Sentenza choc, incinta a 10 anni di un 29enne bengalese nel centro d’accoglienza: per il giudice non è stupro ma una “questione culturale”

20 Giugno 2026 - 14:35
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Sentenza choc, incinta a 10 anni di un 29enne bengalese nel centro d’accoglienza: per il giudice non è stupro ma una “questione culturale”

Incinta a 10 anni nel centro d’accoglienza ma il giudice esclude lo stupro

Sentenza choc, 29enne bengalese condannato a 5 anni dopo aver messo incinta una bambina di appena 10 anni nel Centro d’accoglienza: “Escluso lo stupro”, derubricato a «atti sessuali con minorenne»… Ci risiamo: e non è certo la prima volta, ma stupisce e sconcerta sempre come se lo fosse. Come a dire che è difficile anestetizzare reazioni di sgomento e sdegno, al netto dei dubbi, rispetto a vicende giudiziarie che lasciano il segno. Allora, arriva l’ennesima sentenza choc a scuotere l’opinione pubblica. Una decisione destinata a far discutere e che riaccende i riflettori sulla gestione dei reati commessi da immigrati ospitati nei vari centri d’accoglienza sparsi nel Bel Paese.

Bambina di 10 anni incinta nel centro d’accoglienza: ma il giudice esclude lo “stupro” per il 29enne bengalese

La vicenda sarebbe avvenuta in provincia di Brescia, per la precisione nel comune di Collio, all’interno della frazione di San Colombano (in Alta Val Trompia). I fatti si sarebbero consumati nell’estate del 2024 all’interno di un ex albergo adibito a centro di accoglienza straordinaria (Cas) per richiedenti asilo. La sentenza in primo grado del Tribunale di Brescia, che ha derubricato il reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, scatenando forti polemiche politiche e la richiesta di ispezioni ministeriali, è stata emessa a inizio 2026.

Il reato di violenza sessuale derubricato a «atti sessuali con minorenne»

La Procura aveva inizialmente contestato l’accusa di «violenza sessuale aggravata». Il giudice ha poi riqualificato il reato in «atti sessuali con minorenne», applicando lo sconto di pena per il rito abbreviato. E condannando il 29enne a 5 anni di reclusione. A giugno 2026 sono state depositate quindi le motivazioni della sentenza, che hanno confermato le valutazioni del Gup sulla dinamica dei fatti.

Sentenza choc, escono le motivazioni: il peso dato dal giudice alla cosiddetta «questione culturale»

I fatti, sì, drammatici, che si sarebbero consumati all’interno di una struttura dove un extracomunitario di 29 anni, di origini bengalesi, ha messo incinta una bambina di soli 10 anni, anche lei ospite del centro insieme alla mamma. Ebbene, nonostante lo choc del caso e la gravità inaudita dell’episodio, la condanna in primo grado con rito abbreviato si è risolta nel comminare 5 anni di reclusione all’imputato al banco. Il motivo? Per il giudice non si è trattato di stupro: bensì di «atti sessuali con minorenne».

Bambina incinta a 10 anni nel centro d’accoglienza: una sentenza destinata a far discutere

Ossia, in pratica, Nelle motivazioni della sentenza emerge una tesi che lascia sbigottiti: secondo il magistrato, mancherebbe la certezza della violenza fisica o psicologica. In altre parole, la bambina – a soli 10 anni – viene quasi considerata “consenziente”, nonostante la piccola avesse denunciato di aver subito minacce e abusi. Ma non è tutto: perché a rendere ancora più controverso il caso e il verdetto è il peso dato dal giudice alla cosiddetta «questione culturale».

Nessun dubbio che siano consumati uno o apporti sessuali tra adulto e un minore ma…

Come riporta il Tgcom24 che denuncia la notizia, infatti, al netto del fatto che per il giudice non ci sono dubbi che si siano consumati uno o più rapporti sessuali tra adulto e un minore, «a mancare sarebbe la certezza della violenza fisica o psicologica sulla minore. Cioè la piccola potrebbe anche essere stata consenziente. Di certo è stata ritenuta in grado di testimoniare. Nelle motivazioni si legge infatti che nel Paese d’origine dell’imputato la precoce sessualizzazione dei minori sarebbe un «evento largamente diffuso». Un elemento che renderebbe la versione dell’uomo «non inverosimile».

Sentenza choc: il bivio tra relativismo culturale e tutela dei diritti dell’infanzia

Pratiche però, come noto, altrove tollerate, e che nel caso specifico, in quanto tali, sembrano quasi attenuare la percezione della gravità del reato agli occhi della giustizia di casa nostra dove invece, come è noto, non lo sono. E ci chiediamo: anteporre in una sentenza il tema del relativismo culturale alla certezza del diritto e alla sacrosanta difesa dell’infanzia, non rischia di creare un vuoto etico e una falla giuridica?

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