Sul caso Ranucci i fatti convincerebbero l’Italia benpensante e manettara a mollare i pregiudizi ideologici
Caso Ranucci, il catalogo è questo. Il suo fraterno amico Lavitola è accusato dalla magistratura di aver organizzato come mandante l’attentato di Pomezia che era contro di lui ma valeva come un Pulitzer all’italiana. L’attentato era incruento, dimostrativo. Il fraterno amico della parte lesa o vittima, Lavitola, dice che non c’entra. Ranucci è più ambiguo nel giudizio, da un lato rivendica un’amicizia a prova di bomba con chi non gli farebbe mai del male ma dall’altro lascia aperto uno spiraglio all’idea che quell’esplosivo saluto fraterno possa avere avuto origine dove allignano i sospetti degli inquirenti. Da quello spiraglio passa un minaccioso sputo morale di Lavitola all’eroe controverso del giornalismo investigativo, che aveva all’inizio suggerito con blando imbarazzo addirittura Palazzo Chigi come possibile origine del fattaccio. Lavitola ha un braccio destro, un cittadino camerunense ora riparato nel suo paese, dove anche il suo boss voleva farsi una vacanzina di lavoro prima che l’indagine lo bloccasse a Monteverde Vecchio. Questo signor Gomes Clesio Tavares è impegnato in un grande affare condiviso con il patron per oltre un miliardo di euro. Il braccio destro, che era stato nello staff di un cantante neomelodico e della famosa e chiassosa influencer Rita De Crescenzo, era amico personale di due sospettati della simbolica tentata strage di Pomezia.
Il giornale che difende Ranucci e attacca con sfortunato accanimento i suoi detrattori ha scovato e pubblicato una foto tratta dai social in cui i tre compari accusati dell’esecuzione materiale dell’attentato o di esserne all’origine sono raffigurati insieme in un presepe amicale che risulta informativamente esplosivo (sono incidenti della libera informazione che succedono, il fango tende a tornarti in faccia). Lavitola ammette di aver offerto qualche consulenza alla trasmissione di Ranucci, e da anni di tanto in tanto ne frequentava la redazione. In un caso almeno si è scoperto che un bed and breakfast di Lavitola, non lontano dal ristorante in cui si attovagliavano lui e Ranucci con regolarità amicale, ha ospitato un inviato di “Report” a scrocco per alcuni giorni (l’interessato o l’ingenuo o il furbo dice che fu a causa del Covid). Inoltre è notizia consolidata e verificata, con la testimonianza di due egregi giornalisti italiani, che Lavitola voleva fare di Ranucci un tribuno politico e si riprometteva, a quanto pare, di seguire come consigliori la sua carriera. In relazione all’obiettivo, con pareri dello stesso Ranucci e di altri sodali acquisiti, aveva approntato un sondaggio d’opinione per saggiare il terreno.
Il catalogo non ha nulla di sorprendente per chi ritiene con Andreotti che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Ma non c’entra il pensare e nemmeno l’alludere o l’insinuare. Questi del catalogo sono fatti, in attesa di altri fatti che le querele minacciate da Ranucci, e le intemerate dei suoi portavoce, entrambe appena un po’ temerarie, non dovrebbero essere in grado di nascondere all’opinione pubblica. Sono fatti come la scatola da scarpe usata per la restituzione in contanti del prestito a tasso zero contratto da un magistrato milanese con un faccendiere del suo distretto investigativo, parliamo di Di Pietro, uno o un altro che doveva entrare in politica sul piedistallo della lotta alla corruzione.
Sono fatti come la sua Mercedes a prezzo di favore, altra transazione di distretto, come la sua amicizia con il super faccendiere Pacini Battaglia e le battute di caccia alle Forane, equivalente delle abbuffate di pesce al Bistrot Cefalù. L’Italia benpensante e manettara ha premiato finché ha potuto, finché è stata svergognata e lo ha consegnato a una onesta pensione di agricoltore e avvocato, il crusading prosecutor dai comportamenti personali almeno dubbi. Ora, sempre senza vergogna, si appresta a replicare la sceneggiata con il crusading investigative reporter. Avevamo suggerito qui una via d’uscita, il suo ritiro prima della rovina universale propria e dei suoi sostenitori, politici e cantantisti. Il catalogo dei fatti lo renderebbe urgente e necessario. Nessuno restituirà a D’Alema Veltroni e Prodi l’onore perduto con la battaglia a favore di Di Pietro, che obbligò i compagni dello sfortunatissimo Mugello a santificarlo. Ci apprestiamo ancora una volta, invece, a seguire gli sviluppi di lotta e propaganda della bella gente che ignora il catalogo dei fatti e la butta sul pregiudizio ideologico più disonorevole e banale.
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