Se la vita dà alla scrittura un’altra prospettiva. Conversazione con A.M. Homes
Aveva compiuto da poco trent’anni, A.M. Homes, quando venne raggiunta da una telefonata che le sconvolse l’esistenza. Una donna con una voce stanca e roca si presentò come la sua madre biologica, e le disse che le persone che riteneva fossero i suoi genitori l’avevano in realtà adottata. “Sei nata dalla relazione che ho avuto da un avvocato per il quale lavoravo come segretaria”, le spiegò, aggiungendo che quest’ultimo si era rifiutato di riconoscerla. Le sorprese non erano finite: la donna le raccontò che dopo aver perso il posto era sprofondata in un abisso di solitudine e miseria, ed era anche finita in carcere per una truffa. Oggi la scrittrice ne parla con distacco, ma all’epoca lo sconcerto si trasformò in un dolore profondo, che esorcizzò in un saggio sul New Yorker che divenne la base per il memoir "La figlia dell’altra". Questa storia dai risvolti amari contrasta con il carattere ironico e gioviale della scritttice, e con i temi controversi che ha affrontato nei suoi libri, in particolare "La fine di Alice", raccontato dal punto di vista di uno stupratore. Eclettica, curiosa e mai conformista, A.M. Homes è nata a Washington, e come tutte le persone cresciute nella capitale, ritiene che la politica sia un elemento imprescindibile in ogni attività umana. Quando ne parla, si sforza di esaltarne le potenzialità grandiose sulle miserie quotidiane, rifiutando di trasformare il disincanto in cinismo.
Esita un attimo quando le chiedo di raccontarmi il suo primo ricordo, poi mi risponde: “La prima immagine che ricordo è quella di me bambina, ricoverata in ospedale. Poi ricordo mia nonna che veniva a trovarmi con un cagnolino di peluche molto piccolo. Era bianco e aveva delle rose stampate sul corpo: ovviamente i cani non hanno rose sulla pelle e ho sempre avuto un’avversione per gli animali di peluche dai colori innaturali – come i gatti blu e gli elefanti rosa”.
Ricorda quando ha deciso di diventare una scrittrice?
Ho deciso con convinzione di scrivere quando ero adolescente, rappresentava un modo per andar via dalla casa dei miei genitori. Nessuno pensava che sarei mai arrivata da nessuna parte perché ero dislessica e non riuscivo a rispettare l’ortografia (anche se non ho mai capito cosa c’entrasse l’ortografia con la scrittura). Un mio testo teatrale è stato messo in scena quando avevo 19 anni e alla stessa età ho scritto il mio primo romanzo. Ma in realtà ho sempre voluto diventare una medico, e da adolescente andavo di notte a studiare alla Biblioteca nazionale di Medicina.
Cos’è per lei la scrittura?
Una conversazione prolungata con un mondo molto più grande di noi su quello che siamo e quali sono le nostre responsabilità nei confronti degli altri.
Segue una routine quando scrive?
Preferisco alzarmi presto e mettermi subito al lavoro prima che qualcosa interferisca. I giorni e le settimane migliori sono quelle in cui non ho altri obblighi: ho bisogno di passare il tempo andando in profondità, e trovo difficile le transizioni tra il lavoro e la vita sociale.
Non sono certamente l’unico ad essere rimasto turbato dalla "Fine di Alice": può dirmi da dove è nata l’ispirazione per il romanzo?
Ero sconvolta dagli abusi sui minori che avvengono in tutto il mondo, da come venissero raccontati e da quanto poco sappiamo gestirli. Mentre facevo queste riflessioni, la mostra di Robert Mapplethorpe aprì a Washington e venne subito chiusa per volontà politica. Madonna pubblicò il suo libro di fotografie erotiche che a mio parere non era per niente sexy, ma anche quello mi fece pensare alla sessualità e alla moralità. A quel punto mi chiesi: chi è il personaggio meno probabile per esplorare questa idea? Un pedofilo assassino in prigione. Credo che sia significativo che il personaggio del libro irriti in qualche modo il lettore chiedendosi come mai queste cose continuino a succedere dal momento che è in prigione: per quanto mi riguarda, si tratta di un richiamo a tutti noi affinchè facciamo un lavoro migliore per proteggere i nostri bambini. Per esplorare delle idee o una storia ho l’abitudine di usare colui che a mio avviso è il personaggio meno probabile, perché in questo modo la storia si apre a possibilità inesplorate e ne abbiamo tutti un’esperienza diversa.
