Tajani: “Non siamo sudditi di nessuno”. Anche l’ex ambasciatore conferma: “Meloni è stata eccezionale”

«Non siamo sudditi di nessuno». Antonio Tajani sceglie queste parole per intervenire sulle polemiche nate dopo lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni e chiuse dalla presidente del Consiglio italiano con un post in cui annuncia di non aver più intenzione di rispondere al tycoon. Non una rottura con Washington, non un cambio di campo, ma un confine politico: l’Italia resta alleata degli Stati Uniti, però non accetta lezioni né umiliazioni.
Parlando delle celebrazioni del 4 luglio a Villa Taverna, annuncia che sarà presente: «ci andrò, a testa alta» e sottolineando che a suo giudizio «nessuno nel governo abbia mai confuso l’alleanza con il popolo americano, con gli Usa, e l’adesione personale a un leader».
Il ministro degli Esteri rivendica la risposta della premier agli attacchi arrivati dal presidente americano e prova a rimettere il caso dentro il perimetro della diplomazia: «Bisogna abbassare i toni e lavorare». L’obiettivo, per Tajani, è evitare che il diverbio diventi un danno politico ed economico. Gli Usa restano «alleato strategico», ma l’alleanza non coincide con la subordinazione. «Essere alleati leali degli Usa, come siamo, non significa rinunciare alla nostra sovranità», chiarisce il vicepremier in una intervista al Corriere della Sera, che conferma i contatti con il segretario di Stato Marco Rubio.
Atlantismo senza trumpismo
Per Tajani «L’atlantismo non è trumpismo, bidenismo, obamismo. È una scelta di campo strategica». Una frase che serve anche a respingere l’accusa rivolta a Meloni di aver concesso troppo al presidente americano. Secondo il ministro, la premier «ha difeso l’Italia e ha fatto bene».
Il caso Miami, con la cancellazione della partecipazione all’American Business Forum, viene derubricato a segnale politico, non a strappo irreversibile. «Non un capriccio», dice Tajani, ma la risposta a un attacco giudicato ingiustificato. «L’Italia non offre. E mi auguro che gli Usa non pretendano. Lavoriamo insieme per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, per ridurre la dipendenza da aree instabili, per sviluppare nuove tecnologie».
Il fronte economico
La scelta di tenere aperto il canale americano risponde anche a un dato concreto: l’interdipendenza economica. Tajani ricorda il peso delle imprese italiane negli Stati Uniti e rivendica: «L’Italia ha superato il Giappone per export, grazie anche ai dati negli Stati Uniti». il sorpasso sull’export giapponese. L’Italia vende in America non solo moda e agroalimentare, ma «macchinari, farmaceutica, aerospazio, nautica, componentistica, design, alta tecnologia». È la parte più pragmatica della linea Farnesina: difendere la dignità nazionale senza compromettere il lavoro delle aziende.
Sessa: Meloni ha reagito bene
Sul piano diplomatico, a La Verità Riccardo Sessa sposta il ragionamento ancora più in profondità. L’ex ambasciatore in Iran, già in servizio a Belgrado, Teheran e Pechino, giudica la reazione della premier «eccezionale» e le riconosce «la sincera solidarietà di tutti gli italiani». Ma suggerisce anche di non alimentare oltre lo scontro: «Urge un silenzio radio totale. Non replicare più a Trump».
Per Sessa, il problema non è soltanto l’ennesima intemperanza del presidente americano. È il segnale di un passaggio storico: l’Europa deve «prendere in mano il nostro destino» e smettere di comportarsi come se Washington potesse restare sempre lo stesso riferimento automatico.
Nato, Iran e la crisi dell’Occidente
Tajani e Sessa convergono su un punto: la Nato resta indispensabile, ma il pilastro europeo deve crescere. Il ministro parla di «più Europa nella Nato» e rivendica il ruolo italiano nei Balcani, in Africa, in Libano, nel Mar Rosso e sul fronte Est. Sessa, con toni più severi, vede invece i nodi venuti al pettine: da anni gli Stati Uniti chiedono agli europei un maggiore sforzo sulla difesa, Trump lo fa «a modo suo», ma il tema resta.
Il quadro, certo, si complica con l’Iran. Sessa giudica l’intesa tra Washington e Teheran «fragilissima» e parla di una partita finita «1 a 0 per l’Iran». Il regime resta in piedi, i pasdaran rafforzati, Hormuz diventa una leva di pressione. La forma stessa dell’accordo, firmato in modo irrituale, per l’ex ambasciatore dice molto sulla sostanza: «La forma è sostanza».
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