Stabilicum: la più cara delle riforme gratis. Un problema di metodo e di fiducia

20 Luglio 2026 - 15:00
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Chiamarla “Stabilicum” è, va riconosciuto, un piccolo capolavoro di ironia involontaria. Perché la legge elettorale approvata dalla Camera dimostra, con la sua stessa esistenza, esattamente ciò che il nome promette di curare. Dal 1948 l’Italia ha riscritto le regole con cui conta i propri voti almeno cinque volte. Questa fa sei. La stabilità, evidentemente, è come la modestia: chi ha bisogno di dichiararla, per definizione, non ce l’ha. Conviene però sgombrare il campo da un equivoco. Il difetto dello Stabilicum non sta nei suoi numeri.

Il premio alla coalizione che superi il 42 per cento, il tetto ai seggi aggiuntivi, il ripescaggio del miglior perdente sotto il tre per cento: sono parametri opinabili come tutti i parametri, né più né meno del Rosatellum che sostituiscono. Chi cerca lo scandalo nella soglia percentuale cerca nel posto sbagliato. Lo scandalo, se di scandalo si può parlare in un registro garantista, è di natura diversa. È un problema di metodo, e il metodo, in materia di regole del gioco, è tutto.

Un bene comune trattato come bottino

Esiste una categoria di beni che va maneggiato con estrema parsimonia: le regole del gioco. Il loro valore non risiede nel contenuto, ma nella durata. Una regola che tutti sanno riscrivibile a maggioranza semplice, alla prima occasione utile, non è più una regola: è una mossa. E le mosse, per loro natura, invitano la contromossa. La Germania ha scelto le proprie regole elettorali una volta, nel 1949, e da allora le ha soltanto ritoccate; la Francia vive con il suo doppio turno dal 1958; la Spagna con il proprio proporzionale dal 1977. Il first-past-the-post britannico regge a oltre un secolo. Non perché quei sistemi siano perfetti - nessun sistema lo è, e c’è persino un teorema che lo dimostra - ma perché quei paesi hanno capito una cosa che a noi continua a sfuggire: che una regola mediocre e stabile vale più di una regola eccellente e provvisoria. L’Italia fa sistematicamente l’opposto. Insegue la legge elettorale perfetta e, non trovandola mai - perché non esiste -, ne cambia una ogni cinque o sei anni. È rivelatore che da noi le leggi elettorali portino il cognome di chi le ha proposte: Mattarellum, Porcellum, Rosatellum, e già circola “Melonellum”. Un dettaglio lessicale che tradisce la patologia. Altrove il sistema di voto è un’istituzione anonima, un pezzo di mobilio costituzionale che nessuno si sogna di intestarsi.

Da noi è proprietà privata della maggioranza di turno, firmata come un quadro. E ciò che è firmato da uno, per definizione, può essere cancellato dal successore. Qui sta il primo vero prezzo, quello che nessuna relazione tecnica riporta. Ogni riforma azzera un capitale accumulato: l’elettore deve reimparare come si pesa il suo voto, i partiti devono ridisegnare la geografia delle candidature, le coalizioni devono ricalcolare la convenienza dell’allearsi. È un costo di apprendimento che i paesi seri hanno pagato una volta sola e che noi versiamo a rate, a ogni tornata. E ricade, come sempre accade con questi costi nascosti, in modo diseguale: chi ha più strumenti per stare al passo con regole mutevoli conta di più; chi ne ha meno, conta di meno. La perpetua riscrittura delle regole non è neutra rispetto a chi rappresenta: sistematicamente favorisce chi il gioco lo scrive contro chi lo subisce. Un costo di transazione artificialmente imposto che diventa un danno netto al processo democratico. Ma c’è un secondo prezzo, più insidioso, ed è quello che condanna lo Stabilicum ancor prima del Senato.

Una legge elettorale scritta da una sola parte, contro tutte le altre compatte, nasce senza la sola cosa che potrebbe renderla duratura: il consenso di chi non l’ha votata. Le regole del gioco disegnate da una squadra sola non sopravvivono al cambio di squadra. È quasi una legge di natura politica. E allora il calcolo si fa impietoso: la maggioranza di oggi, ottimizzando la regola sul proprio bacino elettorale contingente, non fa che consegnare all’opposizione di domani la più legittima delle giustificazioni per fare esattamente lo stesso, a parti invertite. Ogni riforma di parte è la premessa logica della successiva riforma di parte. È un moto perpetuo che ciascun conducente crede di poter fermare al proprio vantaggio, e che invece si limita a passare la mano.

Estrarre una rendita, non produrre un bene

Perché è di questo, in fondo, che si tratta: di un atto estrattivo. Non nel senso volgare del vantaggio di bottega, ma in quello preciso di chi impiega risorse pubbliche per catturare una rendita (seggi non proporzionali al consenso reale) anziché per produrre un bene comune. Il premio di maggioranza è la rendita; la riforma è l’investimento per appropriarsene. E come ogni operazione estrattiva, dissipa più valore di quanto ne crei: le energie parlamentari spese a ridisegnare le regole del potere sono energie sottratte alla produzione di tutto il resto. Il particolare più eloquente, in questo senso, è la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze. A scrutinio segreto, al riparo da ogni responsabilità pubblica, una parte della stessa maggioranza che invoca ad alta voce la governabilità ha difeso in silenzio la propria: le liste bloccate, cioè il seggio garantito dall’alto. La distanza tra ciò che si dice a viso aperto e ciò che si vota al buio è, da manuale, la misura più onesta delle vere preferenze. E dice che la stabilità di cui si parla non è quella delle istituzioni, ma quella molto più prosaica del posto. Non a caso, dal Quirinale sarebbe arrivato l’invito a non toccare le regole troppo a ridosso del voto: il richiamo, elementare in ogni democrazia adulta, a non cambiare le carte mentre la partita sta per cominciare.

È un principio, non un cavillo. E indica anche la sola via d’uscita possibile, che paradossalmente non consiste nel trovare finalmente la legge giusta. Consiste nel sottrarre la legge elettorale al gioco ordinario delle maggioranze: renderla difficile da cambiare, blindarla dietro un consenso più largo di quello di chi governa pro tempore, come altrove si è avuto il buon senso di fare. Finché la legge con cui contiamo i voti resterà un cognome, e non un’istituzione, continueremo a chiamare “stabilità” l’atto che meglio di ogni altro ne certifica l’assenza. La riforma più cara non è quella che costa di più. È quella che, gratuitamente, insegna al proprio avversario come farne una uguale e contraria.

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