Si può definire La figlia dell’altra come autofiction? Si ha l’impressione che per lei sia stata un’esperienza catartica.
Per me "La figlia dell’altra" è un’autobiografia: la vera storia della mia esperienza di persona “ritrovata” dai genitori biologici. Mentre lo scrivevo per me era importante non allontanarmi dai fatti – e quando c’era qualcosa che volevo trattare ma di cui non avevo certezza, scrivevo deliberatamente: “Immagino che…”. L’urgenza che ho sentito mentre lo scrivevo era quella di catturare e contenere l’esperienza nel momento, perché sapevo che col passare del tempo e con l’accadere di altre cose lungo il corso della vita, sarebbe cambiata anche la storia stessa o quale era stato il significato di quel periodo. E’ stato complesso e faticoso scoprire all’improvviso chi fossero i miei genitori biologici e cercare di integrare quell’informazione all’interno della consapevolezza di chi io sia. Ora ho coscienza di me stessa come un’amalgama di tutti e quattro i miei genitori. Si tratta nuovamente di qualcosa di complesso e ci sono parti ineluttabilmente biologiche e altre che sembrano più una patina o un adattamento. La cosa davvero interessante è avere una figlia mia – il primo parente biologico con cui abbia mai vissuto: siamo così simili e questo per me ha anche elementi sconcertanti.
Pensa che esista una “scrittura femminile”? Intendo qualcosa che sia immediatamente riconoscibile come scritto da una donna? Esistono argomenti che possono essere trattati più compiutamente se scritti da una donna piuttosto che da un uomo?
No, ma penso che tutti cresciamo con esperienze segnate dal genere, e spesso scriviamo di ciò che ci è più familiare. Per quanto mi riguarda, ritengo di essere realmente una scrittrice di fiction, e quindi abitare esperienze, corpi, storie diverse dalla mia è come essere una viaggiatrice nel tempo. La mia attenzione è sempre su ciò che è vero per il personaggio: è qualcosa che ho imparato dalla mia meravigliosa insegnante, Grace Paley.
Chi è il più grande eroe misconosciuto della letteratura?
Sono un’enorme fan di Richard Yates. Il suo romanzo "Disturbo della quiete pubblica" rimane uno dei miei libri preferiti, insieme a "Easter Parade".
C’è qualche libro che ha amato e che ora non ama più?
Hmmm. Una confessione radicale: non mi è mai piaciuta Alice Munro.
C’è uno scrittore che non le piaceva e che invece ora ammira?
Sono segretamente una fan di Norman Mailer. So che in quanto donna non dovrebbe piacermi – poteva essere davvero orribile con le donne – ma era davvero un ottimo scrittore!
C’è qualcuno che ammira come scrittore di cui non condivide le idee?
Roald Dahl!
Quali sono stati i libri che hanno avuto il ruolo più importante nella sua formazione culturale e artistica?
I racconti di John Cheever, ma anche "Bullett Park" e "Falconer". Le opere teatrali di Edward Albee e Harold Pinter, il lavoro della drammaturga britannica Caryl Churchill.
Lei scrive anche sceneggiature: è qualcosa che considera gratificante e soddisfacente per uno scrittore?
Per me scrivere per la televisione è più gratificante che per il cinema, ma comunque meno che scrivere romanzi. La sceneggiatura è un’esperienza collaborativa e ha una durata lunga: ci vuole un’eternità per realizzare un film, e la stragrande maggioranza delle sceneggiature non sono prodotte. Sia che si tratti di un adattamento o di un copione originale, stai lavorando per qualcun altro e devi soddisfare le sue esigenze e le sue aspettative. Questo non è vero per i registi che sono anche autori delle proprie sceneggiatura: costoro scrivono per se stessi e devono quindi trovare un produttore o uno studio che aderisca a quell’idea. In televisione mi piace la velocità e la frenesia del ritmo – quando vendi un plot passi alcuni mesi lavorando intensamente con un produttore, quindi il progetto passa alla rete o allo studio e a quel punto in tempi brevi sai se sta andando avanti. Detto questo, sono sempre felice di tornare al mio lavoro, perché quando scrivo romanzi o racconti la mia attenzione è relativa al mio personaggio e al raccontare la storia nel miglior modo possibile. Non ricevo note durante una conference call e posso vagare ed esplorare nell’ambito della mia immaginazione. Una nota a margine: recentemente ho scritto libretti d’opera, e ho scoperto che è questa la mia forma preferita. L’opera usa tutti gli elementi: performance, voce, immagine, musica, costumi, storia; è davvero multidimensionale e ne sono affascinata. Quello che vorrei davvero fare è scrivere più opere!
