronto destinata ad alimentare il dibattito sul rapporto tra Roma e il movimento fondato da monsignor Lefebvre.
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