Qual è la lezione più grande che ha imparato scrivendo sceneggiature?
Ogni battuta deve servire a uno scopo: in una buona sceneggiatura non ci sono parole di troppo.
In queste conversazioni dedico sempre uno spazio alla situazione politica: cosa pensa del fatto che gli elettori americani hanno eletto un presidente nero ma non sono riusciti per due volte a eleggere una donna?
Ritengo che l’America rimanga un paese profondamente misogino, nel quale la parte della popolazione che detiene la ricchezza crede – come i padri fondatori – che soltanto gli uomini, e tra costoro soltanto gli uomini che possiedono terre, debbano avere voce in capitolo nel governo. Nonostante ci stiamo avvicinando al nostro 250° anniversario, in realtà l’America non si è evoluta molto.
Lei considera Donald Trump un’eccezione o una conseguenza inevitabile della storia americana?
Per quanto possa apparire strano, penso sia entrambe le cose.
C’è qualcosa che ammira in Trump e che i suoi avversari dovrebbero imitare?
L’unica cosa sarebbe uscire, impegnarsi ed entrare in contatto con il popolo americano, chiedergli di cosa ha bisogno e poi capire come riuscire a soddisfare quel bisogno.
Personalmente credo che Trump rappresenti, tra molti altri fattori, anche una reazione agli eccessi della cultura woke e del politicamente corretto: lei è d’accordo?
Sì. Nel mio romanzo "The Unfolding" esploro l’aumento del razzismo e della misoginia di cui sono stata testimone a seguito dell’elezione di Barack Obama. Trovo che il politicamente corretto sia un problema, perché il progresso non proviene dall’essere corretti, ma nasce spesso ai margini, e penso che anche quando i margini sono rozzi e spigolosi possano andare bene. Nel libro racconto cosa è successo subito dopo la prima elezione di Obama, quando la destra ha sentito il bisogno di iniziare a rivendicare la propria versione di democrazia – e questo ha spianato la strada a Trump.
La sinistra è stata accusata di essere diventata sempre più elitaria: lei è d’accordo?
Non penso che l’elitarismo sia solo di sinistra, ma non abbiamo un nome preciso per ciò che avviene a destra. Il vero problema è il denaro: man mano che cresce il divario tra chi ha soldi e chi non ne ha, si moltiplicano anche la mancanza di comprensione e il risentimento.
Durante la campagna del 2016 Hillary Clinton definì i sostenitori di Trump “persone deplorevoli”. Lei come parlerebbe con i suoi elettori? Come cercherebbe di capirli?
Un errore enorme. Innanzitutto “queste persone” sono uguali a tutte le altre persone ed è distruttivo dividerci in campi e tribù. Tutti vogliono essere ascoltati e rappresentati, e l’establishment politico americano ha perso il contatto con il popolo. Quello che Donald Trump ha fatto brillantemente è stato girare il paese e dire alla gente: vi vedo. Vedo che non guadagnate abbastanza, che non potete permettervi di vivere come me e che siete arrabbiati. Ha scosso la sensibilità della gente che sentiva di essere stata lasciata indietro dal “sistema”. Purtroppo Hillary non ha parlato alla gente, non ha detto: vi rappresenterò, voi e le vostre famiglie, e vi porterò un futuro migliore. Il Sogno Americano è un’idea, una fantasia, e i nostri migliori politici si sono confrontati sulle idee di questo sogno, sulla speranza e possibilità che come individui e come società si possa spiccare il volo e diventare più forti e più prosperi.
Crede in Dio? Che rapporto ha con la religione?
Si, credo in Dio. E nella preghiera. Sebbene sia spesso delusa dal comportamento delle organizzazioni religiose, penso alla fede come a un elemento potente nella mia vita e nella società. Mi rattrista che nel mondo non ci prendiamo cura l’uno dell’altro: lo dico perché l’accogliere e prendersi cura degli altri rispettandone le idee è un elemento centrale di molte religioni e tuttavia continuiamo a mettere a tacere o uccidere coloro che consideriamo altri. Sono interessata alla vita morale e credere in Dio è una parte di questo mio percorso.
Recentemente Trump ha attaccato il Papa. Perché, secondo lei?
Non seguo Trump e i suoi attacchi. Mi concentro sul cercare di prepararmi a un futuro nuovo e migliore – senza Trump.
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